I casi di violenza tra compagni di classe sono frequenti e molti genitori si chiedono perché gli insegnanti non fanno nulla. Ma quando un bambino va a scuola deve arrivarci già con un’educazione alla non violenza che gli permetta di gestire i rapporti con gli altri... - Su ilLibraio.it l'approfondimento della scrittrice, insegnante e blogger Isabella Milani, che si rivolge (anche) ai genitori: "I bambini che si comportano male vivono un disagio che non sanno né gestire né capire. Devono essere aiutati da terapeuti specializzati"

Immaginate un bambino di quattro anni scarsi. Lo avete visualizzato bene? Magari ne avete uno addirittura in casa? Ecco, adesso immaginate che quel bambino, che ha addosso quel profumino che ogni mamma definisce in modo diverso – di biscotto, di pulcino, di dolce, di caramella – si trova in classe con un altro bambino che, per ragioni che fra poco ipotizzerò, lo butta per terra, lo riempie di calci, gli morde un braccio o gli lancia una seggiolina.

Ricevo molte lettere di persone che mi chiedono che cosa possono fare per difendere i loro bambini da altri bambini. E un po’ tutti si chiedono perché gli insegnanti non fanno nulla.


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Per chi non avesse letto, in questi giorni (ma anche negli ultimi anni) sono usciti degli articoli che riguardano episodi di violenza su bambini piccoli da parte di altri bambini piccoli. I genitori delle vittime – furibondi – pretendono che qualcuno faccia qualcosa.

Scrivo per cercare di spiegare perché gli insegnanti non fanno nulla. Nelle nostre scuole si verificano con frequenza sempre maggiore situazioni difficili di questo tipo. Cito gli ultimi due episodi di violenza fra bambini descritti sui giornali:

Seggiolate, morsi, graffi e calci: bambini violenti a scuola, scatta la denuncia.
Un livido in fronte, l’ennesimo. Un colpo di seggiola ricevuto in testa da una bambina […] Raffiche di calci, graffi e morsi, segni di ‘strangolamento’ intorno al collo, seggiolate a distanza anche da richiedere una visita medica per qualche bambino. ‘La scuola ci chiedeva di pazientare in quanto stavano cercando di lavorarci sopra per cercare di risolvere il problema’, proseguono i genitori. Finché s’arriva alla primavera di quest’anno quando durante un incontro con la dirigente scolastica finirono col metterla con le spalle al muro mostrando le foto delle violenze subite dai propri figli. ‘Ci fu risposto che non era possibile introdurre un’altra insegnante per mancanza di fondi e che non ci fossero i presupposti per richiedere l’intervento degli assistenti sociali’.” (Il Tirreno)

‘Troppo irrequieto’, sospeso dalla scuola a 7 anni.
Alla fine, dopo troppi libri dei compagni buttati a terra, diverse matite spezzate e le fughe del bambino lungo le scale, il preside ha scritto alla famiglia di A., 7 anni […]: ‘I comportamenti di vostro figlio, ripetuti, costanti ed ingravescenti, esplosivi, oppositivo-provocatori, sono patologici, da gestire in adeguata sede di cura e non in contesto scolastico’. Nove giorni di sospensione, a sette anni. […] ‘Un giorno’, racconta adesso il preside, ‘mentre la sua compagna di banco festeggiava il compleanno in classe l’alunno ha staccato un fermafogli di alluminio e glielo ha puntato in un occhio. Cercava attenzione, siamo sbiancati’.” (Repubblica.it)

Sembra incredibile, ma non è una cosa eccezionale. E diciamo pure che i bambini e i ragazzi si sono sempre picchiati. Ma il problema, oggi, è che non si tratta solo di zuffe conseguenti a litigi, ma anche di botte date senza ragione o per futili motivi, con l’intenzione di fare male. Sento e leggo molti affermare che la colpa è degli insegnanti che non controllano abbastanza o non fanno nulla per impedire ai bambini e ai ragazzi aggressivi e violenti di fare del male agli altri.

Per capire dobbiamo fare qualche ragionamento, e mi limiterò alle riflessioni sui bambini, perché il problema che tocca i ragazzi più grandi – dalla scuola media in su – è ancora più complesso.


