Non c’è nulla di più reale della nostra parte immateriale: la psiche. Ma definirla è un gesto concettuale quasi acrobatico. Nel suo nuovo libro Luigi Zoja, noto analista junghiano, offre risposte sorprendenti

Non c’è nulla di più reale della nostra parte immateriale: la psiche. Ma definirla è un gesto concettuale quasi acrobatico. Come l’occhio può guardare in ogni direzione, ma non vedere la pupilla, così la psiche non possiede un punto archimedico esterno su cui poggiare: si osservano i processi psichici di qualcuno solo attraverso la propria singolarità psichica. Nel saggio Psiche (Bollati Boringhieri) Luigi Zoja, noto analista junghiano, parte di qui e va lontano.

Il terreno su cui si muove è disseminato di equivoci resistenti che occorre sciogliere, a cominciare dalla filiazione della psicologia del profondo – la psicoanalisi – dal tronco maggiore della psicologia generale. È vero il contrario. E parlare di psiche significa adottare un modello conoscitivo inassimilabile alle scienze naturali. La stessa cura si distanzia radicalmente dal modello medico, secondo il quale la guarigione è il ripristino dello stato precedente alla malattia. Il lavoro psicoanalitico spinge il paziente in un’altra direzione rispetto al punto di inizio, perché – come vide con chiarezza Freud – «l’essenza della malattia mentale risiede in un ritorno a condizioni anteriori di vita affettiva e di funzionamento psichico». Interpellando i grandi studiosi della psiche, Zoja cerca la sua via, fuori dalle strade battute.

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