"Confessioni audaci di un ballerino di liscio", romanzo di Paola Cereda, racconta da vicino il mondo delle balere, spesso sottovalutato. L'autrice ne parla in un intervento su ilLibraio.it: "In balera si impara l’allegria, un sentimento più sincero della felicità perché accessibile e immediato, slegato da un orizzonte ipotetico"

Ha una pista circolare, le pareti argentate e una macchina del fumo, poco usata a dire la verità, perché dalle parti del delta l’effetto nebbia ha a che fare con il quotidiano: è il Sorriso Dancing Club di Bottecchio sul Po, provincia di Rovigo, la balera più importante del Polesine. Aperto alla fine degli anni ’60 da Carlin Saponara, è uno spazio immaginario e verissimo dove i ballerini si lasciano alle spalle le fatiche della settimana per godersi il momento, al ritmo di una tradizione musicale che si è trasformata nel tempo.

Il Sorriso è figlio del luogo che lo ha partorito, il Polesine, una terra a cavallo tra due regioni, due fiumi, due antiche dominazioni, due mentalità differenti. Da Bergantino a Pila, il Po si snoda fino al delta, in parte nascosto dai grandi argini che, dopo l’alluvione del 1951, ne difendono le sponde sottraendolo alla vista degli abitanti.

Giuseppe Sgarbi, padre di Vittorio ed Elisabetta, in un’intervista a Repubblica parla del delta come di una terra dove il clima pesa sugli animi della gente: “Non saremmo mai sopravvissuti (…) se non avessimo applicato certi principi di leggerezza”, come la musica delle balere, i valzerini, gli sguardi e il buon vino.

Dentro queste bolle di leggerezza è racchiuso lo sforzo lieve dell’essere umano che inventa spazi di benessere dove la vita smetta di presentare il conto, anche per una sera soltanto. Ecco perché prima di andare al Sorriso, la Beltra, storica bigliettaia, apre l’armadio e sceglie con cura il vestito in tinta con le scarpe con il tacco. Davanti allo specchio, si passa un velo di cipria sul viso che in quel momento ha l’età del suo spirito e basta. Frank Saponara, proprietario di balera, abbina la cintura al calzino e l’amico Alcide, dopo aver indossato la cravatta sulla camicia della festa, si profuma le guance con l’acqua di colonia. L’allegria merita cura e rispetto.

Fiero di scendere in pista, il popolo del liscio è ovunque ci sia la voglia di danzare. A Torino, sulle rive dello stesso fiume che secondo i polesani “in Piemonte è così stretto”, il mercoledì pomeriggio un gruppo di amici si riunisce in una balera improvvisata dentro un bar di quartiere. Lì Domenico mi spiega che “se sei intelligente, non te lo leggo in faccia, ma appena attacchi un passo, allora sì: capisco se sai ballare oppure no”. E saper ballare fa la differenza dato che la bellezza, nel liscio, è questione di ritmo e di presenza. Luigi se ne sta a bordo pista, “perché è timido”, racconta Vito, “non ha il coraggio di provare”. Guarda gli altri e non sa di avere un ruolo fondamentale: ricorda agli altri che si può stare sul ciglio di una possibilità e rinunciare a coglierla. Anche la sua è poesia umanissima.

E poi c’è la musica, che al Sorriso è fatta di valzer, mazurca e polca “senza nemmeno le contaminazioni del liscio all’italiana”.

Quando cominciai a raccogliere materiale per il romanzo, feci una chiacchierata con Andrea, amico oboista e insegnante di conservatorio: “Sai, Andrea,” gli dissi “ho in mente una storia ambientata in una balera”.
Ottima idea,” mi rispose sorprendendomi “è da un sacco di anni che voglio proporre un repertorio a partire dai brani dello Zaclén”.

Mi spiegò che il liscio ha un’origine colta legata alla figura di Carlo Brighi, detto lo Zaclén – l’anatroccolo, musicista e grande appassionato di caccia. Nato a Savignano sul Rubicone nel 1853, Brighi studiò violino e suonò in orchestre classiche dirette da maestri di rilievo, tra i quali Arturo Toscanini. Socialista come il suo amico Andrea Costa, Brighi era convinto che la musica fosse di tutti. Fu lui a portare le polche, le mazurche e i valzer dalle corti mitteleuropee fino ai cortili e alle aie, affinché il popolo potesse ballare ma non a educata distanza, come facevano i nobili, bensì mano su schiena, fianco contro fianco e sudore nel sudore.

