Intervista a Carlo A. Martigli autore di L’eretico ISBN:9788830431980

L’eretico è un thriller storico che postula l’esistenza di un libro antico, in cui sono racchiuse parole in grado di cambiare il mondo. Custodi di questo messaggio sono il monaco tibetano Ada Ta e la giovane allieva Gua Li che, sul finire del ‘400, lasciano l’Oriente per mettersi in marcia verso Roma. La città eterna, in mano ai Borgia, è preda del vizio e della corruzione, mentre a Firenze l’ideale di pace universale vagheggiato da Pico della Mirandola viene letteralmente incenerito dal fanatismo di Girolamo Savonarola. In questo clima di intolleranza e violenza giunge dal passato una parola rivoluzionaria e salvifica. Abbiamo intervistato l’autore.

D. Partiamo dal titolo. Le religioni ufficiali hanno contribuito a conferire al termine “eretico” un’accezione negativa. Può forse essere utile risalire all’etimologia della parola. Da cosa deriva?

R. Deriva dal greco airesis che significa “scelta”. Quindi eretico è etimologicamente “colui che sceglie”, che compie una scelta in piena libertà. È ovvio che per qualunque potere costituito una scelta libera rappresenta un’opportunità pericolosa. In realtà si può essere eretici e seguire il canone. In senso religioso, ad esempio, si può andare a messa e fare la comunione tutte le mattine, ma come libera scelta, da eretici, quindi, e non come imposizione o come abitudine.

D. La vicenda si apre il 7 febbraio 1497 a Firenze. Sono trascorsi tre anni dalla morte di Pico della Mirandola, ma la sua presenza è palpabile tra le pagine dell’Eretico. Perché le sue tesi rivestono ancora tanto fascino?

R. Pico della Mirandola è il più degno rappresentante dell’epoca che vede la rinascita dell’uomo, il Rinascimento, appunto. La sua enorme capacità logica e il senso di libertà e di dignità del pensiero sono ancora oggi un punto di riferimento importante per qualunque concezione filosofica centrata sull’uomo. Se poi si pensa che nel 1486, con le sue novecento tesi, arrivava a concepire l’esistenza di un unico dio per cristiani, ebrei e musulmani – e quindi a elaborare un concetto di pace universale – si può capire come le sue idee siano addirittura avanzate per i nostri giorni. Facendo un paragone con un altro genio del tempo, si può dire che Pico sta all’antica Grecia, che rappresenta il pensiero, come Leonardo sta all’antica Roma, che rappresenta la pratica. E credo nella supremazia del primo rispetto alla seconda.

D. La scena di apertura è particolarmente sinistra. I roghi che illuminano le vie di Firenze rievocano atmosfere da girone dantesco. A quale evento assiste Ferruccio de Mola, seguace del pensiero di Pico?

R. Il romanzo si apre in effetti con la visione di Firenze illuminata dai roghi voluti da Savonarola, in quello che la storia ricorda come il Falò delle Vanità, nel quale i fiorentini furono obbligati a bruciare i propri simboli del lusso. Ferruccio assiste con la moglie Leonora a questa follia dimostrativa, che un po’ ricorda l’incendio dei libri dei tempi del nazismo. Savonarola era sicuramente un fanatico dittatore, ma anche una figura controversa. Basti pensare che abbracciò il saio per una delusione amorosa e che – pur potendo fuggire e salvare la propria vita – fece, per coerenza, la stessa scelta di Socrate.

D. Firenze non è il solo teatro dell’azione. Altro centro importante è la Roma dei Borgia, una della famiglie più famose e controverse della storia italiana. Con quale atteggiamento si è accostato a vicende su cui esiste già una vasta letteratura?

R. Sui Borgia si è scritto di tutto e di più, e la loro vicenda è stata ed è preda di molti luoghi comuni. La mia famiglia ha una lontana parentela con la casa dei Borgia siciliani e fin da bambino mi ha incuriosito la loro storia, che ho studiato per anni, indagando tra le fonti più lontane, come le cronache del cerimoniere di corte Johannes Burckardt. Quello che emerge dal romanzo, al di là della trama, credo sia uno dei ritratti più onesti e veritieri di quella straordinaria famiglia, che rappresentava perfettamente la vita a Roma del tempo. Basta ricordare che quando Lutero giunse a Roma pochi anni dopo la morte di Alessandro VI Borgia, disse che in quella città a parlare di anima la gente si metteva a ridere.

D. La trama ha salde radici nel profondo Oriente. È soltanto la mia impressione o i capitoli costruiti attorno al monaco tibetano si caratterizzano per una maggiore levità e per atmosfere quasi fiabesche?

R. Credo sia una corretta analisi. D’altra parte la varietà dei personaggi rende la lettura più godibile. Ma c’è anche da dire che nella filosofia orientale, soprattutto quella di derivazione buddista, la saggezza e l’ironia sono concetti tra loro inscindibili. Ada Ta ha la capacità di vedere le cose del mondo con serenità. È la forza del sapiente, che diventa anche disciplina fisica. Ada Ta è un monaco realmente vissuto che ideò una particolare forma di arte marziale detta Hop-Gar (lo stile del ruggito del leone). Sparì misteriosamente, vecchissimo, e nel Tibet si dice che abbia avuto molte successive reincarnazioni.

D. È giusto leggere il suo romanzo non soltanto come un inno alla libertà, ma anche come un’apologia di quel relativismo tanto demonizzato dalla Chiesa?

R. L’eretico ha molte chiavi di lettura. Si può leggere in superficie, come un appassionante thriller storico, con avventure, amori e tradimenti. Tuttavia, un critico ha detto a proposito del mio libro precedente che, in realtà, la storia è per me quasi uno strumento per raccontare i miei pensieri. È vero, scrivo da eretico, cioè io voglio scegliere. E vorrei che tutti lo facessero, e che facessero anche scelte diverse dalle mie, ma tutte libere. Con il pensiero omologo saremmo ancora alla ruota, ma quella quadrata, per intenderci. Si può chiamare relativismo, io la chiamo libertà, o anche libero ed eretico arbitrio.

D. Senza la sensazionale scoperta di Nicolaj Notovic, un libro come L’eretico non avrebbe forse potuto vedere la luce. Chi è Nicolaj Notovic?

R. È uno di quei personaggi sui quali andrebbe scritta la sceneggiatura di un film. Spia, avventuriero, filosofo, archeologo, pubblicò “Gli anni perduti di Gesù Cristo” nel 1894, dopo un viaggio in Oriente nel quale scoprì che un profeta di nome Issa o Gesù aveva vissuto a lungo tra i monaci tibetani. Le sue scoperte furono accreditate da molti studiosi, non di origine cattolica ovviamente, anche nei decenni successivi. Notovic sparì poi in circostanze misteriose e ci si dimenticò di lui. Ma come si può restare indifferenti al fatto che si conosca ogni aspetto della vita di ogni faraone, degli imperatori romani, degli antichi sovrani cinesi e non si sappia nulla degli anni che vanno dai dodici ai trenta della vita di Gesù? Tengo però a precisare che L’eretico in fondo è soltanto un romanzo, e non è contro la fede, che è un dono meraviglioso. La fede deve però prescindere dalla storia e dalla scienza, altrimenti rischiamo di commettere nuovamente il tragico errore che bollò Galileo come eretico.

Intervista a cura di Marco Marangon

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