"La morte di Oliviero Beha è una grave lutto per tutti coloro che credono nella libertà di parola". Il ricordo dell'editore di Chiarelettere Lorenzo Fazio

La morte di Oliviero Beha è un grave lutto per tutti coloro che credono nella libertà di parola e soprattutto per noi di Chiarelettere che con lui abbiamo condiviso tante battaglie, fin dall’inizio. Perchè il primo libro della casa editrice fu proprio Italiopoli, un pamphlet lucido e arrabbiato contro un ceto politico “affannosamente complementare nella finzione tra Destra e Sinistra, che sostituisce la realtà con la sua rappresentazione televisiva”. Parole che potrebbero valere ancora oggi a distanza di dieci anni. Era infatti l’anno 2007 e Oliviero continuava la sua battaglia nel denunciare il deserto di valori e la mafiosità della classe dirigente e degli intellettuali troppo spesso al seguito del potente di turno.

Non è mai stato stato tenero con nessuno Oliviero e ha pagato duramente questa sua libertà di parola. Autore di trasmissioni di successo, è stato mal sopportato dalla Rai e considerato sempre molto scomodo da tutti i direttori di giornali con cui ha lavorato perché diceva quello che pensava e aveva il coraggio di mettere davanti a tutti le verità più indicibili, come quella dell’accordo da lui documentato tra Italia e Camerun ai Mondiali del 1982, che gli valse il posto a la Repubblica.

Io lo ricordo come uno degli autori più rappresentativi di Chiarelettere, il primo che ha osato esporsi e condividere quest’avventura, fino al suo ultimo libro, Mio nipote nella giungla, una sorta di testamento che ora, dopo la sua morte, ha un valore ancora più forte, perché rivolto soprattutto ai più giovani, i protagonisti di domani.

Un autore e anche un amico caro cui ho voluto bene e con cui ho condiviso rabbie, passioni, entusiasmi, perché Oliviero era uno spirito combattivo e non si arrendeva mai, nemmeno all’ultimo quando la malattia lo ha reso più debole. C’era sempre un nuovo progetto da avviare, un libro da scrivere. Lui rimane un esempio di come si debba intendere la professione del giornalista e il ruolo dell’intellettuale, scomodo per definizione ma quasi mai per davvero. Lui scomodo lo è sempre stato.

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