Viaggio nella letteratura che racconta l’inverno

di Redazione Il Libraio | 19.01.2016

Nel nuovo libro di Adam Gopnik un eclettico viaggio tra gli artisti, i libri, le musiche, le mode che hanno forgiato la nostra nuova visione dell’inverno... - Su ilLibraio.it un capitolo dedicato alla letteratura


L’invenzione dell’inverno (Guanda), il nuovo libro di Adam Gopnik, firma del New Yorker dal 1986, parte da una constatazione: nel corso del Settecento, il mondo moderno si è garantito il lusso di poterlo ammirare da dietro un vetro nel tepore di una stanza ben riscaldata e da allora l’inverno ha smesso di essere soltanto una stagione buia e gelida ed è diventato molto altro e molto di più.

Inizia così. Scopriamo come una poesia abbia imposto l’immagine del piacere borghese di radunarsi intorno a un camino mentre fuori nevica; come un’illustrazione abbia sancito il sincretismo tra Natale dei consumi e Natale degli affetti; come la passione per le stampe giapponesi abbia ammorbidito la nostra visione del freddo; come i resoconti delle esplorazioni polari abbiano dato vita a un nuovo senso dell’avventura. L’inverno aspro con cui i romantici tedeschi identificavano lo spirito nordico – in contrapposizione al razionalismo illuminista – nel tempo ha ceduto il passo alle eleganti mollezze di quello ritratto dagli impressionisti; i mesi invernali hanno trovato le loro forme di svago, dal sottile erotismo delle piste di pattinaggio alle folle dello shopping, e l’estetica boreale delle festività di fine anno ha conquistato anche i climi mediterranei, in un profluvio di neve finta, abeti, renne e rami di vischio.

Per gentile concessione di Guanda, su ilLibraio.it un estratto:

Le nuove fiabe, d’altra parte, molto spesso richiedono occasioni antiche. Il Natale, l’antica festività rinnovata, divenne la fiaba principale in questione. E il vero autore del moderno Natale, come tutti affermano nei libri divulgativi e nelle rievocazioni popolari, fu il grande Charles Dickens, riformatore confuso e creatore di fiabe. In realtà, non è vero, come a volte si dice, che Canto di Natale di Dickens segni l’esordio di un nuovo ideale del Natale. A meritare il titolo di vero padre della festività moderna, se un padre dev’esserci, è l’ormai dimenticato Thomas K. Hervey, che pubblicò il suo The Book of Christmas nel 1837. Hervey parla dei vari modi di celebrare la festività fin dal medioevo, e per lui il mito della cancellazione del Natale riveste un’importanza enorme. Hervey crede che un tempo il Natale fosse celebrato come veramente dovrebbe, e che poi sia stato cancellato: adesso dunque siamo impegnati in un tentativo di rinnovarlo, non di inventarlo. Sebbene abbia un rapporto molto fragile e solo parziale con la verità storica, questo mito della riscoperta è fondamentale, nell’Ottocento, per la reintroduzione del Natale come festività. « In Inghilterra c’è sempre stata un’Inghilterra più antica […] se ne coglie la nostalgia in Chaucer, e la si percepisce in tutto Shakespeare. Camelot è la grande leggenda inglese » osservò una volta, con gran perspicacia, Orson Welles. In epoca vittoriana, questa Camelot è il Natale. L’idea inglese, per quanto interamente mitica, di un passato migliore, perduto e festoso, si appropria di un’intera stagione. Per la gente di allora quello che noi chiamiamo « Natale vittoriano » era un revival del Natale medievale. Non solo l’idea di un Natale rinnovato o rigenerato è già consolidata negli anni Trenta, grazie al lavoro quasi storico di persone come Hervey: la gioia di un Natale secolarizzato era presente già da tempo nell’opera di Dickens. Era già lì nel suo primissimo libro, Sketches by Boz (1836), in cui si legge la meravigliosa descrizione di una cena di Natale, e nel Circolo Pickwick, il suo primo romanzo, troviamo l’ideale pastorale di Dingley Dell, dove il Natale è celebrato pattinando sul ghiaccio, mangiando e festeggiando nell’allegria generale.

