Con "The Game" Alessandro Baricco scrive un saggio che si pone come una storia, una mappa della rivoluzione digitale, dei suoi presupposti, delle modifiche mentali e culturali che ha comportato. Ed è anche la storia dei suoi protagonisti, di ciò che volevano e quello che hanno ottenuto, la realtà in cui viviamo, il Game.
Nel nuovo libro dell'autore de "I Barbari" la rivoluzione digitale è inquadrata dentro una cornice precisa: il tentativo di fuga dagli orrori del Novecento. Una cesura netta con il passato che, però, non è così semplice sostenere - L'approfondimento

Strano secolo il Novecento. Feroce, violento. Tragico. C’è chi dice sia fatto di macerie. Nella prima metà fisiche, la distruzione di due guerre mondiali; nella seconda culturali: i capisaldi della cultura occidentale. Coglierne una cifra in filigrana è un enigma.

Sottotraccia, in modo apparentemente laterale, viene creato uno dei caratteri del mondo odierno. Alan Turing sviluppa la “macchina di Turing”. Tra questa e i nostri computer la filiazione è diretta. Le sue idee vengono applicate per decrittare le comunicazioni naziste, che venivano cifrate con una macchina chiamata Enigma.

Se ci si fa caso, veramente, viene da pensare al destino. C’è una logica cristallina: nel mezzo delle macerie, durante la guerra, Turing getta i semi di una rivoluzione di cui viviamo quotidianamente gli effetti: lo fa letteralmente risolvendo un enigma. Muore nella maniera più novecentesca possibile: tratto in arresto perché omosessuale, viene obbligato a una cura ormonale per raddrizzarne le supposte devianze; sceglie il suicidio. Per Luciano Floridi, professore a Oxford, la rivoluzione digitale si origina dalle idee di Turing ed è paragonabile, per i suoi effetti sull’umanità, a quella copernicana, quella di Darwin e all’intuizione freudiana dell’inconscio.

Della rivoluzione digitale, si occupa Alessandro Baricco, con The Game, pubblicato da Einaudi Stile Libero. Baricco torna alla saggistica dopo I Barbari, in cui dava conto della mutazione avvenuta nella cultura occidentale.

C’è un rapporto di estrema continuità tra i due: ne I Barbari lo scrittore argomentava che la mutazione che si stava configurando consisteva in uno smantellamento dell’eredità della cultura ottocentesca, romantica e borghese; che i No Global fossero la nostra assicurazione contro il fascismo; il nuovo che avanzava si poteva riassumere in alcuni cambiamenti profondi: “superficie al posto di profondità, viaggi al posto di immersioni, gioco al posto di sofferenza”. La sua posizione, nell’arco di questi dodici anni, è simile ed è il paradigma alla base della sua analisi della rivoluzione digitale.

Con The Game Baricco ne scrive una storia, mettendone in fila gli eventi più significativi. Suddivide tre epoche distinte, con tanto di mappe, cartografie, che delineino le dorsali di questa nuova realtà. Non si parte da Turing, ma da Space Invaders poiché il videogioco – da qui The Game – è eletto a metafora della sua logica, perché storicamente il videogame è uno dei miti fondativi dell’insurrezione digitale” ed “è stato una sorta di culla per molti dei protagonisti della rivoluzione digitale”.

L’epoca classica: età pionieristica caratterizzata dalla traduzione digitale del mondo e dalla creazione dei suoi fondamenti (digitalizzazione delle informazioni, nascita del personal computer, nascita di internet, che mette in rete tutti i computer).

Poi, la fase di colonizzazione del web, che coincide con la nascita del web 2.0, “segnato dall’interattività diffusa”. Dove si afferma “non un’elettrizzante svolta tecnologica, ma la nascita di una nuova civiltà”. Infine, “il Game” vero e proprio. È il momento in cui si affermano i tratti di una rivoluzione già compiuta, tra cui la dissoluzione della frontiera psicologica che separa come due momenti diversi dell’esperienza il mondo reale e quello digitale, ora parte di un unico modo di stare al mondo.

