Come potrebbe essere una scuola che, al posto di adattarsi alla rivoluzione digitale, ne sia influenzata all'origine? Come potrebbe funzionare la didattica? Cosa cambierebbe rispetto a quello a cui siamo abituati? Per approfondire questi temi ilLibraio.it ha intervistato Alessandro Tartaglia, socio fondatore e direttore didattico della Scuola Open Source di Bari, che già oggi rappresenta un possibile esempio e un modello a cui fare riferimento: "L'idea è che non ci sia nessun risultato finale, solo una successione continua di fasi..."

Da anni, ormai, in molti esprimono l’esigenza di una trasformazione della scuola. La tesi è che la scuola non sia riuscita a stare al passo con la rivoluzione digitale, finendo per preparare gli studenti a un mondo che non esiste più.

Come si debba trasformare, però, è problema. Non c’è un’idea condivisa. Come sempre, quando si parla di scuola, sono moltissimi i casi individuali in cui, in una lotta contro i mulini a vento, si prova a fare davvero tutto il possibile.

Forse è più interessante farsi una domanda diversa. Cioè: come potrebbe funzionare una scuola che non provi a adattarsi al nuovo ecosistema, ma che nasca proprio a partire dalle logiche espresse dalla cultura digitale? Anche in Italia ci sono degli esempi a cui guardare. Uno di questi ci porta a Bari, dove da qualche anno esiste una scuola in cui sventola la bandiera dei pirati.

Si tratta della Scuola Open Source, che in realtà è qualcosa di più di una scuola, è “un istituto didattico, un centro di ricerca e consulenza – artistica e tecnologica – per l’industria, il commercio e l’artigianato (digitale e non).” I principi e i valori che ne ispirano i metodi, il funzionamento, la struttura fanno riferimento a quel complesso davvero multidisciplinare che crea la nostra realtà quotidiana: dalla logica iterativa della programmazione, alla filosofia open-source, al design partecipativo e collaborativo, al ruolo centrale della comunità. E poi l’etica hacker di Pekka Himanem, la teoria delle reti e quella dei capitali, fino alle riflessioni urbanistiche di Kevin Lynch.

Per approfondire questi temi, per capire come questi valori e queste pratiche possano creare l’identità della Scuola Open Source, ilLibraio.it ha intervistato Alessandro Tartaglia, socio fondatore (insieme a un nutrito gruppo di giovani professionisti, che altrove ha definito “un branco di scalmanati”) e direttore didattico della scuola.

Scuola Open Source
Alessandro Tartaglia durante la presentazione degli output di XYZ.

Secondo molti la scuola dovrebbe cambiare per rispondere alle nuove esigenze imposte dalla rivoluzione digitale. La Scuola Open Source, invece, ne è influenzata all’origine. Come?
“Se pensiamo all’apprendimento e all’educazione vediamo delle grandi opportunità, la maggior parte delle quali figlie dell’attuale situazione. L’accelerazione tecnologica provoca tre fenomeni distinti: l’incremento della velocità con cui il nostro quotidiano si trasforma, che sposta la soglia percettiva del possibile; la conseguente nascita di un’aspettativa rispetto a questo processo, percepito come una liberazione di possibilità, possibilità che ciascuno si senta nella condizioni di intraprendere un percorso un sogno; e poi uno scollamento tra la realtà e la percezione, dovuto alla mancanza di implementazione delle nuove tecnologie, siano esse digitali o cognitive. A partire da questo panorama, la Scuola Open Source fa dei nuovi valori (open source, etica hacker, non linearità, apprendimento in situazione, per dirne solo alcuni) il punto di partenza per una profonda riflessione su cos’è o cosa potrebbe diventare la didattica”.

In quale modo viene influenzata la didattica?
“Faccio un esempio. La didattica spesso è stata utilizzata per trasferire in modo diretto un sistema di valori da un gruppo a molti. Per noi non è così, anzi la relazione è inversa. Tutti i membri della nostra community, sia i docenti, sia i partecipanti, possono proporre attività, corsi, progetti, eventi attraverso il sito web. I corsi vengono attivati solo quando la community dimostra reale interesse per le attività: non c’è qualcuno che dica si studia questo o quello, ma le attività le costruiamo insieme. Per questo eroghiamo corsi molto diversi tra di loro, per tematiche, numero di docenti e partecipanti, durata e costi, spesso anche in maniera gratuita”.

Vuol dire che la scelta di cosa si impari viene decisa dal basso e non da un’autorità?
“Il progetto sicuramente è community driven, ma ci sono anche delle eccezioni. Quando riceviamo commesse di ricerca cerchiamo di trasformarle in attività didattiche, con il duplice intento di rispondere alle domande della committenza e formare – del tutto gratuitamente in questo caso – i partecipanti all’attività”.