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La prima domanda da porsi è questa: perché un bambino picchia (parlo di morsi, calci, pugni, spinte) un suo compagno, un amico, un bambino sconosciuto?

Intanto – come ognuno può leggere su libri scritti da psicologi e psichiatri – un certo grado di aggressività è normale nei bambini, nel senso che fa parte dei modi per esplorare le relazioni con gli altri: il bambino, per esempio, vuole il gioco di un altro e prova a vedere se strappandoglielo di mano o dandogli una spinta potrà averlo; guarda le reazioni e la volta successiva o si regola di conseguenza o riprova, e così via. Quando mio figlio era piccolo prendeva schiaffi, tirate di capelli e calci da chiunque decideva di prendergli il giocattolo che aveva in mano: non reagiva, guardava il bambino con l’aria di chi pensa “ma come sei strano!”, e se ne andava, lasciandogli il gioco. Noi genitori eravamo perplessi e ci dicevamo “Questo bambino, quando andrà a scuola ci tornerà a casa mal ridotto”, ma non intervenivamo. Finché un giorno nostro figlio ha reagito con una raffica di calci e ad andare via è stato il bambino prepotente. Non siamo intervenuti neanche quel giorno, e ci siamo tranquillizzati perché aveva capito.

Ma quando un bambino va a scuola deve arrivarci già con un’educazione alla non violenza che gli permetta di gestire i rapporti con gli altri, che in classe sono tanti, in modo da non tenere né subire comportamenti violenti.


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Vorrei fare un esempio, che può permettervi di capire meglio l’argomento di questo articolo: “Perché gli insegnanti non fanno nulla?”.

Immaginate questa situazione. Siete al parchetto vicino a casa. Ogni giorno ci portate la vostra bambina, che chiamerò Maria, che, calma, si diverte con la sua biciclettina. Tutto bene: contenta lei e contenti voi. Ma tutti i giorni in questo parchetto – che è pubblico, come la scuola – arriva una bambina, che chiameremo Valeria, che è prepotente e vuole tutto quello che hanno gli altri. Valeria è una bambina poco controllata, perché la mamma spesso è distratta a chiacchierare con le amiche o a scrivere sul cellulare. Valeria va verso la vostra Maria e le dice di scendere dalla bicicletta. Maria dice di no e Valeria la prende per i capelli e la trascina giù dalla biciclettina. Ecco: che cosa fate voi, quando arrivate lì, dopo aver alzato da terra Maria che piange? Prendete per i capelli Valeria? Le date un pugno? Vi mettere ad insultarla? Sì? Un minuto dopo arriva la mamma e vi denuncia. No? Vi mettete a spiegarle che non deve comportarsi così? Credete che il giorno dopo Valeria sarà diventata una bambina modello? Credetemi: Valeria il giorno dopo sarà la stessa bambina prepotente del giorno prima, perché se si comporta così le ragioni sono profonde e i comportamenti aggressivi non si possono correggere in poco tempo. La mamma avrebbe dovuto insegnarle fin da piccolissima che non può pretendere quello che non è suo, spiegarle il concetto stesso di “mio” e di “tuo”, ma evidentemente non lo ha fatto. I genitori di Valeria – forse – usano spesso gli schiaffi con lei, per ottenere quello che vogliono, e lei ha imparato.

Le maestre, in classe, si trovano come voi: hanno in classe delle Maria e delle Valeria. Ecco perché non possono fare nulla subito; ecco perché nell’articolo leggiamo “La scuola ci chiedeva di pazientare in quanto stavano cercando di lavorarci sopra per cercare di risolvere il problem”. La colpa non è delle maestre. Di chi è? Propongo che ognuno cerchi i veri responsabili: lo Stato? I genitori dei bambini violenti? I bambini violenti? Nessuno? Ognuno si dia una risposta.


