Scrittore, traduttore di autori del calibro di Vonnegut e Houellebecq, editor, agente letterario: Sergio Claudio Perroni è una figura poliedrica del mondo editoriale italiano. E nel suo ultimo libro, "Entro a volte nel tuo sonno", si misura con una forma nuova, ibrida, che Sandro Veronesi chiama, nella postfazione, prosa poetica. - L'intervista de ilLibraio.it

Scrittore, traduttore di autori del calibro di Vonnegut e Houellebecq, editor, agente letterario: Sergio Claudio Perroni (foto in copertina di Natalino Russo) è una figura poliedrica del mondo editoriale italiano. E nel suo ultimo libro, Entro a volte nel tuo sonno (La Nave di Teseo), si misura con una forma nuova, ibrida, che Sandro Veronesi definisce, nella postfazione, prosa poetica.

Sergio Claudio Perroni entro a volte nel tuo sonno

Una serie di frammenti, ognuno dei quali si affaccia alla bellezza, quella bellezza assoluta che ciascuno di noi porta dentro senza neanche prestarvi attenzione. La prosa ha un che di geometrico, i pezzi che compongono il libro sono rettangoli compatti di testo, e come dice sempre Sandro Veronesi nella postfazione al libro, ricordano “un mattone, un muro, un edificio intero: [l’opera] porta tanto peso, e resiste al peso che porta, grazie alla massa di cui dispone, che a sua volta è definita dall’aggregato delle sue particelle costitutive – e nella fattispecie queste particelle sono le parole”.

Perroni, milanese classe ’56, ha pubblicato con Bompiani Non muore nessuno, Leonilde. Storia eccezionale di una donna normale, Nel ventre e Renuntio Vobis, oltre a Raccapriccio. Mostri e scelleratezze della stampa italiana e Il principio della carezza (La Nave di Teseo); in Entro a volte nel tuo sonno usa parole delicate e potenti, sospese tra poesia e prosa, lasciando emergere i sentimenti, le paure e le contraddizioni dell’animo umano.

Veronesi per il suo ultimo libro parla “prosa poetica” e di un ‘continuum’ de Il partito preso delle cose di Francis Ponge. Lei che ne pensa?
“Sono d’accordo con Veronesi soprattutto lì dove lui adotta malvolentieri la formula ‘prosa poetica’, giudicandola ‘un po’ arida, un po’ burocratica’. D’altronde non è facile definire in maniera sintetica questi testi, che in effetti hanno il suono e il senso della poesia pur conservando la forma della prosa. Quanto al riferimento a Ponge, concordo anche su quello: la sua era un’osservazione della realtà oggettuale, ossia di ciò abbiamo intorno, mentre la mia tenta di essere una descrizione dei sentimenti, ossia di ciò che abbiamo dentro”.

Ci sono precedenti letterari su cui si è basato per scrivere questo “ibrido”? Può essere la forma più idonea per raccontare frammenti di emozioni?
“Non mi sono ispirato a nessuna lettura in particolare, ho adottato questa forma perché mi sembrava quella ‘necessaria’, e forse l’unica possibile, per rendere su pagina queste istantanee di pensieri, persone, amori, storie”.

È un libro pensato nella forma che vediamo, o ha scritto i frammenti che lo compongono in momenti diversi, attuando poi un lavoro di montaggio?
“Purtroppo è una metafora logora, ma non posso fare a meno di adottarla (con l’attenuante di pensare al meraviglioso Perec de La vita, istruzioni per l’uso): ho lavorato come per la costruzione di un puzzle – ho preparato le singole tessere avendo già in mente il disegno complessivo”.

Oltre che scrittore lei è editor, agente letterario, traduttore e anche insegnante: in che modo questi ruoli diversi influenzano la sua attività letteraria?
“La influenzano grazie al semplice renderla possibile, come tutti i mestieri che consentono di esercitare, perfezionare e sfogare la propria passione”.

Quali autori contemporanei consiglierebbe a un giovane lettore?
“Consiglierei gli ultimi due romanzi che ho letto, entrambi splendidi: L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio e Il passato di Alan Pauls. In entrambi la scrittura è così efficace da far sentire le emozioni dei personaggi come se tra loro e il lettore non ci fosse l’intermediazione dell’autore. Nel secondo caso, ovviamente, è anche merito della traduzione impeccabile”.

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