Torna in libreria "Adesso basta. Lasciare il lavoro e cambiare vita" di Simone Perotti, manifesto del "downshifting". Su ilLibraio.it la prefazione dell'autore alla nuova edizione

Torna in libreria in una nuova edizione il libro cult di Simone Perotti Adesso basta. Lasciare il lavoro e cambiare vita (Chiarelettere), il primo libro a introdurre in Italia il concetto di downshifting, scalare marcia e cambiare vita.

Collaboratore di diversi giornaliriviste, Perotti ha lavorato nel settore della comunicazione per quasi vent’anni, come manager per diverse aziende, italiane e internazionali, prima di voltare le spalle alla carriera per dedicarsi interamente alle sue vere passioni: la scrittura e la navigazione.

Affittabarche, skipper e istruttore di vela, oggi Perotti fa un po’ di tutto, dal barista al pittore, dal restauratore alla guida turistica, e anche lo scrittore: tra le sue pubblicazioni più recenti ricordiamo Uomini senza vento (Garzanti), Avanti tutta. Manifesto per una nuova rivolta individuale (Chiarelettere), L’equilibrio della farfalla (Garzanti), Un uomo temporaneo (Frassinelli) e Rais (Frassinelli).

Adesso basta. Lasciare stare il lavoro e cambiare vita è la guida per chi, come l’autore, non si accontenta di lavorare e consumare e vuole rallentare il ritmo, scalare marcia, un concetto chiamato, appunto, downshifting. Non si tratta soltanto di ridurre il salario in favore del tempo libero a disposizione: il cambiare vita parte dal cambiare se stessi come persone, la propria mentalità e la propria vita, consapevoli delle conseguenze psicologiche, esistenziali ed economiche a cui si va incontro.

Adesso basta Simone Perotti

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo la prefazione dell’autore alla nuova edizione del volume: 

