Intervista a Giuseppe Conte autore di Il Terzo Ufficiale ISBN:8830418579

Giuseppe Conte, notissimo poeta, autore tradotto in diverse lingue, si è già cimentato più volte con il romanzo e questa volta ha voluto affrontare un grande genere, quello del “romanzo storico-romantico”. Una vicenda avventurosa che si svolge nel 1789 e che mostra per la prima volta in un’opera italiana il volto europeo della tratta degli schiavi. Un intreccio che Conte tratta con il piglio sicuro del narratore e con minuziosa documentazione storico-antropologica, non rinunciando per altro a un vibrante spirito civile e soprattutto a un profilo alto di scrittura, alla propria natura fondamentale di poeta, artista della parola. Abbiamo parlato con lui di questo suo nuovo lavoro: Il Terzo Ufficiale.

D. Quando e come è nata l’idea di questo romanzo?

R. Una sera del 1994, mentre cenavo da solo in una brasserie di Nantes. Avevo appena appreso che Nantes aveva avuto la più grande flotta negriera del continente. In pochi minuti scrissi sul foglio di un taccuino la trama di una storia che partiva da lì e che aveva per oggetto la tratta degli schiavi. Il mio titolo provvisorio è infatti stato per molto tempo “Schiavitù”.

D. Quali ne sono i temi centrali?

R. La libertà contro la schiavitù, la ribellione contro il conformismo, l’utopia contro l’utilitarismo, la speranza contro il nichilismo, la luce contro il buio. C’è il tema della libertà come compimento di un destino, come riscatto e come valore assoluto. C’è una ricostruzione attentissima degli orrori della tratta degli schiavi, credo per la prima volta in un romanzo italiano. C’è il tema per me fondamentale del rapporto dell’Europa con le culture non europee, in questo caso le culture dei popoli del Golfo di Guinea e degli Ashanti in particolare. C’è il tema del viaggio, dell’amicizia, della formazione, dell’avventura, della navigazione, del mare. Il mare invade tutte le pagine del libro, con le sue onde o con i suoi riflessi.

D. E i personaggi a lei più cari?

R. Yann Kerguennec, il vecchio mastro d’ascia che racconta i fatti accaduti quando era un mozzo quindicenne al primo imbarco. La sua voce ora alta ora bassa, da autodidatta , è la spina dorsale del romanzo. Floriano di Santaflora è l’eroe aristocratico, preromantico, alfieriano del libro, con la sua ansia di riscatto, di libertà, di ribellione a tutto — disperata ribellione a tutto — che io condivido. Abena Nkroma, che è bellezza e innocenza. Permettetemi poi di avere un debole per Genovés, un marinaio delle mie parti, e che parla con la saggezza ruvida, scabra, disincantata ma a tratti anche esaltata dei liguri. Non posso però non confessare che molte cure sono andate alla concezione del Chirurgo, il vilain libertino e sadiano, e che al fondo, per il suo dandismo assurdo e suoi eccessi erotici con Caterina Saint-Michel, ha rischiato di diventarmi quasi simpatico. E in genere, per quell’effetto noto come “democrazia romanzesca”, anche i personaggi minori (Apollon il gabbiere nano, Morrisson il cuoco ecc. ) mi stanno a cuore e mi sono cari.

D. Il Terzo Ufficiale è un libro manicheo?

R. Il male e il bene si scontrano per tutto il libro, ma si scontrano anche all’interno delle anime dei personaggi. In tutti noi il male parla e fa guasti. Ma nel libro compare un Male assoluto contro cui combattere: la schiavitù, la tenebra, la volontà nichilista di sconfiggere la vita e far regnare dovunque il vuoto e la morte.

D. Qual è il suo punto di vista su Illuminismo e Romanticismo?

R. Dal mio romanzo emerge una specie di Illuminismo romantico nel quale credo: le grandi conquiste della ragione bianca alimentate con il fuoco delle passioni , del senso del sacro , dell’amore per la madre Terra e il cosmo.

D. È affascinato dalle culture non europee?

R. Sì, sempre. Sono affascinato dalle culture dove agisce ancora la potenza del mito, il primato dello spirito. Ho molto imparato da Pellerossa, Taoisti, Indù, Sufi…Per scrivere Il Terzo Ufficiale ho frequentato a lungo la cultura degli Ashanti. Detesto un punto di vista eurocentrico. E nello stesso tempo adoro la poesia, il romanzo , la musica, il teatro della grande tradizione europea.

D. Il suo è un romanzo a sfondo storico; ritiene che parli anche dei nostri tempi?

R. Certo, ci sono ancora 25 milioni di bambini schiavi nel mondo, nuove schiavitù si affermano, orribili e subdole. La lotta della libertà contro il Potere non è mai finita.

D. Ha avuto modelli?

R. I grandi romanzi di mare, da Melville a Conrad. Poi Hugo. Mentre scrivevo , leggevo ogni tanto qualche pagina della Vita di Alfieri e L’Histoire de la Rivolution Française di Michelet.

D. Perché e come ha scritto questo libro?

R. L’ho scritto perché a un certo momento ho sentito che era necessario per me farlo, per lavorare miticamente su storie e personaggi che avevano assunto ai miei occhi una evidenza allucinatoria. Ho lavorato due anni alla documentazione, dieci mesi a una prima stesura, due a quella definitiva, restando al computer anche quattordici ore al giorno, sinché non vedevo le onde venire fuori dal suo schermo quasi a ghermirmi, a portarmi diritto nel mondo che stavo creando.

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