Incontro con Debra Ginsberg autrice di Mio figlio Blaze ISBN:8850202857

Debra Ginsberg proviene da una famiglia piuttosto eccentrica, che ha sempre considerato il rientrare nella media un segno di inferiorità, perciò nessuno si preoccupa se il piccolo Blaze non ama disegnare ma preferisce attribuire i nomi alle diverse sfumature di colori e a cinque anni sa distinguere i generi musicali e le voci dei cantanti, con una predilezione per il jazz. I problemi iniziano il primo giorno di scuola, quando la maestra riporta Blaze a casa, dichiarandolo inadatto a stare con gli altri perché si rifiuta di usare le forbici, di stare in fila, di mettersi in cerchio. Da quel momento Debra viene travolta da mille consigli offensivi di insegnanti senza tatto, dalle diagnosi incoerenti di medici e psicologi, dall’abisso che avverte tra il modo in cui le maestre vedono Blaze e il modo in cui lo conosce lei. Ma, tra rabbia e lacrime, questa mamma single non perde mai di vista che lo scopo della sua vita è il benessere di suo figlio, e si rende conto che le domande a cui ha dovuto rispondere un’infinità di volte (Ci sono state complicazioni durante la gravidanza? Aveva il cordone ombelicale intorno al collo? Quanti giri?) non sono poi così importanti, mentre è fondamentale chiedersi: il tuo bambino ti ha guardata quando è nato? Hai visto la sua anima? L’hai sentita cantare? È questa la vicenda raccontata da Debra Ginsberg in Mio figlio Blaze, e ne abbiamo parlato con lei.

D. In tutto il suo racconto si percepisce una domanda di fondo: qual è il confine tra normalità e diversità, tra originalità e patologia? Lei si è data una risposta?

R. Non so se esiste una risposta precisa a questa domanda. Da un lato la nostra è una società che trae profitto dalla diversità e dall’individualità, ma, da un altro, se qualcuno devia troppo da ciò che è considerato la norma, reagiamo con paura e, nel caso dei bambini, ricorriamo subito alle cure. Tendiamo addirittura a considerare l’infanzia come una patologia e finiamo per trattarla come tale. Quindi, mi chiedo, come facciamo a sapere che cosa è normale se vediamo tutti i comportamenti come manifestazioni di problemi più profondi?

D. Quali mondi le ha fatto scoprire un figlio speciale come Blaze?

R. Mi ha insegnato tantissimo sulla fiducia. Grazie a lui ho imparato ad avere fiducia nella mia capacità di giudizio come genitore e ad avere fiducia in lui. Quando le cose andavano molto male per noi, Blaze è stato capace di mostrarmi quanto fosse importante credere in lui.

D. L’esperienza scolastica è stata negativa, e medici e psicologi sembrano non essere stati di grande aiuto: che cosa si può fare, secondo lei, per bambini che hanno regole diverse da quelle della società e delle istituzioni?

R. L’importante è sapere che non esiste un solo modo di imparare. Blaze è un bambino intelligente e può essere istruito, ma non apprende nel modo tradizionale e non può inserirsi in una struttura didattica rigida e precostituita. Per me è fondamentale che Blaze comprenda le regole sociali, perché non viviamo da soli su questo pianeta e dobbiamo trovare un posto nella nostra società, e so che a dover cambiare non sono queste regole, ma il metodo per comprenderle. Molti bambini hanno stili diversi di apprendimento, e la scuola dovrebbe rendersi conto che i metodi che funzionavano venti o tren’anni fa, oggi non valgono più.

D. Oggi quanti anni ha Blaze? E com’è la sua vita?

R. Ha 15 anni. Quest’anno sono riuscita a iscriverlo a una scuola privata che si occupa di bambini con intelligenza al di sopra della media e che offre una grande varietà di proposte didattiche, cercando di creare per ogni bambino la tecnica di insegnamento più adatta. Questo ha avuto un grande effetto su Blaze: si diverte e impara, si sente più sicuro circa le proprie capacità e lo dimostra nei suoi lavori; dal punto di vista scolastico, quindi, sta andando davvero bene e, poiché la scuola è molto piccola, si sta facendo qualche amico e quindi matura anche socialmente. In questo ambiente è più felice di quanto lo sia mai stato prima.

D. Perché ha deciso di raccontare la sua storia?

R. Quando Blaze ha iniziato ad andare a scuola e io mi sono trovata sommersa dai problemi con lui e con il sistema scolastico, ho cercato un libro che potesse offrirmi una guida verso le problematiche che dovevo affrontare. Ma non ne ho trovato nemmeno uno e mi sono sentita molto sola e isolata nelle mie relazioni con la scuola, i medici e altri professionisti. In parte, quindi, ho voluto riempire la lacuna che ho trovato in letteratura e creare un’opera che io stessa avrei trovato utile. Ma, ancora di più, volevo essere d’aiuto ai genitori che stavano vivendo le mie stesse esperienze: spero davvero di esserci riuscita.

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