In quale modo la scuola e le sue pratiche si organizzano sulla base di questi valori?
“In realtà, noi non pretendiamo affatto di sapere come si fa una scuola, tantomeno come si fa una scuola come piaccia a noi, però abbiamo capito che ci sono delle linee di interesse. Stiamo esplorando queste linee, per farlo coinvolgiamo altre persone e, soprattutto, nel farlo tutte le scelte vengono ridiscusse continuamente. Alcune di queste scelte vengono provate: se ci piace come si sviluppano procediamo, altrimenti cambiamo. L’idea è proprio che non si debba giudicare un percorso dal fatto che produca un risultato finale, ma che sia una continua successione di fasi di un processo che iterando migliora. In questo senso, l’etica hacker e l’open source sono uno straordinario argomento politico, sociologico e culturale per scardinare l’egemonia di un sistema che, anche in un contesto molto più ampio, da secoli è conservativo”.

Qual è il principio per cui il processo è più importante del risultato? Che conseguenze può avere?
“La logica è quella del co-design come processo di creazione collaborativa e multidisciplinare in grado di far emergere le conoscenze che ognuno porta con sé. In tal modo viene a crearsi un contesto osmotico nel quale le persone – a partire dall’ascolto e dall’osservazione diretta della realtà – possono sviluppare insieme soluzioni innovative e sostenibili. Questo è valido per la SOS stessa che, grazie alla sua community, si rimette in gioco continuamente. Ma significa anche, per esempio, che la contaminazione fa sì che nella nostra attività si abbini sempre una componente umanistica con una componente tecnologica”.

Scuola Open Source
Francesca Schioppo durante la facilitazione visuale di XYZ

Tramite i processi però si può anche produrre qualcosa?
“Certo, ci sono degli output. Per esempio, è stata co-progettata anche dalla SOS una nuova piattaforma, a breve online, per gestire la vita della community: il Gestionale per Nuove Istituzioni. E non solo per la nostra comunità, infatti il suo codice sorgente sarà rilasciato liberamente per le altre istituzioni che vorranno usarlo. Ma variano di molto. A scuola abbiamo anche un robot che fa i drink a controllo numerico”.

Di recente avete pubblicato un bilancio aperto che rende evidente l’impatto su un territorio non facile come quello di Bari. Oltre ai numeri, che valore si è prodotto?
“Anche il bilancio aperto è l’esempio di come un processo iterando migliori. Rispetto alla prima versione, dopo un paio di mesi dalla sua pubblicazione online, sono presenti molte altre informazioni e indicatori di performance: il tasso di conversione, che indica quanto sia facile che la proposta di un’attività si concretizzi; oppure gli output prodotti, o il numero medio di partecipanti per docenti. Da un punto di vista qualitativo i risultati più importanti sono stati ottenuti nella costruzione di relazioni. Un lavoro di tessitura che opera tra le reti corte (relazioni all’interno dello stesso territorio della SOS) e reti lunghe (persone, luoghi e progetti lontani da noi, ma con cui collaboriamo stabilmente). In questa prospettiva è nato il progetto di una rete di centri culturali indipendenti che vede coinvolti, tra gli altri, Macao di Milano, Ex-Asilo Filangeri di Napoli, Clac di Palermo, Ex Fadda di San Vito dei Normanni, Wemake di Milano, Manifatture Knos di Lecce oltre a La Scuola Open Source”.

E invece di cosa succede sul territorio cosa ci può raccontare?
“Ci sarebbero le storie dei singoli, a cui teniamo molto, dal ragazzo di tredici anni che è un’attivista di Wikipedia e frequenta la SOS, a chi dopo aver abbondato gli studi ha ritrovato il piacere di programmare, oppure chi ha scoperto l’artigianato digitale e ha iniziato a produrre piccoli monili. E poi chiaramente ci sono molte aziende che hanno iniziato a fare innovazione con noi, anche con i bandi, attraverso i quali lavoriamo molto”.

Scuola Open Source
Giovanni Anceschi a SOS mentre utilizza ASIMOV, il sistema d’accessi h 24 progettato durante XYZ.

In generale, il concetto di rete sembra il centro della vostra attività.
“Se non ci fossero stati strumenti e consapevolezza su questo tema noi non saremmo mai nati. Nel tempo abbiamo fondato una rivista, abbiamo avviato uno studio, abbiamo fatto altri progetti, tra cui alcuni prototipi (i laboratori XYZ) che poi hanno dato vita alla Scuola Open Source. Tutto questo ci ha permesso di accumulare inizialmente un capitale, relazionale, simbolico e culturale, cioè di conoscere altre persone, approfondire temi ed essere riconosciuti: nel momento in cui abbiamo iniziato con la scuola, nessuno ci poteva prendere per pazzi, ma addirittura, anche grazie alle reti di cui facevamo parte, siamo riusciti ad ottenere un finanziamento tramite la vittoria del bando di Che fare.