È tuttavia vero che Dickens non dà una forma permanente ai suoi sentimenti e alle sue convinzioni sul Natale fino al 1843, quando scrive Canto di Natale. Questo racconto è una delle più grandi allegorie mai scritte della complicata relazione tra capitalismo e carità (caritas, nel senso cristiano di amore universale) ma il tema fa di per se stesso parte della storia della sua creazione. Nel biennio 1843-1844 Dickens sta scrivendo e pubblicando a puntate Martin Chuzzlewit, fino a quel momento il suo romanzo più ambizioso e per certi versi più interessante, che però divenne anche il suo primo fiasco. Dickens aveva già al suo attivo Il Circolo Pickwick, Oliver Twist, Nicholas Nickleby e La bottega dell’antiquario, che erano stati tutti grandi successi, ma con quest’ultimo libro le vendite delle uscite mensili si inabissarono. Usando come ispirazione i suoi precedenti viaggi in America, Dickens cercò allora di risollevare il suo Martin Chuzzlewit facendogli vivere qualche avventura americana, o meglio antiamericana, ma la cosa non funzionò. E così si ritrovò con una brutta gatta da pelare: quella sensazione di panico che spesso assale i giovani baciati troppo presto da un successo troppo grande: la sensazione di essere sul punto di andare a fondo, il terrore che un unico fiasco segni per sempre la fine della gloria. Dickens è il Justin Bieber del romanzo, e tutt’a un tratto gli cadono i capelli. Che farà? Una delle idee che gli vengono in mente è scrivere una storia di Natale.

Non solo pensa di scrivere la storia, ma accarezza espressamente l’idea di diventarne l’imprenditore. Imprenditore del Natale. Con una complicata serie di mosse, compresa quella di svincolarsi da Chapman & Hall, che erano stati i suoi editori fin dai tempi del Circolo Pickwick, Dickens si accinge a finanziare – da solo, per sé solo – la pubblicazione di Canto di Natale, convinto che sia il modo per risolvere le sue difficoltà economiche. (Si tratta della classica mossa, destinata al fallimento, tentata dagli uomini creativi in difficoltà: ci provarono Francis Ford Coppola con il suo studio cinematografico, Mark Twain con la sua casa editrice. È il genere di cosa che affascina gli artisti intraprendenti già protagonisti di grandi successi, ed è anche il genere di cosa che non funziona mai.)

E così Dickens si accinge a scrivere Canto di Natale non soltanto perché intende raccontare quella storia di rinnovamento e riforma, ma anche perché vede il progetto come un modo per riconciliare, nel suo caso, impresa e altruismo: un modo per rimpinguare il suo portafoglio salvando l’anima dei lettori. Canto di Natale viene pubblicato con grandissimo successo, ma per ragioni complesse, per lo più legate al fatto che Dickens lo pubblica senza badare a spese, frutta molto meno denaro di quanto l’autore avesse sperato.

Conosciamo talmente bene Canto di Natale, è una storia talmente familiare, una fiaba così importante della modernità, che probabilmente non riflettiamo a sufficienza su quanto sia curiosa la sua struttura e su quanto sia particolare la sua filosofia politica. Tutti sappiamo che cosa succede nel racconto: Scrooge – modello di miserabile ossessionato dal denaro, avido e malvagio, il perfetto mercante capitalista che s’è fatto da solo – crede nel libero mercato nella sua forma più rapace e brutale. Non è un reazionario, è dalla parte dei riformatori del libero mercato. Ricordate quando, all’inizio della storia, i due gentiluomini impegnati in opere di beneficenza gli fanno visita rammentandogli che il Natale è il periodo dell’anno in cui i poveri hanno bisogno di particolare aiuto, e Scrooge li schernisce, chiedendo se per caso non vi siano più prigioni o case di lavoro? Ebbene: quelle istituzioni incarnavano la riforma, un tipo di riforma utilitarista, concreta, intesa a guarire la povertà di massa prodotta dalla Rivoluzione industriale. (Uno degli aspetti affascinanti di Scrooge è che, in tutto il libro, si dimostra un uomo di spirito e alquanto intelligente. Non è ottuso, è soltanto meschino. L’intelligenza non fa mai difetto ai personaggi di Dickens; i suoi cattivi ne hanno sempre una dose più che sufficiente.)

