"Fame e lacrime, riso e vino nero per tutti! Avvicinatevi! Avvicinatevi, prego, non perdete questa occasione per ubriacarvi di parole!". Il venditore di metafore di Salvatore Niffoi è giunto in piazza e ha alcune cose da dirci... -Su ilLibraio.it un estratto dal nuovo romanzo dello scrittore sardo

Agapitu Vasoleddu, in arte Matoforu, si toglie la berritta, si fa il segno della croce, sale su uno scrannetto di sughero e comincia a raccontare. Chi è costui? È il protagonista de Il venditore di metafore (Giunti) di Salvatore Niffoi, che torna a tre anni dall’uscita del suo precedente romanzo, edito Feltrinelli, La quinta stagione è l’inferno.

Agapitu se ne sta in mezzo alla piazza e promette avventure. “Storie per grandi e piccini, mille storie in una sola, tutto il mondo in punta di parola!”, dice. Parla del becchino che sta per andare in pensione; di Juvanna Gravegliu con la paura dei topi, di Tziu Ascanio Imbonora che da contadino vuol farsi pastore, e di Aloino Conca  ‘e Tavedda, inventore della ‘macchina cancellapeccati’. Storie in cui si alternano la beffa e il racconto fantastico, il realismo magico e l’horror, il sesso e l’amore, la bestemmia e la preghiera, il tutto ambientato nella sua Sardegna, terra amata e odiata, isola e microcosmo, laboratorio dell’intera umanità.

Niffoi, nato a metà del secolo scorso, ne Il venditore di metafore riflette sul concetto di narrazione: viviamo in un mondo in cui tutto è narrazione, il che significa che non lo è niente. La fiction ha un sapore artificiale, e l’autore propone di ritornare a sentire il gusto autentico del racconto, di quando le storie non servivano solo, letteralmente, a divertire il lettore, ma anche ad alleviare un peso insostenibile, quello della fatica di vivere. Niffoi esordisce nel 1987 con Collodoro (Solinas, poi Adelphi). Tra le sue opere: Cristolu (Il Maestrale), La leggenda di Redenta Tiria (Adelphi), La vedova scalza (Adelphi, con il quale ha vinto il Premio Campiello), Ritorno a Baraule (Adelphi), Pantumas (Feltrinelli).

“Fame e lacrime, riso e vino nero per tutti! Avvicinatevi! Avvicinatevi, prego, non perdete questa occasione per ubriacarvi di parole!” Non resta che seguire le parole di Matoforu, dunque.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un estratto:

Juvanna Gravegliu da piccola aveva paura dei topi. Ogni volta che ne vedeva uno si cancarava tutta, come se le fosse caduta addosso la punta del monte di Sos Regnos Artos. Per sua disgrazia, di quelle bestie col pelo grigio e la coda lunga un palmo, in tutto il paese di Soricaris e nella casa del vicinato di Bombitaludu dove abitava, ce n’erano da riempire a sacchette. Nella stalla, che si trovava sul limitar del cortile e sboccava con i suoi liquami in un cespugliame di rovi e caprifico, l’esercito dei topi aveva stabilito il suo quartier generale. Da lì partivano, in coppia o in fila come chierichetti, con le loro incursioni nella cucina o in cantina.

La casa di Juvanna Gravegliu e di mama Tamburiana Sonagliu era tutta lì, in quei due ambienti bui, più un piccolo isostre tavolato dove le due donne salivano arrampicandosi a uno scalandrino in olivastro per andare a dormire sulle stuoie. La facciata, invece, Tamburiana l’aveva fatta tinteggiare di un bel giallo paglia, aggiungendo alla calcina un pugno di  fiori di calendula e pochi stimmi di zafferano agreste. Davanti al portale d’ingresso, che con la sua minuscola grata infiluerrata somigliava a quello di una clausura, aveva sistemato due mezze botti rovesciate e piene di terriccio, e lì, quando era stagione, fiorivano i convolvoli, che abbellivano la casa con le loro campanule colorate.

La cantina, in cui tenevano le scorte di cibo, in realtà era quasi sempre vuota, e madre e figlia, in tutte le stagioni, la usavano praticamente solo come lavatoio per le loro quotidiane abluzioni corporali. Conservavano l’acqua in un vascone di pietra e la prelevavano ogni volta a piccole dosi con un mestolo di legno e un barattolo arrugginito. Una volta al mese si spidocchiavano e si pettinavano a turno, riordinando i capelli neri e lucorosi in una lunga trina che poi accrocchiavano sulla nuca come un serpente in letargo.

Nella cucina c’era un treppiedi in ferro battuto sopra un fochile di argilla cruda pestata e mischiata con sabbia di fiume, un tavolinetto di legno morsicato sui bordi da un asino, due scrannetti di ferula, qualche piatto smaltato, alcune stoviglie di rame, un paiolo di terracotta, un trancio di lardo rancido che dondolava appeso all’incannucciato e tre barattoli di sughero, uno pieno di salippa, l’altro di polvere di carbone e il più piccolo di pepe nero in grani.

