Nel suo nuovo romanzo, "Un marito", Michele Vaccari racconta un amore radicale, che sopravvive alla ferocia della realtà. I protagonisti, Patrizia e Ferdinando, dopo anni di duro lavoro senza un giorno di ferie, decidono di concedersi la prima breve vacanza a Milano. Ma quell'unico giorno diverso segna l'inizio di un cambiamento inevitabile, quello da cui cercavano di salvarsi da tutta una vita... - Su ilLibraio.it un estratto

Michele Vaccari, nato a Genova nel 1980, già autore di Italian Fiction (2007), Giovani nazisti e disoccupati (2010), L’onnipotente (2011) e Il tuo nemico (2017), torna in libreria per Rizzoli con Un marito, un romanzo dove l’amore non si arrende al tempo, all’ordinario e alla separazione. Nel suo nuovo libro Vaccari, che dirige la collana Altrove di Chiarelettere, racconta infatti un amore radicale, che sopravvive alla ferocia della realtà.

I protagonisti di Un marito, Patrizia e Ferdinando, sono sposati e gestiscono una rosticceria in un quartiere periferico di Genova. Lui si occupa dei conti e della vendita, lei governa la cucina. Dopo anni di duro lavoro senza mai un giorno di ferie, e serate di stanchezza in cui un gesto, una parola o un dettaglio bastano, tuttavia, a ridestare i perché dell’amore, i due decidono di concedersi la prima, piccola vacanza al di fuori di quella periferia che, seppur ruvida e alienata, li ha protetti dalle illusioni del mondo esterno. Patrizia e Ferdinando andranno a Milano, ventiquattr’ore di puro svago, andata e ritorno col treno e in tasca la mappa della città. Ma quando arrivano in piazza Duomo, ancora storditi e impacciati per la lontananza da casa, una bomba esplode sotto la cattedrale: un attentato terroristico che si lascia dietro una scia di fumo, paura e caos. Quell’unico giorno diverso segna l’inizio di un cambiamento inevitabile, quello da cui cercavano di salvarsi da tutta una vita…

michele vaccari un marito

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un capitolo:

Marassi è forse l’unico quartiere del pianeta in cui, per toglierti ogni illusione, lo stadio e il carcere si trovano nella stessa via, uno di fronte all’altro. Un giorno Ferdinando era passato di lì con suo nonno; era pomeriggio, era un seienne, era in bicicletta; in via Mandoli avevano finito i lavori per la ristrutturazione di un tratto di strada spaccato dal Torrente che invade sempre da sotto, così che in bicicletta, finalmente, ci si sarebbe potuti andare senza la paura delle auto che ti facevano finire nell’alveo.
«Passiamo di qui che facciamo prima» gli aveva detto il nonno, tirandolo quasi per il manubrio e introducendolo alla via che passava in mezzo tra la galera e il Luigi Ferraris.
Ferdinando era già abbastanza basso, ma l’imponenza delle due architetture, entrambe contese in uno stile tra Le Corbusier e il postatomico, lo avevano fatto sentire un organismo acquatico infinitesimale, destinato a fare da aperitivo a quelli che gli parevano due giganti dei mari. Al cospetto di quei colossi, provava deferenza, una deferenza infantile: si sentiva soggiogato da quelle fortezze che, al di là dell’aspetto, in realtà non avevano nient’altro di minaccioso. Quella domenica di Marassi deserta, rotta dalle urla belluine dei distinti, lo fece crescere in un attimo. Era paranoia, ma allora non sapeva si dicesse così; quello stare sempre sulla difensiva, con i contro che prevedeva, ebbe la sua prima manifestazione in quei secondi di infanzia. Cresciuto tra vecchie mulattiere, che conservavano nel nome il loro senso d’appartenenza al bestiale (salita dell’Aquila, via del Camoscio, via della Pantera, piazza della Scimmia), Ferdinando, da quando l’amore per Patrizia l’ha riportato alle sue radici, ha visto risorgere dentro di sé un attaccamento ferino a quella Marassi verso cui ha provato per tutta la vita solo la più profonda delle repulsioni. La stessa repulsione attrattiva che, ancora oggi, lo fa scrutare verso quella massa di riottosi alla ricerca di qualche conterraneo di quartiere.

Patrizia controlla nella borsa di avere il portafogli chiuso. Ferdinando crede di poterle leggere nel pensiero. Mentre lei si appresta a tirare a sé la maniglia della portiera, Ferdinando esce dall’abitacolo della sua Panda Café con un balzo, cui Patrizia risponde con un’occhiata perplessa. Ferdinando sta seduto comodamente sul cofano.

«Mi sembra il momento giusto di uscire dall’auto, quando arrivo. Ti lascio cinque minuti e già mi diventi un fan del tafferuglio di strada?»

Ferdinando fa un rapido movimento con le mani, simile a un battito d’ali, e col dito sulla bocca mima a Patrizia una smorfia.

«Non ti sto chiedendo di chiamare la polizia perché figurati. Ma almeno puoi dimostrare un po’ di civiltà? Altrimenti andiamocene. Mi sembra atroce stare qua… »

Ferdinando ritorna docile alla macchina.

