"In Francia non sono un intellettuale omologato. E non ho nessuna voglia di esserlo". Dopo 18 anni di attesa, è tornata la saga di Belleville, e per l'occasione ilLibraio.it ha incontrato Daniel Pennac (che nel corso dell'intervista ha realizzato anche un disegno): "Credo che le ragioni del successo della saga siano nell’aver raccontato un’idea di comunità oggi messa particolarmente in discussione, fondata su giustizia, solidarietà e sull’autorità morale di Benjamin". Tra i tanti temi toccati, anche decalogo dei “diritti dei lettori”, che per l'occasione lo scrittore francese (che confessa l'apprezzamento per autori italiani come Silvia Avallone e Antonio Moresco) ha aggiornato...

Mentre ascolta e risponde alle domande Daniel Pennac disegna. Parte da un minimo dettaglio, la forma di una bocca atipica, per poi creare, in meno di mezz’ora, un personaggio dalle labbra carnose e il naso importante con in testa una specie di lampada-fungo, una voluminosa collana a cerchi concentrici, le braccia aperte, un’ampia gonna che svela i polpacci e i piedi scalzi di una ballerina sulle punte. Questo è il disegno che mi ha donato al termine della nostra intervista. Non so se possa essersi ispirato a me nel realizzarlo (e in tal caso scatterebbe una seconda intervista sul significato) ma sicuramente è l’ennesima riprova che il suo estro non si limita alla parola scritta.

Pennac

Grazie all’agognato ritorno, dopo 18 anni, alla saga di Belleville, con il primo di due volumi, Il caso Malaussène. Mi hanno mentito (Feltrinelli) il professore francese ha appagato il desiderio di generazioni di lettori di ritrovare una delle famiglie più strampalate e amate della narrativa contemporanea. Ed è infatti tra gli ospiti più attesi dell’imminente Salone Internazionale del Libro di Torino. In questi 18 anni però non si è fermato: ha pubblicato testi per bambini, fumetti, saggi, il romanzo Storia di un corpo (tutti editi da Feltrinelli) e si è dedicato al teatro. Eppure, quando a una presentazione quattro anni fa, tre generazioni di donne – nonna, mamma e figlia – gli hanno chiesto a gran voce una nuova storia sulla tribù Malaussène, lui ha pensato fosse venuto il tempo per accontentarle.

E così riecco lo sguardo di Benjamin-Pennac, quello sguardo sul mondo in cui convivono joie de vivre e scettico disincanto. Un doppio registro che si riflette nella scrittura frizzante, attraversata però dalla consapevolezza del carattere effimero del reale. Questa volta la tribù ha a che fare con i nuovi dettami di affari ed economia, polizia e giustizia. “La sai la più bella?”, questo l’esergo e titolo del primo capitolo (citazione di Gullit) introduce l’episodio scatenante: il rapimento di Georges Lapietà, imprenditore ex ministro, e la richiesta di un riscatto destinato in beneficienza. E poi c’è l’autore di autofiction, Alceste con i suoi adepti, romanzieri cultori della verità vera, quando a dominare, anche nelle loro opere, sono finzione e menzogna. Non può mancare il “repertorio” iniziale con oltre 90 voci tra luoghi e personaggi: dalla nipote È un Angelo alla città della Resistenza Vercors. E il protagonista, il capro espiatorio Benjamin? È sempre lui. Un po’ invecchiato, certo. Si barcamena con il mondo di internet e dei «soscial» – come li chiama lui – per stare in contatto con figli e nipoti tramite Skype. Eppure è come se non se ne fosse mai andato.

Daniel Pennac

In molti hanno salutato questo suo nuovo romanzo sui Malaussène come il ritorno di un amico. Quali sono secondo lei le ragioni di un tale affetto?§
“Innanzitutto mi fa molto piacere questa accoglienza. Credo che le ragioni del successo di questa saga siano nell’aver raccontato un’idea di comunità tribal-familiare fondata su giustizia, solidarietà e l’autorità morale di Benjamin. Un’idea di comunità oggi messa particolarmente in discussione”.

Errico Buonanno su Rivista Studio ha scritto che l’attesa di questo suo nuovo capitolo della saga di Belleville risieda anche nel fatto che negli Anni Novanta lei è stato uno degli autori di riferimento, in un’epoca in cui la narrativa aveva sostituito l’ideologia.
“Sì, è vero che c’è qualcosa nei romanzi di Malaussène che sostituisce il pensiero ideologico. Benjamin tuttavia non è un personaggio ideologico, sebbene sia di sinistra. È una cosa che riguarda il mio comportamento: dal punto di vista ideologico io ho sempre preferito le azioni ai discorsi. Siamo responsabili e possiamo essere ritenuti tali solo di ciò che facciamo. Mentre molto spesso ci capita di enunciare principi molto rigidi e rigorosi, senza avere minimamente un comportamento che li giustifichi”.

A tale proposito, tra opinion leader, guru e influencer, il ruolo dell’intellettuale oggi qual è?
“Io non sono un intellettuale, nel senso analitico del termine. Io sono un romanziere, un narratore di storie, un produttore di metafore. Tuttavia non sono un analista concettuale della società. Da questo punto di vista in Francia non sono un intellettuale omologato. E non ho nessuna voglia di esserlo”.

Tra le nuove leve di scrittori, chi sta seguendo?
“Seguo molto gli italiani. Amo la potenza narrativa di Silvia Avallone. Ho adorato Acciaio. Ha una forza di produzione simbolica incredibile. E poi un altro autore, che però non ha la stessa età della Avallone, è Antonio Moresco, che ho scoperto di recente con i brevi racconti come La lucina e Favola d’amore. È uno scrittore interessante, perché non c’è un recinto nel suo lavoro. Si passa di peripezia in peripezia senza steccati, come se fossimo seduti in una diligenza del sogno, però con dei sogni molto incarnati. È stata una delle letture che mi ha più stupito nei tempi recenti”.