Per Dickens il Natale è un momento di carità, compassione e amicizia, e il capitalismo ha reso Scrooge insensibile – come fosse morto – a tutte e tre. Per richiamarlo alla vita occorrerà l’esperienza con i tre spiriti risanatori: lo spirito del Natale passato, lo spirito del Natale presente e lo spirito del Natale futuro. Quel che fanno i tre spiriti è ricordargli non tanto le sue responsabilità astratte verso gli altri, quanto piuttosto un fatto reale, e cioè che un tempo era stato un uomo fra gli uomini (e un bambino fra i bambini), che in una fase precedente della sua vita era stato parte di una comunità ed era stato felice. Scrooge viene salvato perché viene rimesso in contatto con i sentimenti della sua giovinezza.

La malattia di Scrooge non sta soltanto nella sua indifferenza verso i poveri; sta anche nel fatto che soffre di amnesia nei confronti della propria storia. Restituendogli la memoria, i tre spiriti gli restituiscono la virtù. Questo è esattamente il cuore del Natale dickensiano: la cura necessaria per il capitalista non sta semplicemente nel vedere il male del sistema in cui vive ma anche nel ricordarsi che al di fuori della realtà ristretta dell’ufficio contabilità esiste un’umanità più vasta. Scrooge si addormenta e viene risvegliato in un regno di responsabilità dove torna a essere « compagno di viaggio » di tutti noi. Essere legati agli altri ci rende spontaneamente caritatevoli; l’alienazione del capitalismo è un male soprattutto per il capitalista.

In questo senso, lo sviluppo della storia è semplice, purificatore e riformatore, ma è anche insolito. Il punto per Dickens non è che il materialismo insito nell’arricchirsi sia vuoto rispetto alla vita spirituale, ma che la vita spirituale dovrebbe fare da sprone e conforto a quel materialismo e poi a sua volta il materialismo dovrebbe fare da sprone alla vita spirituale, in una spirale virtuosa senza fine. In fondo, il mattino dopo, Scrooge non porta alla famiglia Cratchit una consolazione spirituale, ma un grosso tacchino. La ragione per cui dovremmo impegnarci nella vita materiale è che l’abbondanza può portarci a compiere atti di altruismo.

Dickens scrive una fiaba di Natale completamente secolarizzata; sepolto in mezzo al libro, vi è un solo riferimento indiretto a Gesù. (Questa secolarizzazione della festività era talmente completa che il protégé di Dickens, e suo successore nella narrazione del Natale, il romanziere Benjamin Farjeon, nato ebreo, diede ai suoi protagonisti il cognome Silver e due figlie di nome Ruth e Rachel.) Il romanzo, però, è risolutamente riformista. Nel suo altrimenti ammirevole Christmas in America, Penne L. Restad scrive che Canto di Natale « evidenzia le caratteristiche conservatrici, patriarcali, individualistiche » della filosofia di Dickens: un’affermazione che è l’esatto contrario di una verità peraltro abbastanza facilmente accertabile. Una società familiare patriarcale e conservatrice era l’ultimo dei desideri di Dickens. Solo eliminando il male generale si può consentire a Scrooge di vedere il bene particolare: ciò su cui il Natale insiste è il cambiamento.

Tuttavia, Dickens era un individualista. Pensava che il bene toccasse un cuore per volta, e che lo facesse spontaneamente, non inculcando idee astratte di virtù. Quelle le avevano i riformatori utilitaristi che istituivano le case di lavoro. L’acquisto di un certo tacchino per una certa famiglia non rappresenta il punto d’arrivo delle buone azioni di Scrooge, né la fine dei suoi doveri: ne è il necessario inizio.

(continua in libreria)