Secondo l'Istat, nel 2013 è stato registrato un record di italiani che hanno lasciato il nostro Paese forse per sempre: su IlLibraio.it la sentita riflessione dello scrittore Cosimo Calamini

A metà degli anni ‘50 il sociologo americano Edward Banfield passò circa un anno in remoto borgo della Basilicata per studiare il comportamento dei suoi abitanti. In particolare si concentrò sull’organizzazione delle famiglie. Alla fine scrisse un saggio dove coniò la definizione di «familismo amorale». Banfield osservò che ogni nucleo famigliare si preoccupava esclusivamente della propria sopravvivenza, ignorando il concetto di bene comune e applicando le proprie categorie morali solo all’interno del nucleo familiare e mai verso gli altri individui della comunità. Per questo motivo parlò di «a-moralità». Che sia da questo vulnus culturale che bisogna partire per indagare le annose cause di tanti problemi e incertezze che affliggono la nostra sventurata patria? Pensiamoci bene: non è forse da questo tipo di “a-moralità” che derivano il nepotismo, il familismo e il clientelismo, accomunati dall’esecrabile abitudine della raccomandazione?

Ecco tutti questi “ismi” sopracitati mandano in bestia me e molti della mia generazione, almeno quelli che hanno un po’ viaggiato, visto un pezzetto di mondo, letto due libri in croce e si rendono conto di come all’estero tanti di questi concetti abbiano un’importanza minoritaria. Un tempo ci chiamavano la “generazione Erasmus”: ragazzi che grazie a quel progetto universitario, allo sviluppo di Internet, all’Euro, ai voli Low Cost, ai corsi d’inglese a buon mercato, all’Interrail cominciarono – a cavallo tra i ’90 e gli ‘00 – a sentire l’Europa un posto grande come una provincia e non come un continente.  Da lì è cominciato il confronto. L’Italia non era più l’unico punto di riferimento, ma la si poteva, concretamente, paragonare con altri paesi, osservati non solo come turisti mordi e fuggi, ma come cittadini residenti, che ci avevano vissuto, si erano confrontati con la burocrazia del luogo, con il mondo del lavoro, con l’organizzazione dei servizi. E oggettivamente le differenze venivano fuori. Era come quel gioco sulla settimana enigmistica: scopri le differenze. A volte erano minuscole, altre volte macroscopiche.

Da lì, dopo l’osservazione e il confronto, una volta tornati in patria, cominciava il sogno. O meglio l’illusione che anche l’Italia si potesse adeguare a certi standard, offrire certi servizi e che ognuno potesse davvero realizzarsi solo grazie ai propri meriti.

Sì, ci dicevamo, anche questa pachidermia gestionale, questo disfacimento strisciante, questa gerontocrazia invadente saranno sconfitti, usciremo dalla palude limacciosa in cui ci troviamo, ci vuole solo tempo; e la storia (almeno quella più recente) era lì a dimostrarlo: dalla dominazione straniera, nacque il risorgimento; dalla prima guerra mondiale, il fascismo che, nonostante fosse sventurata, era pur sempre una reazione; dalla seconda guerra mondiale la resistenza e poi la rinascita economica. Dalla fine della prima repubblica però, per ora, è nato ben poco e stiamo lottando affinché un nuovo scatto di reni ci porti fuori dalle sabbie mobili, dritti verso il futuro. Adesso va di moda raccontarsi la storia della speranza, del tutti insieme ce la faremo e io ci voglio credere. Infatti sono rimasto qui, ma non mi sento affatto in grado di stigmatizzare, tacciandoli d’irresponsabilità (o addirittura di tradimento), chi educatamente, in silenzio, con rispetto, se ne va. Del resto siamo in Europa: facciamocene una ragione. Per cui, a chi parte, non mi resta che dire: addio ragazzi, fate buon viaggio e mandatemi una cartolina.

 

*L’autore, nato a Firenze nel 1975, lavora a Roma come sceneggiatore cinematografico e autore di documentari. Con Garzanti ha pubblicato il suo primo romanzo, Poco pi di niente, nel 2008. Ha poi pubblicato Le querce non fanno limoni e Il mare lontano da noi

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