Come si prefigge di dimostrare questa rubrica, alla seconda puntata, molto spesso il problema è il linguaggio: se usato male, impoverisce il pensiero. E vale anche quando ci si torna a dividere sulle pari opportunità

“Abbiamo bisogno di tutte, comprese le stronze e le zoccole” – Sabina Ciuffini (in un’intervista a Il Fatto Quotidiano)

 

Eccoci arrivati alla seconda puntata di questa neonata rubrica. Come anticipato nella scorsa, oggi parleremo di quote rosa. E quale frase più emblematica di quella riportata in apertura per spiegare lo stato di degrado nel quale versa non solo la politica, ma la società intera, quando si parla di pari opportunità.

Ma facciamo un passo indietro. Cosa sono “le quote rosa”? Si tratta sostanzialmente di una serie di norme il cui scopo è la tutela delle pari opportunità di genere all’interno degli organi rappresentativi (per estensione, ultimamente, se ne parla anche nel settore privato). Negli ultimi mesi si è creato un dibattito intorno all’opportunità di decretare, per legge, un numero di posti riservati alle donne nelle liste elettorali. Putiferio in Parlamento, la cui spaccatura si è verificata soprattutto (e come ci si poteva aspettare) tra LE parlamentari.

Come al solito, e come si prefigge di dimostrare questa rubrica, anche qui possiamo intravvedere un problema di linguaggio.  Il linguaggio che impoverisce il pensiero. Ma ancora, francamente, si fatica a capire di cosa si discuta in modo così accanito, dato che è bene ricordarsi dell’articolo 51  della Costituzione italiana, dove si legge quanto segue: “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge.  A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.”

E peraltro è del 1977 la legge denominata Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, che vieta qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda accesso al lavoro, carriera, qualifica, mansioni e aggiornamento professionale. Eppure siamo ancora qui. Siamo ancora al 1977.

C’è il “fronte Santanché – Littizzetto” (cito a memoria due esponenti di questa corrente, per quanto bizzarro l’accostamento), che sostiene che quella delle “quote rosa” sia in realtà una proposta discriminatoria nei confronti delle donne, obbligate in questo modo ad essere tutelate come i panda. Dicono che si tratta di una questione di competenza, non di sesso. E anzi, la Santanché dichiara in un’intervista alla Zanzara: “Le donne quando credono di avere il potere vogliono diventare maschi, anche esteticamente, con l’arroganza, la maleducazione, nel modo di essere.  Poi quando cadono in disgrazia se la prendono con i maschi e tornano donne”.

Io penso sia un problema di definizione. Riflettiamo, se la proposta di legge, anziché chiamarsi con l’orrendo nome da pasionario dell’ecologia “quote rosa”, si fosse chiamato: “Ennesima proposta di legge sulle pari opportunità, dato che da cinquant’anni a questa parte ben poco è cambiato.” probabilmente la reazione delle donne (tutte) sarebbe stata molto diversa. Nessuna si sarebbe sentita ferita o offesa, o avrebbe preso la tessera del wwf invece di quella del sindacato.

Perché purtroppo è certo un fatto: in Italia la discriminazione di genere esiste. Esiste in Parlamento, come nei posti di lavoro, e l’appello a firma Sabina Ciuffini che ho riportato in testa, seppure condivisibile negli intenti, è sbagliato nel modo d’espressione. Perché questo è il ritratto di noi stesse che ormai abbiamo interiorizzato.

Ciò a cui si dovrebbe tendere è una nuova unità di intenti, soprattutto nella richiesta di rispetto e poi nell’effettiva pratica della parità di genere. E questo è il mio augurio di Natale a tutte noi.  Perché come diceva Alice Walker, “Quando ho scoperto che Dio era bianco e pure maschio ho perso tutto il mio interesse.”

Alla prossima puntata, con “piuttosto che”

 

Libri consigliati:
Ailce Walker, Il colore viola, Sperling & Kupfer

 

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