Quando capitava che in cambio della sua carne qualche cliente le portasse mezzo capretto puzzolente o uno spino di maiale verminato, mama Tamburiana imbrastiava tutto con il sale e la polvere nera, per togliere i vermi e quel limo bianchiccio che sapeva di peste imminente, poi schiacciava i grani di pepe e ce lo spolverava sopra per dare sapore.

La madre di Juvanna Gravegliu i clienti l’avevano soprannominata Tamburiana, perché si diceva avesse il ventre duro come un tamburo per via dei contropancia che le imponeva il mestiere. I più affezionati, quasi tutti appartenenti alle umili professioni, quando si incrociavano nel vicinato di Bombitaludu, si scambiavano battute poco eleganti.

«Cosa stai, andando a suonare il tamburo?»

«Oggi già sei spapillo, si vede che hai suonato il tamburo!»

Tamburiana Sonagliu si era scelta il mestiere della puttana più per bisogno che per vocazione. Quando era rimasta orfana, aveva dovuto decidere se fare la serva o la bagassa, e lei, che aveva vent’anni, ci aveva pensato sopra anche poco. “Scegliere per scegliere, se devo fare la serva, la faccio almeno coricata su una stuoia!”: così si disse per consolarsi, come fanno da sempre le malfatate di questo mondo.

Con il tempo, però, si abituò alla beozia e diventò schiava, oltre che degli uomini, anche del vino. Non smise di bere e di darsi neppure quando nacque Juvanna, che era tanto bella da meritarsi, già prima del battesimo, il soprannome di Gravegliu, garofano. Aveva ripreso il mestiere che stava ancora allattando e, quando era poco, si tracannava un fiasco di vino al giorno. Per sei mesi, Juvanna ciucciò latte e vino. Forse per questo sorrideva sempre e aveva quella carnagione chiara, vampata appena da un velo rosato.

Nella stalla dove Tamburiana e Juvanna facevano i bisogni e in cucina, intorno al fochile, i topi erano sempre in libera uscita, non si nascondevano e non scappavano nemmeno di fronte ai mugugni dei clienti più maldestri e rumorosi. Erano così prepotenti e disinvolti che, in un angolo vicino all’unica finestra, arrivarono a costruirsi una rustica dimora di foglie, erbacce, stracci e una strana lanugine bianca.

Juvanna crescendo aveva smesso di ridere e viveva nel terrore di quegli ospiti invadenti. Non riusciva ad abituarsi a quelle bestie silenziose che si arrampicavano sulle pareti lasciando ovunque piccoli chicchi di roba scura. La poveretta vedeva topi dappertutto: nel minestrone, sugli alberi, in cielo, nei sogni. Mama Tamburiana Sonagliu non sopportava che quella figlia che stava ormai per farsi femmina avesse ancora una paura così infantile. Molte volte, quando si ubriacava fino a scacariolarsi addosso, la chiudeva per tutta la notte nella stalla, insieme alla capretta che tziu Attiliu Chimbevrancos, uno dei pochi proprietari grandi che la cercava un paio di volte al mese quando la moglie era disturbata, aveva regalato alla bambina. Nel buio più triste, quando la paura diventava cosa viva e al cuore mancava il sangue per battere, Juvanna si abbracciava alla capretta e, ogni tanto, per zittire i topi che squittivano e saltellavano come se avessero il singhiozzo, dava quattro colpi per terra con un bastone.

Attiliu Chimbevrancos cercava la madre, ma avrebbe tanto voluto la figlia. Si era innamorato dei suoi capelli lucidi come ali di corvo e per poterli accarezzare almeno una volta avrebbe dato tutte le sue bestie e anche di più. Quando la madre scoprì le intenzioni di quel maiale, scannò la capretta e gliela lasciò appesa al battente della porta. In punta di dito ci aveva tracciato sopra una croce con il sangue e lo aveva avvertito con queste parole:

«Si toccasa sa pitzinna ses ja mortu, bruttu burdu codditortu!».

Così Juvanna Gravegliu rimase di nuovo sola con il buio e i suoi rumori che lentamente la stavano trasformando in una statua di ossa e pelle. La notte che strillò perché un topo più spavaldo degli altri le aveva addentato la pianta del piede, la madre se la prese a male. Era tempo di fiera e si stava dando a un mercante di bestiame che per lo spavento se n’era andato a pantalones in carrones e senza pagare.

Le disinfettò la ferita con l’aceto e la mandò a dormire sulla stuoia. Appena Juvanna Gravegliu chiuse gli occhi stremata dalla paura, mama Tamburiana ne approfittò per cercare una di quelle bestie pelose a mani nude, l’afferrò a mungitura fino a soffocarla, come usava fare con certi clienti abilloddati, e poi risalì nell’isostre dove riposava la figlia. Gliela infilò tra la coperta di lana grezza e la stuoia. Juvanna si svegliò con un urlo che lo sentì tutto il vicinato di Bombitaludu. Da quel preciso momento smise di temere i topi e iniziò a odiare la madre, fino a pensare di ucciderla nel sonno: le avrebbe schiacciato la testa con una pietra, tagliato la gola con la lipuzedda che teneva nascosta sotto i lamoni della stalla, aperto il petto con la scure.

(continua in libreria…)

 

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