Dopo la nascita della scuola, come avete impiegato queste consapevolezze sulle reti nella vostra attività?
“Da un lato vengono portati nel territorio i valori, le relazioni, le competenze delle reti lunghe; ma anche le reti corte, attirate dalle lunghe, sviluppano competenze, valori, per esempio la partecipazione. Nella nostra attività cerchiamo di costruire reti, sia corte, sia lunghe, e di usarle in modo che le reti lunghe influenzino le corte e le corte influenzino le lunghe. Dall’altro si tratta di agire come un hub capace di connettere la scala locale e quella globale”.

Infatti, la Scuola Open Source ha sicuramente un respiro più ampio di quello locale. In che modo viene prodotto il valore attraverso il lavoro sulle reti lunghe e le reti corte?
“Il nodo centrale è la conversione di capitali. Noi non crediamo che tutto giri intorno all’accumulazione di capitale, singolare e maschile. Banalmente, se io accumulo soldi, ma non mi conosce nessuno, non ho generato nel tempo un racconto, quei soldi non mi salveranno dall’infelicità. Come sosteneva Bordieu, ci sono più forme di capitale: quello economico, che conosciamo tutti, ma anche – almeno – quello sociale, sotto forma di relazioni, culturale, vale a dire informazioni e competenze, e simbolico, in termini di immaginario collettivo. Dalla trasformazione di una forma di capitale in un’altra, si può generare una plusvalenza: se è vero che inizialmente senza capitale economico non puoi fare nulla, è anche vero che pur non avendo capitale economico, se hai gli altri tre, si può generare quello economico, proprio come nel nostro caso”.

Cosa fa concretamente la Scuola Open Source a partire da queste riflessioni?
“La SOS funziona come un acceleratore di particelle immateriali o culturali. Trasformiamo piccole quantità di capitali – simbolico, economico, relazionale – in capitale culturale (per la SOS e per la sua community). Il nuovo capitale culturale a sua volta si trasforma e genera nuovi capitali: economico, relazionale e simbolico. Anche parlare di valore in realtà è un limite, come per capitale sarebbe meglio usare il plurale, non si produce valore, ma valori; è diverso”.

Può farci un esempio?
“Ogni anno organizziamo almeno un laboratorio XYZ, un grande evento che dura una decina di giorni, in cui all’incirca cento persone vengono divise in tre macro squadre – X, comunicazione, Y, strumenti, Z, processi – cooperando in modo da sviluppare progetti che producano soluzioni connettive per problemi comuni. Alla fine del processo la community ha più capitale relazionale e culturale, e poco meno del capitale economico iniziale (che può rigenerare, grazie alle relazioni e alle competenze guadagnate) e la SOS ha aumentato il proprio capitale culturale, relazionale e simbolico, realizzando anche un piccolo guadagno economico che copre i costi di gestione. Questo processo si autoregola attraverso una governance in cui la community interagisce in modo diretto con il gruppo di gestione attraverso un gruppo Facebook e un canale Slack. Lavorare attraverso un approccio open, ci permette di rendere questo processo sempre più forte, iterazione dopo iterazione”.

Date molta importanza alla cooperazione e alla co-progettazione. Anche la Scuola Open Source è continuamente esposta al cambiamento? Com’è cambiata in questi anni?
“Il processo di co-design è valido per la SOS stessa, così come l’idea che non ci sia nessun risultato finale, ma soltanto una successione di fasi. Per questo cambia continuamente. Ci sono degli elementi fissi che regolano il processo in diversi modi: ogni anno il laboratorio XYZ è anche un dispositivo metodologico di debug sotto tutti i punti di vista, dall’identità della scuola, agli strumenti. Invece, a cadenza settimanale c’è un’assemblea e ci sono le riunioni sia della didattica sia della ricerca. In pratica negli anni abbiamo ridisegnato il modo in cui garantiamo la sostenibilità della scuola, rispetto alle singole attività e in termini generali; la nostra forma societaria e ciclicamente variamo la nostra offerta didattica introducendo nuovi temi, format, docenti e corsi”.

Che progetti avete per il futuro?
“Nell’immediato siamo concentrati sulla trasformazione in cooperativa, con la relativa campagna di acquisizione dei nuovi soci, perché dopo tre anni crediamo che in Italia sia la forma più giusta per un progetto come il nostro. Poi sul nuovo XYZ, dedicato all’attivazione di un centro culturale indipendente all’interno di un ex-monastero, sul rafforzamento della rete di centri di produzione culturale indipendenti e, infine, sulla collaborazione con Matera 2019”.

Il problema delle industrie culturali più innovative è spesso quello della sostenibilità economica. State sperimentando anche su questo fronte?
“Abbiamo da poco rivisto il modo in cui gestiamo e calcoliamo i budget delle singole attività per la didattica, la ricerca e l’hackerspace. Inoltre, stiamo avviando una sperimentazione con dei ricercatori o progettisti, con cui attiveremo delle residenze di 3 mesi. Poi stiamo studiando – e a breve introdurremo – delle forme di basic income per chi si occupa di far funzionare la SOS”.

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