A proposito di autori italiani, nella dedica cita Stefano Benni, suo grande amico. Su Robinson Benni ha recensito questo suo nuovo romanzo attraverso un dialogo immaginario tra lei, “il Pennacchioni” e il suo personaggio, Benjamin Malaussène…
“L’ho trovato molto divertente perché Stefano ha deliberatamente scritto il genere di articolo che fa sì che un qualsiasi autore di un romanzo giallo dovrebbe suicidarsi. Ha infatti raccontato tutta la storia. E io sono morto, sì. Ma dalle risate”.

Anche in questo capitolo della saga dei Malaussène si intrecciano varie avventure, dalla favola al noir. Tra i temi, il rapporto tra polizia e giustizia e, attraverso la figura di Georges Lapietà, il ruolo di politica, affari, economia. Cosa l’ha spinto a trattare proprio questi temi?
“Per me l’unica cosa urgente è la scrittura. E in questo libro sui Malaussène, non avevo alcuna intenzione narrativa preliminare. Ho cominciato a scrivere e ho fatto dei ritratti, come quelli di Lapietà e di Alceste, l’autore di autofiction. Tutti questi sono dei tipi sociali contemporanei. Ad esempio la figura del capo dell’azienda che fa fallire la propria società a beneficio di un fondo internazionale. Oppure lo scrittore di autofiction che si mette a scrivere perché scopre che i suoi genitori gli hanno mentito. E questi personaggi nascono dalla scrittura”.

All’origine ci sono dunque i personaggi.
“Sì, e in modo naturale vanno a iscriversi in una realtà che è quella della società in cui vivo. Quindi è inevitabile che parli della giustizia, della polizia, dell’editoria. Ma non sono mai spinto dal desiderio di dire qualcosa in relazione ad argomenti prestabiliti. È un po’ come se nel momento in cui ne scrivo, io mi accorgessi del funzionamento della polizia, della giustizia, dei conflitti. E naturalmente queste constatazioni sono nutrite dall’attualità”.

Ma quanto la scrittura può rappresentare la realtà? Accanto al personaggio di Alceste c’è il manipolo di romanzieri vevé, gli adepti della verità vera che praticano però la finzione.
“È a loro che bisogna porre questa domanda” (ride).

E invece, riguardo al suo stile inconfondibile, come definisce il suo lavoro di artigiano della scrittura?
“Difficile. In realtà in letteratura sono bipolare. Alterno momenti di eccitazione intensa ad altri di paralisi assoluta. E quando si fa la somma di questi momenti, si ottiene un lungo periodo prima della stesura. Ad esempio: ci ho messo quattro anni a scrivere quest’ultimo romanzo. Ma quando uno scrittore come me le dice che ci ha impiegato cinque anni a scrivere il suo libro, vuol dire che ce ne sono voluti almeno altri quattro per non scriverlo. E il periodo della non scrittura è quello in cui ci si interroga”.

Oppure ci si dedica ad altro. In questi 18 anni dall’ultimo capitolo della saga, lei ha sperimentato varie forme letterarie: dal teatro al saggio fino ai libri per bambini e ai fumetti trasposti di recente in scena a Napoli.
“Queste esperienze nascono dal desiderio di incontrare delle persone e di lavorare con persone che stimo. Se io faccio teatro è perché la troupe di gente che formiamo mi piace. E in generale perché la vita del teatro, gli aspetti tecnici, le persone e l’atmosfera mi appagano. E mi tirano fuori dalla mia solitudine di romanziere, che a volte mi stanca”.

A proposito della notizia “La sai la più bella?” che troviamo all’inizio e che ripetono i personaggi, se lei dovesse scegliere tre fatti di oggi che rispettano queste caratteristiche, quali citerebbe?
“Non è semplice. Beh, citerei l’elezione di Jocker (alias Donald Trump, ndr) negli Stati Uniti che non è divertente per niente, anzi, è molto impressionante. E forse anche la Brexit. Poi, tornando più indietro, ci sono i miei amici di Charlie Hebdo che sono stati uccisi. Ed è stato un trauma molto forte da cui sembra essersi scatenata una guerra ai confini dei Paesi del Sud”.

In Come un romanzo scriveva: “Il piacere di leggere non ha nulla da temere dall’immagine, anche televisiva, e anche sotto forma di massicce dosi quotidiane”. Ma oggi come la mettiamo con i social network?
“La cosa interessante è che questo mondo dematerializzato rappresentato dalla rete, è un universo concepito da intelligenze giovani. Steve Jobs e tutti gli altri come Zuckerberg avevano solo 16 o 17 anni quando hanno creato. Tutte queste invenzioni sono germogliate nella testa di adolescenti e sono esplose quando avevano 20 anni o giù di lì. Guardare le foto di questi creatori poco più che ventenni che hanno dato vita a imprese che ora sono potenze mondiali mi fa una certa impressione”.

Eppure lei ha affermato di avere fiducia nei giovani, che guardandoli si sente tranquillo…
“È una domanda che mi hanno posto, ma in realtà né la domanda né la risposta hanno senso. Certo, se a proposito di questi esempi, la fiducia c’è, ma bisognerà vedere se queste generazioni riusciranno a mantenere il controllo etico su tali creazioni”.

E se dovesse aggiornare il suo celebre decalogo dei “diritti dei lettori” ai tempi dei social, quale nuovo diritto aggiungerebbe?
“Il diritto di spegnere il telefonino per leggere tranquillamente”.

 

 

 

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