"The good place" ha una doppia anima, continuamente rimarcata dall’alternanza tra saggezza e moderato cinismo: da un lato sitcom leggera, family friendly, con battute spiritose e un cast multiculturale; dall’altro riflessione irriverente sulla società di oggi, sempre più individualista e propensa a seguire le parole di un santone piuttosto che quelle delle persone che ci stanno vicino... - L'approfondimento

La rappresentazione dell’aldilà è sempre stata fonte di elucubrazioni religiose, filosofiche, letterarie e artistiche. Sapere cosa c’è dopo la morte è un mistero che probabilmente non scopriremo mai, ma non è questo il punto. Il motivo di questa continua interrogazione è il fatto di poter riflettere sulla vita terrena e darle maggior valore. È quello che fa anche The Good Place, comedy della NBC (disponibile su Netflix) scritta da Mike Shur, già autore di The Office e Parks and Recreation.

La serie ha dei risvolti filosofici ed etici di enorme portata: mette in scena l’eterno conflitto tra bene e male, il cammino verso la redenzione e l’amore per il frozen yogurt. 

La protagonista, Eleonor (interpretata da Kristen Bell), si ritrova insieme a un nutrito gruppo di deceduti in un paradiso terrestre – appunto il lato buono, the good place in inglese – che assomiglia in tutto e per tutto a un tranquillo sobborgo della provincia americana, dai colori pastello e dai numerosi rivenditori di frozen yogurt per cui nutrono una vera ossessione. Il lato buono – in contrapposizione al lato cattivo, in cui finisce chi si è comportato male in vita – è stato progettato da un architetto, nonché guru spirituale della comunità ovvero Michael (Ted Danson), uno spilungone con dei completi sgargianti. 

Il problema è che Eleonor non è stata buona durante la sua vita terrena e non si merita affatto un posto nello zuccheroso paradiso artificiale costruito per chi, al contrario di lei, si è prodigato nell’aiutare gli altri. Si tratta di un bug, un errore di sistema, di cui, come è ovvio, la nostra egoista protagonista vuole approfittare. Purtroppo, però, il paradiso non è progettato per accogliere individui come Eleonor, comincia quindi a collassare, dando i primi segni di cedimento.

L’unica soluzione è cambiare in meglio per poter rimanere nel lato buono. Inizia così lo sgangherato percorso di Eleonor verso una moralità precaria che le permetta di non essere cacciata come Eva dal paradiso. Fortunatamente Chidi, la sua anima gemella – sì, nel lato buono si viene assegnati a un partner ideale -, è (stato) un professore di filosofia ed etica che potrà aiutarla a crescere e che la trasformerà in una generosa cittadina, giusto? Non esattamente.

La serie tv infatti si scrolla di dosso senza fatica la maschera di narrazione pedagogica e moralistica, pur essendo una storia incentrata sull’imparare lezioni di vita. Anzi, The good place è uno show intelligente, in grado di ironizzare sui guru e i mantra, riportando il focus su problemi di ordine quotidiano in cui difficilmente le perle di saggezza e le frasi fatte risultano efficaci quanto il confronto tra esseri umani. 

  

The good place ha una doppia anima, continuamente rimarcata dall’alternanza tra saggezza e moderato cinismo: da un lato sitcom leggera, family friendly (in paradiso non si dicono le parolacce), con battute spiritose e un cast multiculturale; dall’altro, riflessione irriverente sulla società di oggi, sempre più individualista e propensa a seguire le parole di un santone piuttosto che quelle delle persone che ci stanno vicino.

Oltre a essere arrivata nel momento giusto, nel momento in cui il relativismo contemporaneo necessita di una nuova spinta etica, The Good place è uno dei prodotti più godibili della televisione (nonostante il contrattualismo filosofico sia il soggetto di uno dei primi episodi!): ricco di colpi di scena, bizzarrie creative, scenografie esplosive (letteralmente), cani volanti e una forte dose di immedesimazione.

Infatti tutti noi, come Eleonor, cerchiamo ogni giorno di fare del nostro meglio – la maggior parte delle volte non in maniera disinteressata, ma per ottenere dei punti karma – e ogni giorno pecchiamo di egoismo e cattiveria. Non una cattiveria da serial killer, più simile alla cattiveria del vicino di casa che continua a parcheggiare nel nostro posto auto ed è allacciato al nostro quadro elettrico.

D’altra parte, in un mondo di compromessi etici, cosa significa davvero essere buoni? Forse il modo in cui The Good Place indaga la condotta umana ha del rivoluzionario, specialmente alla luce di un finale di stagione che rovescia persino il tono della serie, che da ottimistico diventa più cupo, con una svolta distopica che ci porta a riconsiderare in maniera più profonda la portata di questo show. 

L’AUTRICE – Qui tutti gli articoli e le recensioni di Ilenia Zodiaco per ilLibraio.it

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