Patrizia entra nell’auto, si siede e tira fuori il suo quaderno con le ricette e le cose da comprare. I filoni. Doveva ricordarsi di passarli a prendere. Chissà se il pastore era stato di parola. E se a mentire era stato il macellaio? La cima non era cima senza i filoni. Ferdinando mette in moto mentre Patrizia stila l’ordine di cottura delle pietanze che dovrà incominciare a preparare da lì a qualche minuto: arrostire i peperoni sulla fiamma, triturare le noci, pulire il basilico, tirare fuori dal freezer i polpi o trovare un’alternativa, magari uno zimino con i bacilli. Chiude il taccuino.

«Cos’hai?» Ferdinando non risponde.

«Sembra che ti hanno tagliato la lingua. Quando è successo?»

«Mi sono solo un po’ annoiato.»

«E?»

«E niente. Ho visto quelli che si pestavano. Mi facevano schifo ma… »

«Volevi andarli a vedere.»

«Lo sai come sono. Io invece non ne sono più così sicuro» dice prendendo il giallo al semaforo ed entrando nella galleria di Borgo Incrociati.

«Hai bisogno di darti una calmata» dice Patrizia.

«In generale o nello specifico?» chiede Ferdinando, con tono sarcastico, come a tentare di sdrammatizzare ma alzando la posta in gioco.

«Fai poco lo scemo e pensa a guidare. C’ero anch’io quando hai preso il giallo. Cosa abbiamo detto sul giallo? Oggi come pensi di comportarti coi clienti? Non avrai mica intenzione di fare figure di emme con i clienti? Metà sono pure dei vecchi. Voglio il mio Ferdinando che fa paura solo alle formiche.»

«Mi hai chiesto cosa avevo e te l’ho detto.»

«Sono i cinquanta che arrivano: mi vuoi dire questo? Ho visto un film con dei surfisti. Uno a un certo punto fa: mi voglio sentire vivo, mi devo sentire vivo. È tutto qui?»

«Ho avuto solo un secondo in cui ho pensato che magari cambiare, essere un altro, non sarebbe stato così male. Magari mi godrei di più chi sono. Forse mi ammazzerebbero, forse guarderei le cose in un altro modo. Il vecchio Ferdinando sempre uguale a te non rompe mai le balle?»

«Ti ho sposato per questo. Perché eri l’unico tra tutti che avesse qualche probabilità di restare per sempre come l’avevo conosciuto.»

«Da qualche parte devo esplodere. E tu vacanze non me ne fai fare.»

«Disse lo studente imbronciato.»

«Ho un compleanno difficile tra un po’, su questo hai ragione. Potresti darmi una mano, che ne pensi? Vorrei staccare. Mi fa strano anche dirlo, l’ho sentito tante volte, da chiunque, almeno una volta al mese negli ultimi quattro anni. “Meno male che adesso stacco per una settimana.” “Se non stacco mi sparo.” Sono cinquanta quest’anno, meglio che stacco prima che mi prenda un colpo. Cinquanta, Patrizia. Lo credevi?»

«Non è quello che penso io che conta. La rosticceria decide per noi. Sai come funziona. Lei comanda, noi obbediamo. Lo abbiamo scelto, non possiamo tornare indietro adesso. Siamo i suoi monaci. La domenica non puoi andare da nessuna parte se poi hai martedì mercoledì e via dicendo che devi stare chiuso là dentro a prendere i soldi che ti servono per darli a chi te li ha prestati.»

«Ci sono anche tipo quelle cose che chiamano ponti per le ferie. Non so se hai presente.»

«Fammi pensare. No, mi spiace. Non li conosco.»

«Allora se permetti.»

«Parcheggia, cretino.»

«Vorrei mi prendessi sul serio. Voglio farmi un regalo. Possiamo?»

«Ricordami i filoni. I piselli li hai presi tu? E dove vorresti andare?»

«Voglio sentirmi importante, per una volta. A te tutti ti fanno i complimenti. A me mi guardano e mi fanno i complimenti per te. È una vita frustrante.»

«L’isola di Navassa. La conosci? Gli haitiani hanno sempre bisogno di mani forti e facce sorridenti. Hanno soldi a palate per te. Sono i re del guano. Vedrai come ti andrebbe meglio col guano.»

«Una vita che non conosce pause. Ti sembra normale?»

«Dài, la smetto e faccio la seria. Ecco la proposta, non ci rifletto nemmeno, guarda. Sette e otto dicembre, così ci attacchiamo il nove per tornare a casa, intanto è lunedì. Che ne pensi?»

Mentre parlano, Ferdinando ha messo la freccia e ha parcheggiato. Una volta smontati dall’auto, si dirigono quasi in contemporanea al portellone posteriore. Lei tira fuori le sporte, mentre lui le sposta davanti alla serranda. L’orologio comunale suona le sette e mezza. Ferdinando pensa che dovrà fermare il ragazzo che passa con il secchio e il grasso. I cardini stanno incominciando a gracchiare. Quand’è stata l’ultima volta che li ha fatti ungere?

«Guarda se c’è posto anche per il camion del pesce. Arrivano tra dieci minuti, se sono in orario.»

«Sono quasi emozionato. Due giorni senza te che cucini, senza me che faccio il domatore di belve. Londra? Londra possiamo vederla. Non possiamo non vederla.»

Il cigolio della saracinesca riporta entrambi alla realtà commerciale penitenziaria che condivideranno nelle dieci ore a venire. Patrizia entra nel locale ancora buio. Un trapezio di luce crea un guado nell’oscurità. Lo segue, fino a perdersi nel nero delle cucine.

(continua in libreria…)

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