Incontro con Michael Cox autore di Il significato della notte ISBN:8830423084

Il romanzo d’esordio di Michael Cox, già un caso letterario in molti paesi, è un raffinato omaggio alla letteratura vittoriana, i cui temi sono rivisitati con una sensibilità e un’abilità di scrittura non comuni. Il significato della notte è un thriller – non mancano omicidi e colpi di scena – ma anche un mirabile affresco di un’epoca che continua ad affascinare i lettori contemporanei. Il protagonista, nonché voce narrante, ha nomi differenti e personalità plurime. Conosciuto da alcuni come Edward Glyver, da altri come Edward Glapthorn, ha un unico obiettivo: vendicarsi. La sola cosa che conta per Edward è abbattere il suo acerrimo nemico, l’acclamato poeta Phoebus Daunt, reo di aver ordito ai suoi danni la più atroce delle macchinazioni. Abbiamo rivolto alcune domande all’autore.

D. Il significato della notte ha richiesto quasi trent’anni di lavoro. Quali sono le ragioni di una gestazione così lunga?

R. Per parecchio tempo non mi sono sentito in grado di mettere per iscritto le mie idee. Non sono uno scrittore professionista e non è dunque stato semplice far confluire nella trama il materiale raccolto per decenni. Poi, da quando ho cominciato a perdere la vista per una grave malattia, mi si è incollato addosso un senso d’urgenza cui non ho saputo resistere. Vinti gli indugi e ritiratomi dalla professione di editor per via del cancro, mi sono gettato a capofitto sul progetto, acquistando col tempo una crescente fiducia nei miei mezzi. Scrivere è anche una questione di fiducia, un fatto di testa non meno che di tecnica. È stata una fatica immane, ma anche grazie all’aiuto della mia famiglia, ho superato tutti gli ostacoli.

D. Il significato della notte è un libro fatto di libri: quasi a ogni pagina ci s’imbatte in riferimenti intertestuali, allusioni più o meno esplicite a opere e scrittori. Condivide la passione bibliofila di Edward Glyver e dei suoi amici collezionisti?

R. I libri sono da sempre una mia passione. Ne possiedo tanti, ma non sono un accanito bibliofilo: non ho l’atteggiamento tipico del collezionista che ama il libro in quanto manufatto e oggetto d’arte. Glyver è più esperto di me. È affascinato dal sapere, ma anche dal libro in sé, dalle legature di pregio, dalla qualità della stampa. Non è soltanto un egocentrico calcolatore, assetato di vendetta. La sua passione bibliofila è pura, disinteressata. Del resto, anche nel disperato tentativo di riprendere possesso della sua identità, l’amore per la conoscenza ha un ruolo decisivo: Glyver è consapevole del fatto che, se riuscirà a far valere i propri diritti di nascita, potrà diventare proprietario della biblioteca più grande d’Europa. È una figura tragica. Se il destino non gli si fosse rivoltato contro, sarebbe forse diventato uno studioso di fama.

D. Il concetto di destino attraversa l’intero suo romanzo. Glyver ha molte manie – i libri rari, il laudano, le donne – ma nulla sembra ossessionarlo tanto quanto il “Mastro Ferraio”, personificazione del Fato, che popola i suoi sogni, condizionandone l’agire. Lei crede nell’esistenza di un Mastro Ferraio – per utilizzare la sua metafora – capace di plasmare i singoli destini? Ha mai avuto l’impressione, alla luce delle sue esperienze, che la stesura del romanzo fosse, per così dire, “ineluttabile”?

R. Un argomento interessante, non mi è mai stato chiesto nulla del genere. Riflettendoci, non posso che rispondere affermativamente. Diverse circostanze, nel bene e nel male, sembrano aver congiurato perché il libro vedesse la luce. Inoltre, il fatto di averci lavorato sopra per tanto tempo è una spia importante della mia personalità. Forse non mi definirei “ossessionato” come Glyver, ma ho dimostrato senza dubbio una costanza incredibile. Non ho saputo darmi pace, finché non l’ho portato a termine.

D. Gran parte del fascino del romanzo è legato all’ambiguità della voce narrante che sa essere, al contempo, suadente, tagliente, vera o menzognera. Essa si presenta al lettore nel peggiore dei modi, con il racconto dell’omicidio perpetrato ai danni di un innocente, scelto a caso nella moltitudine. Che cosa l’ha spinta a ritrarre Glyver subito sotto una cattiva luce?

R. È stato un rischio, lo ammetto, ma un rischio che valeva la pena correre. Non ho reso un buon servizio al mio personaggio, raffigurandolo, già nel capitolo iniziale, come un assassino. D’altra parte non era mia intenzione servirmi di un “eroe”; anzi, non volevo in alcun modo che il lettore solidarizzasse con lui. Peraltro Glyver appare inizialmente lucido e padrone delle sue azioni, quando in realtà è sull’orlo della follia. Soltanto alla fine, dopo il lungo flash back, si acquisiscono le informazioni per vedere tutto nella giusta prospettiva. Ho deciso di cominciare dal fondo – l’omicidio dell’ignaro passante avviene cronologicamente al termine della vicenda – perché mi sembrava sul piano narrativo una scelta vincente. Il lettore si pone subito mille domande. Che cosa spinge il protagonista a compiere un gesto così malvagio e gratuito? La mia idea era produrre uno shock e compiere poi un viaggio a ritroso per spiegare le circostanze che avevano determinato quei drammatici sviluppi.

D. La letteratura vittoriana gode ancora di grossa fortuna. Come spiega il perdurare nel tempo del suo fascino?

R. Quel periodo coincide con la grande stagione del romanzo; parliamo di un’epoca in cui esso si avvia a diventare una forma letteraria compiuta, al termine di un processo iniziato nel XVIII secolo. Nell’Ottocento c’è moltissima narrativa. Ci troviamo di fronte a una mole enorme di opere di forte interesse sia per il lettore medio che per l’accademico. Una ragione del suo fascino è la combinazione di aspetti familiari ed estranei. Provo a spiegarmi meglio. Le differenze tra i due periodi balzano subito all’occhio, ma non dimentichiamoci che potremmo avere nonni e bisnonni vissuti sotto la Regina Vittoria. Prendiamo in considerazione le foto dell’epoca. Sono così diversi gli abiti o le strade trafficate? Fenomeni come l’urbanizzazione, l’industrializzazione, l’inquinamento non cominciavano forse a mostrare i primi effetti sull’ambiente? Per questo parlo di combinazione tra distanza e vicinanza, familiarità ed estraneità. I romanzi vittoriani offrono poi ai lettori una cospicua varietà di temi e sono costruiti in modo perfetto. Dickens e Collins erano straordinari creatori di intrecci.

D. Con Il significato delle notte ritiene di aver soddisfatto tutte le sue curiosità intellettuali oppure ha in serbo altre storie?

R. All’inizio dell’anno mi sono chiesto se Il significato della notte sarebbe stato l’unico mio romanzo. Poi oltre venti editori ne hanno comprato i diritti, infondendomi grande fiducia. Così, a maggio, mi sono messo a scrivere il sequel. È stato più facile di quanto pensassi. Sono partito da un’idea di trama suggeritami da mia moglie e a tempo di record il secondo romanzo ha acquistato una sua fisionomia. Il mio atteggiamento ora è cambiato. Non mi sento più uno scrittore per hobby, ma un professionista che macina circa mille pagine al giorno.

Intervista a cura di Marco Marangon

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