Dopo “La cronologia dell’acqua”, memoir del ’22 da cui è stato appena tratto un film, la scrittrice statunitense Lidia Yuknavitch ritorna a parlare del rapporto tra linguaggio e acqua in “Leggere le onde”. E lo fa in quello che diventa, a tutti gli effetti, un anti-memoir, un testo in cui la frantumazione dell’io non equivale a una cancellazione, bensì a una dispersione di sé nel grande oceano della memoria collettiva. Il libro rievoca i diversi traumi e dolori dell’autrice, cercando di processarli non attraverso “la trama di ciò che successe”: lo scopo è quello di “trovare il cuore della storia al di sotto…”
Cos’hanno in comune il linguaggio e l’acqua?
A questa domanda la scrittrice statunitense Lidia Yuknavitch aveva già risposto ne La cronologia dell’acqua, memoir di culto pubblicato nel 2022 e da cui è appena stato tratto un film con la regia di Kristen Stewart: “Il racconto di una vita – scriveva – non segue nessun ordine. Gli avvenimenti non rispondono al rapporto di causa ed effetto come vorremmo. È tutta una serie di frammenti e ripetizioni e trame”.
Così come l’acqua scorre ed è sempre diversa da sé stessa, anche le storie si muovono, si frantumano per poi ricomporsi, si dispongono e si ridispongono, e proprio in quel movimento si apre la possibilità di tracciare un significato.

La rinuncia a una narrazione lineare
Questa idea della narrazione come moto incessante e continua trasformazione, già presente ne La cronologia dell’acqua, viene portata alle estreme conseguenze nel nuovo libro dell’autrice, Leggere le onde, appena pubblicato da nottetempo nella traduzione di Alessandra Castellazzi.
Yuknavitch torna sulla propria biografia, affrontando nuovamente il passato segnato dagli abusi del padre, dall’alcolismo della madre, dalle proprie dipendenze, dalla perdita della figlia, dalle relazioni sentimentali in cui vita e morte sono sempre intrecciate.
Lo fa, tuttavia, rinunciando in maniera ancora più radicale a una narrazione lineare: “La mia intenzione”, dichiara nel capitolo introduttivo, “è leggere alcuni episodi della mia vita non come fatti, ma come finzioni, come storie che si sono innestate nel mio corpo”.
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Il corpo – con tutte le esperienze che porta impresse – diventa una sorta di libro che l’autrice prova a leggere e a restituire sulla pagina attraverso il moto ondivago della memoria. Tornando sugli stessi traumi, sulle stesse immagini, sugli stessi simboli, sugli incontri e sugli errori, le interpretazioni cambiano, gli schemi si sfaldano, il passato si trasforma e si riorganizza: ciò che prima appariva soltanto come dolore diventa compassione, desiderio, gioia, persino meraviglia.

La rinuncia al memoir e una “metamorfosi narrativa” per il suo “passato incarnato”
Yuknavitch rinuncia così al memoir per offrire al lettore uno spazio di “metamorfosi narrativa“. Guarda alle storie che porta nel corpo, al suo “passato incarnato“, prova a cambiare punto di vista, a spostare temi e immagini in primo piano, ad avanzare come nei sogni – per associazione, condensazione e slittamento.
Nuota nell’oceano della memoria per rendersi conto che certe storie ci appartengono e insieme non ci appartengono, che il loro regno è una sorta di “campo magnetico che esisteva prima della nostra nascita ed esisterà dopo la nostra morte”. Soprattutto, cerca di costruire una narrazione di sé capace di allentare la morsa del dolore senza cancellare le esperienze e i lutti che l’hanno formata.
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Il poster del film tratto da La cronologia dell’acqua
Lasciar andare una storia – sembra dirci – non è più facile che lasciar andare una persona. Sono diverse le persone e le storie che Yuknavitch prova ad affidare alla “terra buona” della letteratura, tornando senza sosta sulle loro immagini, sui luoghi che le custodiscono e sui ricordi che ancora la legano a loro.
Il primo corpo: Devin
Il primo di questi corpi è quello di Devin, grande amore dell’autrice, morto ormai più di dieci anni fa dopo essere caduto da una gru mentre era ubriaco: non è chiaro se si sia trattato di un incidente o di un suicidio. “Nel mio corpo, dov’è che ho tenuto la sua morte per tutto questo tempo?”, si domanda Yuknavitch, mentre rievoca gli anni trascorsi insieme alla scuola di specializzazione, quando studiavano letteratura, arte e performance e vivevano l’arte come un’esperienza totalizzante.
L’aveva conosciuto in un momento di “lutto e psicosi”, subito dopo la perdita della figlia, morta il giorno stesso della nascita.
Devin entra nella sua vita con un carico di rabbia altrettanto potente, ed è per questo che si riconoscono: il loro amore non può che essere distruttivo.
