Nel romanzo autobiografico "Non mentirmi" Philippe Besson si mette a nudo, descrivendo la storia di un amore che lascerà una traccia indelebile nelle sue opere - Su ilLibraio.it un capitolo da un libro commovente

Nella hall di un albergo, Philippe Besson conversa con una giornalista che lo intervista a proposito del suo ultimo romanzo. Mentre risponde alle sue domande, un’apparizione: un ragazzo che sembra uscito dal suo passato, un’immagine quasi irreale, inverosimile. Philippe lo insegue, grida il suo nome… Questa apparizione lo fa tornare al 1984, alla fine della sua adolescenza, l’ultimo anno di liceo, l’anno del primo grande amore, quello per Thomas Andrieu.

Per la prima volta Besson, vincitore di numerosi premi letterari come il premio Emmanuel-Roblès per il suo romanzo d’esordio En l’absence des hommes nel 2001 e il Grand prix RTL – Lire del 2003 per il romanzo L’arrière-saison, nel romanzo autobiografico Non mentirmi (Guanda) si mette a nudo come mai prima descrivendo la storia di un amore travolgente e impossibile che lascerà una traccia indelebile nelle sue opere.

Non mentirmi è una storia d’amore delicata ma potente in un’epoca in cui l’omosessualità è un tabù.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

E infine parla. Mi aspetto parole ordinarie, come per rompere il ghiaccio, per sradicarci dall’imbarazzo, riportarci alla banalità. Potrebbe chiedermi come sto, o se ho trovato facilmente il posto, o cosa voglio bere, capirei queste domande, risponderei avidamente, troppo felice di trarne una salvezza, un modo per calmare i tremori.

Invece no.

Dice che non l’ha mai fatto prima, mai, che non sa neanche come abbia trovato il coraggio, come abbia pensato di esserne in grado, come sia successo, lascia trasparire tutte le domande, le esitazioni, i rifiuti dai quali è passato, gli ostacoli che ha dovuto superare, le obiezioni che ha messo a tacere, la battaglia interiore, intima, silenziosa che ha condotto per arrivare fin lì, ma aggiunge che ci è arrivato perché non ha avuto scelta, perché doveva farlo, perché quell’atto si è imposto come una necessità, perché era diventato troppo faticoso lottare. Fa un tiro, morde quasi la sigaretta, il fumo copre il suo sguardo. Dice che non sa come comportarsi, ma che deve farlo, allora lo sputa fuori come un bambino che butta i suoi giocattoli ai piedi dei genitori.

Dice che non ne può più di essere solo con questo sentimento. Che è troppo doloroso. Con queste parole è entrato nel vivo dell’argomento senza tergiversare. Avrebbe potuto compiere manovre dilatorie, abbandonarsi a contorsioni semantiche, o semplicemente rinunciare. Avrebbe potuto verificare di non essersi sbagliato sul mio conto. Invece ha deciso di offrirsi, di mettersi a nudo, di esprimere a modo suo lo slancio che lo spinge verso di me, col rischio di essere frainteso, deriso, respinto.

Dico: perché io?

È un modo per andare dritto al punto, a mia volta, per essere altrettanto immediato, altrettanto schietto. Un modo anche di confermare tutto il resto, tutto ciò che è stato detto, di liberarci di quell’ingombro. Di dire: ho capito, mi va bene tutto, condivido tutto.

In realtà sono stupito da ciò che ha detto, non sono preparato, contraddice le mie certezze. L’informazione ricevuta è una rivelazione assoluta, una rinascita, un bagliore che mi acceca. É anche una deflagrazione, un proiettile sparato accanto al mio timpano.

Ho capito però in una frazione di secondo che dovevo essere all’altezza, che quel momento non avrebbe sopportato balbettii, sbigottimento, o tutto sarebbe crollato, finito.

E so per istinto che una nuova domanda è in grado di salvarci dalla caduta, dal disastro.

La domanda si è imposta da sola: perché io?

Le immagini si affollano: gli occhiali da miope, il maglione jacquard sformato, lo studente con la faccia da schiaffi, i voti troppo alti, i gesti effeminati. La domanda è giustificata.

Dice: perché tu non sei come gli altri, perché si vede solo te e neppure te ne rendi conto.

Aggiunge questa frase per me indimenticabile: perché tu te ne andrai e noi resteremo.

Ho le lacrime agli occhi mentre riporto queste parole.

Sono ancora meravigliato che un giorno questa frase sia stata pronunciata, che sia stata rivolta a me. Cerco di spiegarmi: non è l’eventuale premonizione che contiene a meravigliarmi, e neppure che essa si sia realizzata. Non è neanche la maturità o l’intuizione che presuppone. E non è nemmeno la disposizione delle parole, anche se mi renderò conto che non sarei mai stato in grado di trovarle allora né di scriverle più tardi. É la violenza di ciò che significano, di ciò che trasmettono: il senso di inferiorità che raccontano così come l’amore recondito che testimoniano, l’amore reso necessario dalla scomparsa imminente, inevitabile, l’amore reso possibile proprio da essa.

Lui sa qualcosa che io non so: sa che me ne andrò.

Che la mia vita sarà altrove. Lontano, molto lontano da Barbezieux, dal suo languore, dai cieli plumbei, dal suo orizzonte sbarrato. Che fuggirò come chi evade da una prigione, che ce la farò.

Che aspirerò alla capitale, che lì mi realizzerò, che troverò il mio posto, che ne farò il mio posto.

Che poi girerò il mondo, perché non sono fatto per la sedentarietà.

Lui immagina un’ascensione, un’elevazione, un’epifania. Pensa che sia predestinato a un destino fulgido. É convinto che all’interno della nostra comunità quasi dimenticata dagli dei esista solo un numero infinitesimale di eletti e che io ne faccia parte.

Pensa che presto non avrò più niente da spartire col mondo della mia infanzia, che sarà come un blocco di ghiaccio staccato da un continente.

Se esprimesse ad alta voce questa convinzione, scoppierei a ridere.

L’ho già detto: in quel preciso momento non ho ambizioni. Ho accettato che dovrò fare studi lunghi e prestigiosi – sono così disciplinato, così obbediente – ma ignoro dove mi condurranno, intuisco che dovrò scalare montagne – poiché possiedo doti di scalatore – ma le cime restano incerte, indistinte; alla fine, il mio futuro è nebuloso e non m’importa.

Peggio ancora, ignoro che un giorno scriverò libri: è un’ipotesi che non riesco neanche a concepire, che non rientra in alcun modo nell’ambito delle possibilità, che supera la mia immaginazione. E se in via del tutto eccezionale dovesse venirmi in mente, la caccerei via subito. Il figlio del direttore della scuola, un saltimbanco? Mai. Scrivere libri non sarebbe un’occupazione appropriata, e soprattutto non è un mestiere, non porta soldi, non dà sicurezze né una posizione. C’è anche il fatto che la scrittura non è nella vita reale, è al di fuori di essa, o accanto. La vita vera invece bisogna toccarla, agguantarla. No, mai, figlio mio, non ci pensare neanche! Mi sembra di sentirla, la voce di mio padre.

(continua in libreria…)

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