Ne era annuncio l’iPhone: “in quel tool uscivano allo scoperto e trovavano forma i tratti genetici che l’insurrezione digitale aveva sempre avuto e di cui ora diventava consapevole. In quel telefono […] si leggeva la struttura logica del videogame […] si perfezionava la postura uomo-tastiera-schermo, moriva il concetto novecentesco di profondità, veniva sancita la superficialità come casa dell’essere, e si intuiva l’avvento della post-esperienza. Quando Steve Jobs scese dal palco, qualcosa era arrivato a compimento: le possibilità che il ‘900 si ripetessero erano provvisoriamente ridotte a zero”.

Come si evidenzia in questo passaggio, Baricco non si limita a fare lo storico. Nella convinzione – esatta – che la rivoluzione digitale sia una rivoluzione mentale, e che la rivoluzione mentale preceda quella tecnologica, commenta le conseguenze mentali che ne sono scaturite, le modifiche al nostro modo di essere umani, intercettando moltissime delle riflessioni sulla cultura digitale. Qualche esempio: il crollo delle mediazioni novecentesche, la fine di un paradigma della conoscenza – per cui la profondità è sotto –, la perdita della linearità, la nascita della post-esperienza, la nascita di un’umanità aumentata, ecc.

Non solo. Baricco decide di adottare una prospettiva forte, inquadra il tutto in una storia lineare e coerente. Un’interpretazione di tipo narrativo: ha delle cause, dei protagonisti, un metodo e uno scopo. È lo stesso dei Barbari.

L’insurrezione digitale è stata una mossa istintiva, una brusca torsione mentale. Reagiva a uno shock, quello del ‘900. L’intuizione fu quella di evadere da quella civiltà rovinosa infilando una via di fuga che alcuni avevano scoperto nei primi laboratori di computer science”. Il metodo è quello di Stewart Brand, padre spirituale della controcultura digitale: “Puoi provare a cambiare la testa della gente, ma stai solo perdendo tempo. Cambia gli strumenti che hanno in mano e cambierai il mondo”. E appunto, uno scopo, come i No Global, “rendere impossibile la ripetizione di una tragedia come quella del ‘900”.

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Lo sforzo divulgativo è veramente importante e difficile. E bisogna riconoscere che Baricco non adotta la prospettiva dell’esperto, ma dello scrittore; la sua è una storia degli eventi della rivoluzione digitale, una serie di riflessioni che rimandano a un intero apparato discorsivo che ha provato a capire cosa questa comportasse; lo sforzo di inquadrare il tutto in una cornice coerente e, negli ultimi capitoli, di indicare una direzione.

Non risparmia nemmeno le critiche: una su tutte, i progenitori della rivoluzione digitale sono tutti maschi bianchi con una formazione scientifica: c’è bisogno di un’apertura diversa: donne anzitutto, ma anche forme di sapere diversi. E ottime intuizioni: la critica all’enfasi sulla postverità cui Baricco contrappone le mediazioni novecentesche: ad esempio, la sua verità era quella del Tg1 e gli americani erano per forza i buoni.

Baricco tenta di parlare a tutti – con troppa enfasi  – come si evidenzia dallo stile, dalla lingua, dalla sua postura autoriale, fino agli sforzi metaforici (spiega la novità del web usando la metafora dei cassetti della scrivania).

Questi i pregi, tanti, e valgono la pena della lettura. Forse proprio come un residuo di questi pregi, nascono i difetti: lo sforzo di semplificazione è eccessivo e, forse, la cornice costringe tutto in una storia parziale, dà adito a posizioni che non è così aproblematico sottoscrivere. Valide o meno, è difficile da dire, ma è necessario insinuare qualche dubbio.