“Solo adesso mi accorgo che la violenza stava nelle storie d’amore distese davanti a noi prima ancora della nostra nascita. Impossibile sopravvivere”. Ma ciò che interessa a Yuknavitch non è raccontare i dettagli di quella relazione o la spirale autodistruttiva che ha portato Devin all’alcolismo e forse al suicidio. Vuole piuttosto scavare sotto quella storia alla ricerca della sua “sostanza”, trovare in quel luogo di morte e distruzione gli “scorci di arte e di cuore” e riorganizzare la memoria attorno a essi, riappropriarsi della narrazione.
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Così il suo corpo si alleggerisce del peso del cadavere di Devin e lascia spazio a una storia diversa: quella in cui riesce a separarsi da un amore distruttivo e dall’alcol, incontra i libri e le parole delle autrici che le salvano la vita, incontra la scrittura e sceglie la vita invece della morte. Ora che è riuscita a raccontarla da una nuova prospettiva, può guardarla muoversi tra le onde e sentirsi più leggera.
Il secondo corpo: quello della madre
Un altro corpo che l’autrice depone tra queste pagine è quello della madre, nata con una gamba più corta dell’altra. “Nella mia famiglia riproduciamo il corpo femminile malforme. La nostra storia di madre-figlia, come la storia di mia figlia, va alla deriva”.
Per avvicinarsi a quel corpo e ricondurre il proprio al suo, Yuknavitch parte da lontano, dal Texas in cui la madre è cresciuta e dal suo rapporto tormentato con quel luogo, segnato fin dall’adolescenza dalla morte e dalla violenza (“il Texas è una macchia dentro di me, come sangue che non puoi cancellare”).
La madre – che iniziò a bere quando la figlia aveva sedici anni, tentò più volte il suicidio e non seppe mai proteggerla dagli abusi del padre – proveniva a sua volta da una famiglia attraversata da piccole e grandi violenze contro le donne. La sua deformazione diventa per la figlia il simbolo di un trauma intergenerazionale che la donna si portava addosso e che le gravava sulla gamba come un peso secolare. Perché spesso, sembra dirci Yuknavitch, i lutti che abitiamo non sono soltanto i nostri.
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Una “cultura di uomini che tengono in vita la storia del danno”
Tra le “onde” di questo libro affiora anche la Fotografa, un’artista visiva trent’anni più grande con cui Yuknavitch intreccia una relazione intermittente, cercando in lei, al tempo stesso, una madre, un’amante e una maestra.
Affiorano poi le relazioni violente che l’hanno segnata: per anni ha creduto che l’amore dovesse necessariamente passare attraverso il dolore, perché suo padre le aveva insegnato proprio questo, e ha continuato a cercarlo in uomini capaci di ferirla, dentro un’intera “cultura di uomini che tengono in vita la storia del danno“. Ma anche qui Yuknavitch sceglie di cambiare prospettiva: la violenza maschile – insiste – non è la storia delle donne che la subiscono e nessuna dovrebbe essere costretta a vivere dentro il racconto di chi le ha ferite.
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Tra i molti legami che il libro prova a rileggere e a trasformare trova posto anche il lutto figurato per il figlio che lascia casa per andare all’università: una separazione difficile per chi ha conosciuto tante morti e tanti abbandoni, ma nella quale l’autrice finisce per riscoprire il dono della solitudine e, al suo interno, il piacere.
Un memoir che diventa un anti-memoir
La scrittura di Yuknavitch trasuda erotismo e lega ancora una volta la sessualità alla metafora dell’acqua. “Non mi innamoro di un genere”, scrive, “L’amore va dove vuole. Sono del parere che il linguaggio debba espandersi in continuazione affinché altre storie possano emergere”. E se, proprio come le storie, anche la sessualità può assumere infinite forme, sono l’energia erotica e il desiderio a connetterci con il mondo intero, con l’intera esistenza.
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È un tema che attraversa tutta l’opera dell’autrice: il contatto con la materia, con la natura, con gli animali e con gli elementi. La sua è una scrittura che reinventa sé stessa per trovare un modo nuovo di stare al mondo attraverso forme che non coincidono necessariamente con la nostra persona. Il memoir diventa allora un anti-memoir, una frantumazione dell’io che non equivale a una cancellazione, ma a una dispersione di sé nel grande oceano della memoria collettiva.
Non sorprende, dunque, uno stile così intenso, evocativo e poetico, ma insieme brutale e crudo, in cui ogni possibilità di trama viene sommersa dal movimento delle onde: le azioni cedono il passo alle immagini, la narrazione alla ripetizione, le descrizioni a improvvisi picchi di intensità.
“Non voglio scrivere la trama di ciò che successe. Voglio trovare il cuore della storia al di sotto“: quel cuore Yuknavitch lo consegna al lettore, sporco di sangue ma ancora palpitante.
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Fotografia header: Lidia Yuknavitch nella foto di Andrew Kovalev