di Rossella Palomba L’ONU ha stabilito che il 25 novembre fosse la Giornata da dedicare in tutto il mondo all’eliminazione della violenza contro le donne. Donne e bambine continuano, infatti, a subire discriminazioni e violenze inaccettabili, spesso per mano del loro compagno o dei parenti più prossimi. In casa e a scuola, al lavoro e […]

di Rossella Palomba

L’ONU ha stabilito che il 25 novembre fosse la Giornata da dedicare in tutto il mondo all’eliminazione della violenza contro le donne. Donne e bambine continuano, infatti, a subire discriminazioni e violenze inaccettabili, spesso per mano del loro compagno o dei parenti più prossimi. In casa e a scuola, al lavoro e nella comunità, essere donna vuol dire troppo spesso essere vulnerabile. Inoltre, come dice Ban-Ki Moon, “In molte zone di conflitto la violenza sessuale è deliberatamente e sistematicamente utilizzata per intimidire le donne e intere comunità”.

Passano gli anni e il problema della violenza di genere è sempre là, irrisolto, odioso, inaccettabile nonostante i mutamenti sociali, i diritti acquisiti dalle donne e le leggi varate in questi anni per contrastarla.

L’espressione più tragica della violenza degli uomini sulle donne è senz’altro il femminicidio. Si è dovuto addirittura coniare un nuovo termine per indicare l’assassinio di una donna da parte di un partner, di un conoscente o di un parente perchè la parola omicidio contiene un’evidente etimologia sessista, che fa dell’uomo una vittima anziché un assassino. Spesso giornali, TV e altri media ci presentano questi omicidi come frutto di delitti passionali, di un’azione improvvisa e imprevedibile da parte di uomini vittime di raptus e follia omicida. In realtà questi atti sono “l’epilogo di un crescendo di violenza a senso unico e generalmente sono causati da un’incapacità di accettare le separazioni, da gelosie, da un sentimento di orgoglio ferito, dalla volontà di vendetta e punizione nei confronti di una donna che ha trasgredito a un modello comportamentale tradizionale”, dice l’ONU. Certo fa effetto sentire affermare da Rashida Manjoo, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti delle donne, che il femminicidio è “La prima causa di morte in Italia per le donne tra i 16 e i 44 anni”. Colpisce più dei singoli omicidi finiti nei trafiletti della cronaca nera. E aggiungo che colpisce anche in quasi tutti i paesi europei il tasso di omicidi di donne sia addirittura maggiore rispetto a quello italiano. In rapporto alla popolazione, infatti, vengono uccise più donne in Austria, Finlandia, Francia, Germania, Svizzera, Svezia.

La giornata del 25 novembre era dedicata ad organizzare attività finalizzate a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza contro le donne. E poi? Per gli altri 364 giorni? Siamo sicuri che tutti abbiano capito, interiorizzato, recepito il messaggio? Il femminicidio non è un’emergenza, come molti pensano, la violenza non è una questione limitata e circoscritta a gruppi sociali meno abbienti o poco evoluti culturalmente. E’ un fenomeno molto esteso, anche se ancora sommerso e per questo sottostimato. Sono moltissime le donne che hanno alle spalle storie di maltrattamenti anche ripetuti nel corso della loro vita: 14 milioni nel nostro Paese. E su questo si deve intervenire e soprattutto prevenire. E’ perciò deludente che il Governo abbia espressamente previsto che il “Piano Straordinario contro la violenza sessuale e di genere” debba essere attuato a costo zero. La prevenzione è la prima forma di protezione delle donne e non si può fare a costo zero.

Il 25 novembre deve rappresentare un impegno e un monito per tutti: per il governo affinché preveda stanziamenti per la prevenzione della violenza; per le forze dell’ordine che hanno un ruolo fondamentale nella prevenzione e nella protezione delle vittime; per gli insegnanti  a cui spetta il compito di educare le nuove generazioni al rispetto per le donne, per le stesse donne che devono sapere che non sono più sole e che ribellarsi è possibile. E soprattutto per gli uomini perché imparino ad apprezzare il dialogo e il rispetto dell’altro anziché minacciare, umiliare e picchiare. Solo così il 25 novembre può farci dimenticare le centinaia, migliaia di scarpette rosse messe in fila in tante piazze d’Italia per testimoniare che le loro proprietarie non ci sono più.

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