Per decenni il liscio è stato il ballo della festa e non solo per i romagnoli. Diffuso soprattutto nel Nord Italia con differenze di stile, ha fatto divertire migliaia di dame e cavalieri. Oggi è bollato come “roba da vecchi” e questa sbrigativa etichetta non tiene conto né della sua storia né delle sfumature che l’accompagnano. Ai tempi del Carlin le orchestre avevano numerosi ammiratori, facevano tournée annuali e ricevevano compensi da professionisti. Il loro periodo d’oro terminò quando provarono ad aumentare il loro seguito suonando una musica sempre più facile o la disco dance che piaceva alle nuove generazioni. Per tenere il passo delle discoteche, furono create le orchestre-spettacolo che attiravano l’occhio e non solo l’orecchio. Le melodie si fecero immediate, con testi semplici che parlavano solo di amore, famiglia e tradimento. Ultimamente si sono diffusi i balli di gruppi e i moderni “latino-romagnoli”, così chiamati (non senza disprezzo) da Frank Saponara.

Tra le sue Confessioni audaci c’è il sogno di restituire il valzer, la mazurca e la polca alle nuove generazioni, perché lui sa – il resto del mondo ancora no– che il liscio è più di un semplice ballo: è un modo straordinario di abbracciare qualcuno per imparare la giusta distanza. Non è esibire il corpo, bensì farlo dialogare con quello di un altro, con il desiderio crescente di sentirsi pienamente capaci. In balera si impara l’allegria, un sentimento più sincero della felicità perché accessibile e immediato, slegato da un orizzonte ipotetico. Le coppie partono alla conquista del loro metro quadrato, due passi a destra e due a sinistra, ed è tutto un incollarsi di camicie e gomiti e petti e sguardi. Aveva ragione Carlo Brighi, quando sosteneva che il liscio fosse un diritto. Ancora oggi è il diritto di essere apprezzati per quello che si è capaci di condividere e fare.

A Bottecchio sul Po, ogni fine settimana Frank accoglie i suoi ospiti all’ingresso del dancing club. Li saluta con una stretta di mano e indica loro la pista. Ce l’ha con i giovani che si appassionano al tango argentino senza sapere che, negli anni ‘40, anche a Buenos Aires il tango era roba da vecchi: “Forse un giorno avranno abbastanza cervello per capire che ciò che ci appartiene, ci assomiglia. È come la musica di Verdi. Dentro ha la banda: dentro ci siamo noi”. Vale la pena di raccontarlo.

paola cereda Confessioni audaci di un ballerino di liscio

L’AUTRICE E IL LIBRO: Paola Cereda, psicologa originaria della Brianza, è appassionata di teatro; è stata assistente alla regia professionista e ha girato il mondo fino ad approdare in Argentina, dove si è avvicinata al teatro comunitario. Tornata in Italia, vive a Torino e si occupa di progetti artistici e culturali nel sociale. Vincitrice di numerosi concorsi letterari, è stata finalista al Premio Calvino 2009 con il romanzo Della vita di Alfredo (Bellavite). In questi giorni torna in libreria con Confessioni audaci di un ballerino di liscio, Baldini & Castoldi, un romanzo che vede come protagonista Frank, ballerino di liscio e proprietario della più famosa balera delle Polesine, il Sorriso dancing club. Alla festa per festeggiare il cinquantesimo compleanno del suo locale, Frank verrà chiamato a risolvere un mistero che lo cambierà profondamente, insegnandogli, dopo aver avuto innumerevoli donne, che la vita è come il liscio: si balla in due e bisogna andare a tempo.

L’APPUNTAMENTO – L’autrice presenterà il libro al Circolo dei Lettori di Torino lunedì 8 maggio alle 21 (con Alessandro Perissinotto) e all’Arci Bellezza di Milano mercoledì 10 maggio alle 19 (con Eleonora Molisani e accompagnamento musicale di Saro Calandi)

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