In libreria per Rizzoli "Un amore di carta" di Jean-Paul Didierlaurent - Su IlLibraio.it l'incipit del libro

“Agli occhi di Guylain, l’unica cosa importante era leggere. Snocciolava i testi con zelo meticoloso. E ogni volta, la magia funzionava. Staccandosi dalle sue labbra, le parole si portavano via un po’ di quella nausea che lo opprimeva all’avvicinarsi della fabbrica”Jean-Paul Didierlaurent, classe ’62, è un apprezzato autore di racconti (per due volte ha vinto il Prix Hemingway). Rizzoli pubblica Un amore di carta, il suo primo romanzo, una storia d’amore tra un uomo e una donna che si scoprono legati dalla passione per la lettura, che si inserisce nella tendenza meta-letteraria dei libri che parlano di libri.

Il protagonista, Guylain Vignolles, è un invisibile, uno di quegli esseri solitari che nessuno nota. Lavora in una fabbrica di riciclaggio, al servizio di un’impietosa trituratrice di libri invenduti soprannominata “la Cosa”. Nient’altro gli dà gioia, se non leggere a voce alta ogni mattina, sul solito treno delle 6:27, qualche pagina scelta a caso tra le poche che il giorno prima è riuscito a salvare dai denti d’acciaio dell’infernale macchinario. Questo fin quando, un mattino, sul treno trova una chiavetta USB. Rosso granata, che contiene il diario di una giovane donna: settantadue file scritti al computer da una certa Julie, signorina addetta ai bagni di un centro commerciale, pagine su pagine che irrompono come un diluvio nella sua vita sempre uguale. E dalle quali Guylain non saprà trovare riparo.

Un amore di cartaSu IlLibraio.it l’incipit del libro
(pubblicato per gentile concessione di Rizzoli)

C’è chi nasce sordo, muto o cieco. Chi emette il primo grido oppresso da uno strabismo ingrato, da labbro leporino o da una brutta voglia di vino in piena faccia. Altri ancora vengono al mondo con un piede torto, se non con un arto già morto prima ancora di avere vissuto. Guylain Vignolles, quanto a lui, aveva fatto il suo ingresso nella vita sotto il segno dell’infelice calembour che la combinazione del suo cognome e del suo nome suggeriva: Vilain Guignol, (1 – Letteralmente, Brutto Pagliaccio. (N.d.T.) un antipatico gioco di parole che gli era risuonato nelle orecchie fin dai primi passi nell’esistenza per non abbandonarlo più. I suoi genitori avevano ignorato i nomi del calendario delle Poste di quell’anno, il 1976, per orientarsi su quel «Guylain» venuto da non si sa dove, senza pensare per un solo istante alle conseguenze disastrose del loro gesto. Stranamente, e benché spesso la curiosità fosse grande, lui non aveva mai osato chiedere la ragione di questa scelta. Paura di mettere in imbarazzo, forse. Sicuramente anche paura che la banalità della risposta lo lasciasse insoddisfatto. A volte si divertiva a immaginare la vita che avrebbe potuto avere se si fosse chiamato Lucas, Xavier o Hugo. Perfino un Ghislain l’avrebbe fatto felice. Ghislain Vignolles, un nome vero dentro cui potersi costruire, il corpo e la mente ben protetti da quattro sillabe inoffensive. Mentre invece gli era toccato attraversare l’infanzia perseguitato da un calembour assassino: Vilain Guignol. In trentasei anni di esistenza, aveva finito coll’imparare l’arte di scomparire, di diventare invisibile per eludere le risate e le prese in giro che puntuali si scatenavano non appena qualcuno lo notava. Non essere né bello, né brutto, né grasso, né magro. Niente più di una figura indistinta ai margini del campo visivo. Confondersi con il paesaggio fino al punto di rinnegare se stessi per restare un altrove mai visitato. In tutti quegli anni, Guylain Vignolles aveva passato il tempo semplicemente a non esistere più, tranne lì, su quella sinistra banchina ferroviaria che calcava tutte le mattine della settimana. Tutti i giorni, alla stessa ora, aspettava il suo treno su quella banchina, i piedi sulla linea bianca che delimitava l’area oltre la quale si rischiava di cadere sui binari.

Quella linea insignificante tracciata sul cemento aveva la strana virtù di placarlo. Lì, gli odori di fossa comune che gli aleggiavano costantemente nella testa svanivano come per magia. E durante i pochi minuti che lo separavano dall’arrivo del convoglio la calpestava come per confondercisi, consapevole che si trattava soltanto di una tregua illusoria, che l’unico modo di sottrarsi alla barbarie che lo attendeva laggiù, dietro l’orizzonte, sarebbe stato allontanarsi da quella linea su cui si dondolava stupidamente da un piede all’altro e tornare a casa. Sì, sarebbe bastato rinunciare, tutto qui, ritrovare il proprio letto e raggomitolarsi nell’impronta ancora tiepida che il corpo aveva lasciato durante la notte. Dormire per fuggire. Ma alla fine, il nostro giovane si rassegnava sempre a restare sulla linea bianca, ad ascoltare la piccola folla di habitué accalcarsi alle sue spalle mentre gli sguardi gli si posavano sulla nuca producendo un leggero bruciore che gli ricordava di essere ancora vivo. Con l’andar degli anni, gli altri utenti avevano finito con il testimoniargli il rispetto indulgente che si riserva ai matti. Guylain era una boccata d’aria che, per i venti minuti del viaggio, li strappava momentaneamente alla monotonia dei giorni.

(continua in libreria…)

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