L’italiano del nuovo millennio è una lingua pazzesca, perché chi la parla spesso è incapace di intendere quel che vuole dire. Trabocca di termini stranieri o falsamente familiari, usati a sproposito o usciti di senno, che significano tutto e il loro contrario, come l’aggettivo "pazzesco", ad esempio... Lo "denuncia" il nuovo libro di Luca Mastrantonio - Su ilLibraio.it un estratto dal suo "dizionario"

L’italiano del nuovo millennio è una lingua pazzesca, perché chi la parla spesso è incapace di intendere quel che vuole dire. Trabocca di termini stranieri o falsamente familiari, usati a sproposito o usciti di senno, che significano tutto e il loro contrario, come l’aggettivo pazzesco: indica qualcosa di pazzo, straordinario o anormale, ma è così diffuso da essere diventato un’esclamazione universale che esprime indistintamente stupore, meraviglia, ammirazione, terrore. La colpa? È di Fantozzi e di Grillo, di un’aranciata amara e, ovviamente, nostra. Ma il dilagare di pazzesco è solo il sintomo più evidente dell’impazzimento generale di una lingua esasperata, esagerata ed esagitata, nei toni e nelle proporzioni, nel lessico e nella sintassi, per la continua e incrociata sovraesposizione mediatica alla ricerca di visibilità e condivisione, al bar come sui social network. Nel suo nuovo libro, Pazzesco! Dizionario ragionato dell’italiano esagerato (Marsilio), Luca Mastrantonio denuncia, nella prima parte, le mutazioni dell’italiano di oggi: il digitaliano, il new inglesorum, la neo-lingua di regime, il sinistrese di destra, l’antipolitichese, il politicamente ipercorretto, la porno-emotività, l’apatia critica, il battutismo cinico… Segue un dizionario che mette a nudo alcune parole pazzesche per demistificarne l’orrore e per favorire la comunicazione tra tribù italiane distanti: padri e figli, nativi digitali e tardivi analogici, chi usa emoticon, acronimi e faccine, e chi invece traduce Facebook in Faccialibro e campa di apericena; e, ancora, tra milf e bimbiminkia, zombi e neo-cafoni, troll e vegani, hipster e toy boy… Parole d’ordine del nuovo conformismo per cui siamo tutti geniali e smart, facciamo overdose di selfie e mettiamo l’hashtag ovunque, mimiamo le #virgolette per prendere le distanze da noi stessi e controlliamo i like su Facebook per sentirci socialmente vivi. Invochiamo la meritocrazia solo per noi e la rottamazione sempre per gli altri, whatsappiamo come matti e facciamo sexting senza precauzioni. Certo, abbiamo bisogno di love, ma se non stiamo attenti un fragoroso LOL ci seppellirà. Meglio imparare a conoscere queste parole, per evitarle o evitare di abusarne. Prima che siano loro ad abusare di noi…

Pazzesco!

Su ilLibraio.it uno dei capitoli del volume
(per gentile concessione dell’editore)

Pazzesco
Parola esagerata, gran bella boiata

No, non è una semplice parola: pazzesco è la resa incondizionata del vocabolario italiano di fronte a qualcosa che genera stupore, orrore o meraviglia espressi con una serie di suoni che possono dire tutto e niente. È la formattazione della nostra facoltà di giudizio, parola liberatoria che giudica senza mettersi in gioco, come l’esilarante e demagogica «cagata pazzesca» con cui Ugo Fantozzi etichetta il film La corazzata Potëmkin. Il successo fu
tale che la formula è poi stata applicata ad altri ambiti, con diverse variazioni: cagata, per esempio, diventa boiata, che però non riguarda il boia, bensì il cane il cui latrare in milanese è boiada, derivato da abbaiare.

Il tormentone, che pure dilaga negli ambienti sociali digitali, viene da un immaginario collettivo ancora analogico. Il cinema degli anni ottanta e novanta, per esempio, ha molti titoli pieni di follia, da L’aereo più pazzo del mondo a Tutti pazzi per Mary, che hanno prodotto molte parodie contagiose nella titolazione giornalistica; in anni più recenti va registrata la fiction italiana di successo Tutti pazzi per amore e su un altro versante la campagna pubblicitaria della Campari che lancia il Crodino come l’analcolico biondo «che fa impazzire il mondo» o, almeno, l’Italia.

L’ambiente dove pazzesco si manifesta in tutta la sua frizzante vitalità è la pubblicità, il cui fine è far perdere la testa a tutti per un prodotto: un consumatore che ragiona poco o nulla consuma di più. Ed è dalla fine degli anni settanta che pazzesco viene agitato e bevuto tutto d’un fiato da milioni di italiani, grazie a una fortunatissima campagna pubblicitaria per il lancio dell’aranciata amara San Pellegrino, che «è amara», diceva lo slogan, «ma amara in un modo pazzesco». Com’era nata quell’idea? Rintracciato sul blog, il creativo che la formulò, Girolamo Melis, racconta che l’azienda era stata travolta da una campagna informativa contro i coloranti presenti in molte bevande. Fra i
prodotti rimasti in gioco a contendersi il titolo di bionda gasata c’era l’aranciata amara: bisognava puntare su di lei. Per il testimonial fu fatto un casting a Cinecittà, dove fu scelto un ragazzo dai capelli rossi, anzi «biondo amaro, quasi un golden retriever fulvo», e lentigginoso: nell’espressione del viso, allegra e lievemente sghemba, trasmetteva molta allegria e un pizzico di follia. «L’aranciata amara aveva meno coloranti, vero», racconta Melis, «ma era inutile provare a rassicurare, no, bisognava imporre quel prodotto come già alla moda, soprattutto tra i giovani che
lo bevevano visibilmente contenti, per essere voluto e bevuto da giovani e meno giovani». Prima di optare per pazzesco, cioè «qualcosa che ha avuto una fortuna incredibile, che è imperdibile», Melis aveva pensato a bestiale: ma, per rispetto verso gli animali, lo scartò. La prova definitiva del successo dello spot fu la parodia che ne fece la rivista satirica «Il Male». E oggi? Ecco qualche cartolina dell’estate 2014: la morte improvvisa di Robin Williams per i giornali e i fan è una notizia pazzesca (negativa), anche perché lui era un attore di una bravura pazzesca (positiva), come quella che ha mostrato Goetze con il gol che ha regalato il Mondiale del Brasile alla Germania, un gol pazzesco, ha detto il telecronista Rai, Stefano Bizzotto. E ancora: è pazzesco per Grillo il rinnovo del patto del Nazareno tra Berlusconi e Renzi, mentre l’ex sindaco di Firenze, in visita a Genova, dove la Concordia arriva per essere rottamata, ricorda l’inchino pazzesco di capitan Schettino al Giglio; per Salvini è pazzesco il lusso con cui sarebbero ospitati gli immigrati in Sicilia. Per Francesco Piccolo il premio Strega vinto è stato «un’esperienza pazzesca», mentre per Jovanotti la serie tv Gomorra è una «figata pazzesca!», ha tuittato rispolverando l’aggettivo che nel libro Il Grande boh! (1998) usa in maniera indefinita: sennò non si chiamerebbe Il Grande boh!

(continua in libreria…)

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