Alcuni esempi. Per raccontare una storia, renderla avvincente, servono dei personaggi con un passato e dei desideri, che li situino in una traiettoria. È l’ABC di una storia. Però, sostenere che i padri della rivoluzione digitale volevano la stessa cosa, con gli stessi metodi e lo stesso scopo, confonde i piani e livelli e toglie complessità della vicenda. Così, si rischia di pensare che Jeff Bezos, Richard Stallman, Steve Jobs e Aaron Swartz, abbiano tutti la stesse visioni, la stessa fisionomia. Che siano parte di un unico monolite, invece c’erano centinaia di tendenze diverse. Si eliminano, salvo appena citarli, conflitti e contraddizioni. Si eliminano molti i rami secchi, ma sono le possibili traiettorie che potevano essere prese e sono state in qualche modo sconfitte.

Non è privo di conseguenze: l’attuale paradigma, con le sue giganti piattaforme e i sistemi monopolistici, non è più una formazione storica frutto di scelte e di uno scontro di idee, ma sembra una necessità scaturita dalle sue premesse logiche. Non è così facile sostenerlo. Non è una tesi che sottoscriverebbe molti dei protagonisti della rivoluzione digitale. L’inventore del web – Tim Berners-Lee, ogni volta che ne ha occasione ne denuncia gli andazzi, come in un pezzo del luglio scorso sul Guardian (“Ho inventato il web. Ecco tre cose da fare per salvarlo”).

In virtù di questa visione, Baricco sostiene che la paura dei colossi del web sia infondata, che avere paura dei monopoli sia una cosa novecentesca (“Mi spingo a pensare che ci sia il rischio di sopravvalutare il problema a causa di un riflesso ancora novecentesco, che non tiene conto dell’attuale campo da gioco: è come uscire da casa col terrore di essere travolti da un carrozza a cavalli”) e che questo modello economico sia il risultato di una logica profonda iscritta negli strumenti. Una visione simile deriva da alcune scelte che compie a priori e non sono scontate.

Non è scontato sostenere che non ci siano manifestazioni di un determinato apparato discorsivo, che si fa sistema di valori, ma solo una volontà di fuga dal Novecento, attraverso la modifica dei tool. Bisognerebbe parlare con un esperto, ma è una posizione forte, ed è opinabile. Molti hanno individuato un paradigma, che però affonda a piene mani nel Novecento: anzi, è tutto novecentesco, e se di fatto crea le premesse di un mondo nuovo, lo fa in un rapporto di estrema continuità col suo tempo.

È verissimo che la controcultura californiana voleva cambiare il mondo, distruggere le gerarchie e tutto il resto. Ma c’è anche chi ipotizza ci sia un pensiero dietro, non solo una fuga: ha a che fare con la trasposizione delle leggi della cibernetica, della visione degli ecosistemi, nella vita quotidiana. Si trattava di abbattere le vecchie gerarchie di potere, con sistemi che si auto-organizzavano secondo la logica sottesa alla cibernetica, i cicli di feedback ricorsivi. Tutto può essere visto come un sistema e l’uomo ne è parte: a ogni azione corrisponde una modifica dello stato del sistema, e una nuova azione, in una spirale di feedback retroattivi. Le comuni non avevano gerarchie perché tutti si consideravano parte di un sistema di potere distribuito che si sarebbe stabilizzato come gli ecosistemi in natura.

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Solo che gli ecosistemi in natura non tendono naturalmente alla stabilità manco per scherzo. E questa idea si è mescolata, in alcuni casi, con una certa dottrina economica e filosofica, l’oggettivismo alla Ayn Rand, che è già un sistema di valori. Una dottrina che vedeva l’uomo come mosso solo da impulsi egoistici, per cui l’unica cosa che conta è la propria felicità individuale, tanto da negare la possibilità dell’altruismo; Rand sosteneva che bisogna lasciare il mercato autoregolarsi sicché questo cambiasse la società, e non la politica; e che addirittura l’amore fosse un qualche sottotipo di transazione economica. In due parole: il male.

Questi egoisti razionali, si riunivano in un gruppo la sera a casa di Ayn Rand, si facevano chiamare con una certa ironia “il Collettivo”. Buffo, e anche opinabile. Ma il nucleo del pensiero della controcultura americana si regge su questo genere di contraddizioni; se si eliminano, anche solo per creare una storia, si perde qualcosa.