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Alcuni bambini reagiscono con violenza ogni volta che non sono al centro dell’attenzione. È un classico della psicologia: ci sono bambini che pur di avere l’attenzione dalla mamma sono disposti a fare cose pericolose e perfino a prendere degli schiaffi. E pur di aver l’attenzione della maestra, visto che non riescono a stupirla con i bei voti, sono disposti a comportarsi malissimo, in modo da essere continuamente richiamati e quindi considerati.

Altri bambini hanno veri a propri disturbi del comportamento. Per esempio, vi descrivo il disturbo che si chiama “disturbo oppositivo provocatorio”. Il bambino che ha questo disturbo “spesso va in collera; spesso litiga con gli adulti; spesso sfida attivamente o si rifiuta di rispettare le richieste o regole degli adulti; spesso irrita deliberatamente le persone; spesso accusa gli altri per i propri errori o il proprio cattivo comportamento; è spesso suscettibile o facilmente irritato dagli altri; è spesso arrabbiato e rancoroso; è spesso dispettoso e vendicativo”.

Da che cosa può dipendere questo disturbo? “Vengono individuati sei fattori di rischio per lo sviluppo delle condotte aggressive e del Disturbo Oppositivo Provocatorio:
– Permissivismo: è caratterizzato da una mancanza di regole definite;
– Incoerenza: i genitori alternano punizioni e ricompense senza una ragione precisa;
– Rifiuto: Il rapporto genitori-figli è freddo e poco comunicativo;
– Disinteresse: i genitori, forse per la volontà di non apparire opprimenti, lasciano molta libertà al bambino,
– Uso eccessivo delle punizioni: è tipico di quelle famiglie che credono di poter contrastare l’aggressività dei figli facendo uso di punizioni corporali;
– Iperprotezione: questo stile educativo è caratterizzato da un controllo genitoriale eccessivo.” (l’articolo completo qui).


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Ci sono nelle classi anche bambini che hanno un “Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività ( ADHD) e hanno queste caratteristiche (e sono solo una parte; trovate tutto qui) : il bambino
“- ha un’evidente difficoltà a rimanere attento o a lavorare su uno stesso compito per un periodo di tempo sufficientemente prolungato;
– manifesta continua agitazione, difficoltà a rimanere seduto e fermo al proprio posto;
– risponde troppo velocemente, interrompe frequentemente gli altri quando stanno parlando, non riesce a stare in fila e attendere il proprio turno.”

Che cosa ne dite? È facile per gli insegnanti gestire bambini con questi problemi? Pensate che dovrebbero semplicemente trovare il modo di fare “scomparire” quei bambini – non importa come – anche se evidentemente non hanno colpa dei loro comportamenti?

I bambini che si comportano male sono bambini che vivono un disagio che non sanno né vivere né gestire né capire. Questi bambini devono essere aiutati da terapeuti specializzati. Che cosa può fare l’insegnante? Come può difendere tutti gli alunni dai bambini che sono stati educati male, o che hanno dei disturbi del comportamento, soprattutto se i genitori non lo vogliono accettare e non fanno seguire il figlio? Dovrebbe legare il bambino? Picchiarlo? Metterlo dentro un armadio? Buttarlo fuori dalla classe? Ignorarlo? Mandarlo via non importa dove?

E, più semplicemente, se un bambino senza alcun disturbo a casa viene lasciato fare quello che vuole (urlare, lanciare oggetti, picchiare, dare calci alla porta, urlare insulti o parolacce quando viene contrariato), senza ricevere rimproveri, perché dovrebbe comportarsi diversamente in classe? Come può l’insegnante insegnargli in un mese quello che i genitori non hanno saputo fare per anni?

Allora: prima di dire “dov’era l’insegnante” o “l’insegnante deve fare qualcosa” è meglio rifletterci bene.
D’altra parte, cari genitori, non vi sembra che se l’insegnante potesse fare qualcosa per non trovarsi il problema di bambini violenti in classe (con tutti i rischi che comporta anche dal punto di vista legale) lo farebbe subito?

L’AUTRICE – Isabella Milani è lo pseudonimo di un’insegnante e blogger che ha trascorso la vita nella Scuola. Per Vallardi ha pubblicato L’arte di insegnare – Consigli pratici per gli insegnanti di oggi. Qui il suo blog

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