"Per quanto letterati e artisti si possano guardare con reciproca diffidenza, tra loro è forse più facile trovare somiglianze che divergenze...". Francesco d'Isa, in libreria con "La stanza di Therese", su ilLibraio.it indaga il legame tra scrittura e pittura

franceco d'isa immagine di testo

Il brano sovrastante: “Il legame tra disegno e scrittura nasce con entrambi, poiché, a ben vedere, ogni lettera è anzitutto un’immagine” è esemplificato prima ancora di esser letto. Grazie all’espediente del testo specchiato, infatti, è possibile percepire prima la forma dei caratteri tipografici rispetto al loro significato – motivo per cui è un trucco diffuso tra chi i fonts li deve disegnare, per valutarne le forme senza lasciarsi influenzare dall’abitudine a interpretare le lettere.

Se ci si rivolge agli alfabeti più antichi, infatti, si trova già nei geroglifici egiziani una scrittura mista di segni pittografici e fonetici, più simile alle lingue ideogrammatiche dell’estremo oriente che alla nostra. Nel cinese, ad esempio, il legame col disegno è così forte che esiste un solo termine, “huà”, per definire la scrittura e il disegno, mentre il tratto calligrafico è considerato il “segno animato dello spirito”.

Per quanto letterati e artisti si possano guardare con reciproca diffidenza, dunque, tra loro è forse più facile trovare somiglianze che divergenze.

Al di là della funzione didattica di gran parte dell’arte medievale, il cui scopo era anche catechizzare le masse analfabete con opere più simili al fumetto che alla pittura, già nel 1499 Aldo Manunzio, tra i primi editori della storia, pubblica un libro – forse il più bello mai pubblicato – in cui parola e immagine sono inseparabili: l’Hypnerotomachia Poliphili. Per giungere ai tempi recenti si deve ignorare una gran ressa di opere – si pensi, solo nel novecento, ai molteplici esperimenti della letteratura futurista, al surrealismo (amo troppo Una settimana di bontà di Max Ernst per non citarla), al lettrismo o alla ricerca matematico-filosofica mista a immagini di Imre Toth.

La seconda metà del secolo è altrettanto prolifica, se non di più; basti citare la letteratura mista a design dei libri di Bruno Munari, la poesia visiva, gli esperimenti narrativi con i tarocchi di Italo Calvino ne Il castello dei destini incrociati, o il Poema a fumetti di Dino Buzzati.

Il fumetto, ovviamente, apre altrettanti fronti. Si potrebbe far risalire la sua forma contemporanea al 1827, quando l’illustratore svizzero Rodolphe Töpffer realizza una storia composta da immagini in successione accompagnate da didascalie, dal titolo Histoire de M.Vieux Bois – per inciso, il fumetto, in seguito declassato a genere minore, viene caldeggiato in questa primissima versione nientemeno che da Goethe. Da Winsor McCay a Jodorowsky, passando per Spiegelman e Andrea Pazienza, è impossibile enumerare in questa sede le grandi opere che hanno portato allo slittamento semantico da fumetto a graphic novel, di fatto sinonimi, se non fosse che la seconda espressione ha un’aria più seria.]

Il legame tra scrittura e disegno è spesso a doppio senso, come nel caso di Nanà, il celebre quadro di Manet, attualmente esposto presso la Kunsthalle di Amburgo. Nanà è la cortigiana protagonista dell’omonimo romanzo di Zola del 1880, e si potrebbe ragionevolmente supporre che il quadro sia una meravigliosa illustrazione del libro. Ma la cortigiana era già apparsa come personaggio minore in L’Assommoir (1877), sempre di Zola. Manet la individua lì e ne dipinge il ritratto; così, quando Zola vede il quadro, si rende conto che la donna merita un romanzo tutto per sé. Si potrebbe dunque dire che non è Manet a illustrare Zola, ma Zola a illustrare Manet.

Questo aneddoto è tratto da The Pen and the Brush: How Passion for Art Shaped Nineteenth-Century French Novels, di Anka Muhlstein, ma ogni esempio citato nel breve testo che vado a concludere meriterebbe una trattazione a parte. La commistione del linguaggio scritto e visivo è molto più solida e antica di quel che potrebbe sembrare, ma nonostante questo le ibridazioni tra i due sono per lo più considerate eccezioni, forse perché, in un contesto di competenze molto specialistiche, è più rassicurante trattare un’opera ben inquadrata in un media o in un genere. Eppure a volte sembra necessariofranceco disa immagine di testo1

la stanza di therese copertina

L’AUTORE E IL NUOVO LIBRO Francesco D’Isa (Firenze 1980) ha studiato filosofia e ha esordito nel 2011 con I., romanzo edito da Nottetempo; direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste e in questi giorni arriva nelle librerie il suo nuovo libro, un testo sperimentale (e multimediale): La stanza di Therese, edito da Tunè. È la storia di una donna che abbandona lavoro e affetti per rinchiudersi in una camera d’albergo, intenzionata a non entrare in contatto con l’esterno finché non avrà risolto l’enigma che l’assilla fin dalla giovane età; da quella stanza lavora convulsamente a una lettera che vuole scrivere alla sorella. Ne scaturisce un romanzo confessione, intimo e filosofico al tempo stesso, la storia di una donna che si preoccupa di un temperamatite, di un bicchiere o di un rossetto e, allo stesso tempo, vive una profonda tensione esistenziale.

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