Se si mettono in prospettiva l’idea che i sistemi tendano a un equilibrio – quando non lo fanno, al contrario di una certa vulgata – e la forma di individualismo libertaria, ecco i monopoli. Ma questa è una formazione storica, ha delle radici, è un discorso, non una necessità naturale.

A sua volta, la cibernetica è pienamente novecentesca, inseparabile dal contesto scientifico e culturale che le vede accompagnarsi a tutta una costellazione di saperi: la crisi psicologica dell’io, la rottura delle relazioni causali della fisica classica (la relatività, l’indeterminatezza quantistica), la nascita delle scienze sociali, addirittura, volendo, lo strutturalismo, ecc: un’intera cultura con alcuni caratteri comuni. Si ignora la nascita della teoria dei sistemi e poi delle reti, forse la materia più prossima a spiegare il cambio di paradigma epistemologico, cioè della concezione del sapere, per cui Baricco utilizza la metafora del videogame, perché fa risalire in superficie la complessità delle cose – le proprietà osservabili dei sistemi complessi, sono appunto le proprietà emergenti, che emergono letteralmente in superficie. Nell’ansia di rottamare il Novecento, però, nulla di tutto questo è preso in considerazione.

Un esempio dei problemi di questo approccio: Baricco lamenta, giustamente, la scarsa presenza femminile tra i pionieri del digitale; individua solo Caterina Fake, che ha un cognome parlante ed è la cofondatrice di Flickr. È sacrosanto notarlo. Però nella gabbia di pensiero costruita da Baricco non ci può essere spazio per una figura davvero importante per la rivoluzione digitale. Non può citare Ada Lovelace, perché non c’è spazio per il Novecento e figuriamoci per l’Ottocento; e Ada Lovelace – curiosamente cognome parlante pure lei, e figlia di Lord Byron, con più di un semplice piede nell’Ottocento – è la prima informatica della storia, la prima persona che ha scritto un algoritmo capace di essere processato da un computer, la prima programmatrice al mondo; era il 1843. L’Ada Lovelace day celebra i risultati femminili nelle scienze e nella tecnologia.

Salta pure Turing, forse perché nel Novecento fino al midollo. Ma non è una questione di figure, quanto di discorsi: se il focus è la controcultura digitale, ci si deve aspettare, se si parla di egoismo di massa, almeno l’eco di tutta la riflessione del secondo novecento – che travalica l’Italia – sul suo legame con la controcultura, con il sistema economico e i suoi sviluppi e i suoi effetti individuali. Anche per confutarli. E, invece, l’assenza di questi discorsi, se da un lato è una scelta che si può comprendere, dall’altro dà adito a dei dubbi. È chiaro che se togli tutto il Novecento dal Novecento, senza farci troppo caso, ti restano in mano i videogiochi – metafora peraltro particolarmente intelligente – però ti sei perso Alan Turing, e anche Ada Lovelace. Questa è una scelta, ma è giusto rifletterci.

Questo non significa che il libro di Baricco sia privo di interesse, tutt’altro; però può essere considerato come una storia, o uno storytelling; uno tra i molti possibili. Nemmeno si può chiedere a Baricco di sintetizzare tutti i tratti di un’epoca e pretendere niente di meno che l’assoluta totalità. Semplicemente è il caso di notare che la sua cornice è frutto di una scelta, che necessariamente è parziale, e per questo si può non essere d’accordo. Una scelta che a sua volta deriva da un metodo e dalla volontà di parlare a tutti (da cui, si ipotizza, la struttura narrativa di fondo). È naturale che si perda qualcosa, la domanda è se si perda troppo, ed è difficile dirlo.

Solo a partire da questa domanda è il caso di farsi un’idea e raccogliere l’invito dell’autore, di provare a raddrizzare il Game, magari considerando anche altre storie. Del resto, per il libro sosteneva l’autore – cosi definisce Google in The Game, in uno strano cortocircuito – ormai è importante porsi come un “sistema passante”.

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