"I libri di Elena Ferrante affrontano temi universali con cui le persone possono confrontarsi e in cui è facile identificarsi...". Ann Goldstein, a lungo redattrice del "New Yorker", parla con ilLibraio.it del mestiere del traduttore, di riviste culturali, dell'impatto del web sul giornalismo letterario e del futuro delle recensioni - L'intervista

Ann Goldstein è la traduttrice di Elena Ferrante in inglese, oltre che di autori come Primo Levi e Leopardi. Non solo: fino a pochi mesi fa ha fatto parte della redazione del New Yorker, una delle riviste letterarie più famose al mondo (dal 1974 nel team dei copy, dalla fine degli anni Ottanta come responsabile della celebre area).

E proprio al New Yorker ha iniziato a prendere lezioni di italiano, esperienza che l’ha portata a tradurre racconti ed estratti di romanzi di autori italiani per la rivista (e non solo).

ann goldstein

Per discutere della sua esperienza al New Yorker, appena conclusa con il pensionamento, e della traduzione della fortunatissima quadrilogia di Elena Ferrate, ilLibraio.it l’ha intervistata.

Come si spiega il successo della Ferrante tra i lettori anglofoni?
“I libri di Elena Ferrante affrontano temi universali con cui le persone possono confrontarsi e in cui è facile identificarsi. Non mi riferisco solo all’amicizia speciale che si sviluppa tra Elena e Lila, ma a tutte le altre relazioni tra i personaggi della quadrilogia: mariti e mogli, genitori e figli… Infine, i quattro libri attraversano la storia della seconda parte del ventesimo secolo”.

Cosa ha significato per lei tradurre una serie di opere caratterizzate da una lingua complessa e ricca di espressioni dialettali?
“Il dialetto è uno degli aspetti più difficili: non esiste un modo corretto di tradurlo. Se si utilizza un termine equivalente, si corre il rischio che suoni artificioso. Siccome il dialetto è una lingua che esprime intimità e si usa in famiglia e nella conversazione più colloquiale, quando lo si traduce si cerca di dare sfumature diverse ai dialoghi per rendere l’effetto che in lingua originale rendono le espressioni regionali. La lingua della Ferrante è caratterizzata da frasi lunghe e complesse: per me è stata una sfida rendere al meglio il testo senza rischiare di ‘sconvolgere’ il lettore anglofono”.

Ha lavorato per anni al New Yorker, una delle riviste letterarie più influenti al mondo.
“È stato un privilegio, soprattutto per il lavoro nell’area del copywriting. Il New Yorker era, e probabilmente è ancora, una rivista molto influente, oltre che ben fatta”.

Ha avuto modo di lavorare alla rivista sia prima sia dopo l’avvento di internet: la rete ha influenzato in qualche modo i contenuti e la forma del New Yorker?
“Per prima cosa si è creato una sorta di secondo magazine, il sito. Internet, inoltre, ha in parte cambiato i contenuti: ora perfino sulla rivista trovano molto più spazio che in passato notizie legate alla politica e all’attualità”.

Questo cambiamento è legato anche ai recenti eventi della politica americana, a partire dall’elezione di Trump?
“Il New Yorker si sta dedicando sempre più alla politica, ma non credo sia una diretta conseguenza della presidenza Trump. Piuttosto si tratta di un passaggio naturale, che sarebbe dovuto accadere per forza di cose”.

Quali sono le riviste letterarie cartacee e online che segue?
“Leggo molto poco online, qualche volta scorro il sito del New Yorker. Se qualcuno fa riferimento a una notizia, capita spesso che io non abbia ancora sentito nulla a riguardo”.

Come vede il futuro delle recensioni dei critici in un’epoca in cui le opinioni dei lettori trovano uno spazio idealmente infinito online?
“Leggere una recensione scritta da un esperto, di cui si conoscono la reputazione e i gusti, sottintende un’affidabilità quasi completa. C’è e ci sarà sempre spazio per le recensioni dei professionisti”.

Ci sono abbastanza donne tra le firme di riviste letterarie online e cartacee?
“Non leggo abbastanza per esprimermi con certezza, ma ci sono molte più firme maschili sulle riviste. Almeno da quello che sembra”.

Ritornando alla sua carriera di traduttrice, ci sono autori italiani contemporanei o del passato che le piacerebbe tradurre, se ne avesse la possibilità?
“Non saprei. Quando traduco trovo sempre qualcosa di interessante, anche se l’opera non è completamente nelle mie corde. Non c’è nessuno che smanio di tradurre. Mi dispiace non aver potuto tradurre di più di Leopardi. Mi sento molto fortunata ad aver tradotto così tanti autori interessanti”.

Come si è avvicinata alla lingua italiana?
“Ho iniziato a studiare l’italiano quando ero già adulta, per leggere Dante in lingua originale”.

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