Quando ho scritto questo testo, un po’ storia autobiografica, un po’ pamphlet generazionale, un po’ saggio sociologico e psicologico, pensavo di venire allo scoperto dopo anni di clandestinità. Della mia scelta inconvenzionale (lasciare un lavoro ben retribuito e soprattutto una carriera molto avviata, la città, un certo stile di vita, per tentare la via dell’autenticità) si sapeva già, pur se nell’ambito ristretto del mondo in cui vivevo. Quello che non si poteva intuire era il percorso fatto per arrivarci, e soprattutto quello che sarebbe accaduto. Il testo aveva trovato qualche ostacolo. Qualcuno, pure addetto ai lavori, mi aveva risposto: «Ma sei impazzito? C’è la crisi. La gente il lavoro lo vuole trovare, non abbandonare!». Un importante editore aveva già deciso di pubblicarlo, ma rimandandolo a un anno dopo, dunque con un interesse che definirei tiepido. Il direttore editoriale di Chiarelettere Lorenzo Fazio, che non conoscevo, colse subito al volo di cosa intendevo parlare. Gli scrissi due righe, senza alcun allegato: «Buongiorno, mi chiamo Simone Perotti…», e lui mi rispose dopo venti minuti: «Mi interessa moltissimo. Me lo mandi». Quando Adesso basta uscì, il 9 ottobre 2009, cioè circa due anni e mezzo dopo le mie scelte di vita e dieci mesi dopo averlo scritto, era giovedì. La domenica mattina Lorenzo mi chiamò: «Il libro è finito». Meno di tre giorni perché su Chiarelettere piombasse un tappeto di ordini da parte dei librai. Come mai? Con grande onestà, non certo per l’autore. I miei libri avevano venduto fino a quel momento circa cinquemila copie a titolo. E non credo neppure per il contenuto o per la scrittura, visto che il tempo di leggerlo non l’aveva avuto ancora nessuno. Un certo impatto ebbe certamente la paginona sul «Corriere della Sera» a firma di Marco Imarisio, anche lui svelto nel cogliere il senso profondo di queste pagine. Si intitolava Guadagnare meno per vivere di più, individuava un aspetto circoscritto del messaggio e fu il primo di centinaia di altri pezzi sul fenomeno rimbalzati su tutti i media italiani. Ma qualcosa ancora non si spiegava. Come mai quella corsa in libreria, come mai quel libro esaurito così rapidamente? E come mai da quel momento le edizioni si sono susseguite a ritmo incalzante e, dopo otto anni, il libro è tra i più longevi della recente storia editoriale italiana, tanto da giustificare questa nuova ennesima edizione? L’attacco del pezzo di Imarisio era narrativo: «Simone voleva uscire da quell’ingorgo…». In molti devono aver colto al volo il senso della storia. E ancor prima, devono aver provato sintonia con il titolo: «adesso», cioè non fra un po’, non domani, che sottintendeva sarebbe stato necessario agire già ieri; e «basta», nella doppia accezione di «basta così, è sufficiente così» e «stop, mi fermo qui, non procedo oltre». Oltre centomila persone hanno letto e commentato Adesso basta. Ho ricevuto trecentomila email nei primi due anni, e continuo a ricevere migliaia di messaggi tramite il blog, Facebook, comunicazioni private. Fino al giorno prima dell’uscita del libro (che, come recita il catenaccio della «Settimana Enigmistica», vanta decine e decine di imitazioni) parlare di lasciare il lavoro per cercare un luogo, un ritmo, una microeconomia, una condizione esistenziale più consona alla logica della propria vita, alle esigenze di corpo e spirito e allo sforzo necessario per chiunque di cercare di essere simile all’idea che ha di sé, era un autentico tabù. Avevo condotto gli oltre dieci anni di studio e progettazione del mio piano di cambiamento come fossi un carbonaro, in silenzio, perché quando provavo ad accennare alla mia voglia di smettere con una vita insensata rinunciando a carriera e soldi per vivere diversamente, vedevo occhi sgranati, sorrisi, battute, cioè tutto il corollario del trattamento della follia. «Ma sei impazzito?!» era la frase che ricevevo in cambio. Da quel 9 ottobre, invece, come zombie che emergano dalle loro bare ammuffite, sono venuti allo scoperto insospettabili impiegati, professionisti, manager, commercialisti, dipendenti pubblici che invocano una chance, che sperano in una sterzata, che mi chiedono come faccia con i soldi, con la casa, con la macchina, con l’assicurazione. Io rispondevo a tutti. Uno a uno. Oggi non sono più in grado, ma ricordo di aver fatto sistematicamente le cinque di mattina per leggere e replicare a chiunque. Le storie che mi raccontavano le conoscevo, anche quando chi scriveva proveniva da ambienti diversi dal mio. Erano di una banalità esaustiva, esattamente come la mia. L’omologazione era così diffusa, così stereotipata, da rendere la storia di uno valida per tutti. Provavo a citare Seneca, Henry David Thoreau, Ivan Illich, per far comprendere che il fraintendimento delle nostre vite, l’annullamento della libertà, la chiusura in carceri lavorative, sociali, culturali, erano sempre stati lo sport più praticato dall’uomo. Non eravamo un’eccezione e io non stavo, tutto sommato, dicendo niente di nuovo. Come mai, dunque, quello straordinario interesse per i miei libri (seguirono a breve altri fortunati titoli a compimento del tema – Avanti tutta e Ufficio di scollocamento, sempre per questo editore)? Il motivo, molto emblematico, l’ho capito con il tempo. Era il più semplice dei ragionamenti, ma stando alle regole editoriali mi era sfuggito. Io avevo scritto un libro raccontando qualcosa che era avvenuto davvero. Io avevo fatto ciò di cui parlavo. Non ero dunque un intellettuale che discetta, ma un uomo che racconta. E la storia era una storia vera. Nell’epoca del virtuale, in cui quasi tutti coloro che hanno accesso ai media parlano di cose che non sanno, riferiscono opinioni copia e incolla, lanciano giudizi e previsioni che sono inverificabili o destinate a morire in un giorno, l’unica cosa di cui si fidano i lettori è la testimonianza. La vita, se vogliamo darle un nome più nobile. La vita vera, in cui finisci i soldi e lì si vede quanto sei convinto della tua scelta; quella in cui piangi per la solitudine e maledici il giorno in cui sei andato via dalla città; quella in cui non ci sono strade segnate e rischi di perderti; quella in cui hai cambiato idea di mobilità, di economia domestica, di alimentazione, di relazioni, di utilizzo del tempo e in ognuno di questi ambiti sei un bambino, devi imparare, devi crescere, e per tornare inerme ti serve coraggio, ma molto meno di quello necessario per fare ciò che ti chiedevano ogni giorno, in modo ripetitivo, coatto, frustrante. Ma è la tua vita. La tua. Com’è la «nuova vita»? Come si sta «laggiù»? «Ma non hai paura?!» «E se ti ammali?!» Ecco le domande di chi voleva sapere, di chi bramava una risposta alle «sue» paure. Alla fine, siamo arrivati qui, a questa nuova edizione di Adesso basta, che prolunga e rilancia non tanto, e non solo, un libro, ma una prospettiva, un’angolazione, un ragionamento che la mia storia personale ha proseguito e che nessuno è stato ancora in grado di confutare. Conduco la mia nuova vita da oltre nove anni, e non sono tornato indietro. Ho un mare di problemi da risolvere, perché il sistema non ama che circoli gente libera sul proprio territorio e tenta di ostacolarla come può, ma io oppongo nuove soluzioni a nuovi problemi. Vivo in una casa di pietra che ho ristrutturato in larga misura con le mie mani e finalmente scrivo e navigo, che è il motivo per cui sono venuto al mondo, per fare queste due cose, in cui la mia vita si compie, in cui la mia vita, quando le faccio, non è alienata. Sono finalmente felice? Ma che domanda ingenua! Se la felicità fosse stata l’argomento del libro credo che avrei venduto cento copie. I lettori l’hanno capito bene: qui il problema non è raggiungerla, la felicità, ammesso che questa parola abbia qualche senso, ma tentarla. La vita se ne va senza che neppure proviamo a vivere come dovremmo, per le persone che siamo, per le risorse che abbiamo. Il che costituisce da sempre, e per certo, la migliore ricetta per l’infelicità. Adesso basta.

Maggio 2017, Tel-Aviv, a bordo di Mediterranea

 Questo il testo pubblicato da Perotti sul suo sito, in occasione della riedizione.

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