È vero, si pubblicano tantissime donne, ma i loro libri vengono presi nella stessa considerazione con cui vengono presi i libri scritti da uomini? Siamo pronti ad accettare che una donna possa avere la stessa influenza di un uomo sulla storia della letteratura?

ilLibraio.it propone l'amara riflessione dell'editore Luigi Spagnol, che è partito dall'analisi dettagliata degli albi d'oro dei principali premi letterari internazionali (dominati da autori maschi), oltre che dalle classifiche di vendita...

Clara Wieck Schumann (1819 – 1896) è stata uno dei pianisti più importanti del suo tempo, compositrice, nonché moglie e musa del sommo Robert Schumann. La sua pur rimarchevole produzione musicale tende a impallidire se paragonata ai giganti della musica del suo tempo: Mendelssohn, Chopin, Brahms, lo stesso Schumann, Liszt, Wagner (tra l’altro, tutti conosciuti personalmente da Clara). Ma rimane ben più interessante, e dimostra ben altro talento, se paragonata alla musica delle decine, forse centinaia di compositori maschi più celebrati di lei all’epoca in cui scriveva. Chi ricorda oggi, chi ascolta la musica di Ignaz Moscheles o di Niels Gade? Io l’ho fatto e posso assicurare che, a differenza di quella di Clara Schumann, davvero non ne vale la pena.

Clara Wieck Schumann
Clara Wieck Schumann

Eppure la stessa Schumann, dopo aver scritto nel diario, il 2 ottobre 1846: “Non c’è piacere più grande che aver composto qualcosa e poi ascoltarla”, aggiunge: “Naturalmente rimane sempre un’opera da camera scritta da una donna (Frauenzimmerarbeit, non ho trovato una traduzione migliore) e perciò manca sempre di forza e qui e là di idee”. Con questa sfiducia, con questa inibizione, con questa autoflagellazione, inculcate da secoli di storia, doveva combattere Clara Schumann per scrivere i piccoli capolavori che ha composto. Una lotta troppo dura per consentirle di ambire a traguardi più importanti, a comporre sinfonie, opere, concerti.

Tra tutte le arti, la musica è stata forse la più crudele nei confronti delle donne. Clara Schumann è l’unico nome di donna che mi viene in mente in tutta la storia della musica fino al Novecento (forse qualcuno più informato di me potrà richiamarne anche qualcun altro, ma dubito che la sostanza possa cambiare). Ancora oggi, la sproporzione tra compositori e compositrici è enorme, sebbene artiste del calibro di Sofija Gubaidulina, Kaija Saariaho o Julia Wolfe abbiano dimostrato quel che avrebbe dovuto essere ovvio, cioè che non c’è alcuna ragione per cui le massime vette dell’arte dei suoni non possano essere frequentate dalle donne.

Jane Austen

Fino a qualche tempo fa, confesso di aver considerato la letteratura una specie di isola felice tra le arti, per quanto riguarda la considerazione delle donne. Non c’è dubbio, per esempio, che Jane Austen e le sorelle Brontë occupino nella storia della letteratura un posto infinitamente più importante di quello, per esempio, di Artemisia Gentileschi o di Rosalba Carriera nella storia delle arti visive. E soprattutto oggi, mi dicevo, il contributo delle donne alla produzione letteraria è ormai totalmente riconosciuto. I pregiudizi che ancora sopravvivono, per tornare all’esempio precedente, nel mondo della musica “colta” mi parevano in letteratura superati, e ormai da tempo.

Nel mio piccolo, credo di poter dire di non aver mai deciso se pubblicare o meno un libro sulla scorta del sesso dell’autore. Credo che la maggior parte dei miei colleghi faccia lo stesso. Forse sono troppo ottimista, ma mi verrebbe da dire che tutti i miei colleghi facciano lo stesso. Non perché l’ambiente editoriale non sia maschilista, per carità. In trent’anni di carriera mi è capitato di sentire le cose peggiori sulle donne, ogni tipo di commento sessista, come immagino che capiti ahimè in ogni ambiente di lavoro. Ma non ho mai sentito dire da un collega che non avrebbe pubblicato un libro perché era scritto da una donna. Per la verità, per come si svolge il mio lavoro oggi, quando i libri da giudicare arrivano sotto forma di file digitale, in moltissimi casi li leggo senza nemmeno aver guardato il nome di chi li ha scritti.

“In trent’anni di carriera mi è capitato di sentire le cose peggiori sulle donne, ogni tipo di commento sessista, come immagino che capiti ahimè in ogni ambiente di lavoro. Ma non ho mai sentito dire da un collega che non avrebbe pubblicato un libro perché era scritto da una donna…”

Poi qualche conversazione tra amici e qualche lettura hanno cominciato a istillarmi dei dubbi. È vero, si pubblicano tantissime donne, ma i loro libri vengono presi nella stessa considerazione con cui vengono presi i libri dei maschi? Riconosciamo, il mondo letterario e la società in generale riconoscono alle opere scritte dalle donne la stessa importanza che viene riconosciuta a quelle scritte dagli uomini? Siamo altrettanto pronti, per esempio, a considerare una scrittrice o uno scrittore dei capiscuola, ad accettare che una donna possa avere la stessa influenza di un uomo sulla storia della letteratura? D’istinto, la risposta che mi sono dato è: no, non lo siamo.

Quanti scrittori maschi abbiamo sentito citare tra i loro maestri, tra gli autori a cui si ispirano o che li hanno maggiormente influenzati, delle donne? Sempre d’istinto, direi pochi.

nobel letteratura

L’avvicinarsi dell’annuncio del prossimo premio Nobel per la letteratura mi ha suggerito un gioco piuttosto semplice per non accontentarmi delle risposte del mio istinto. Quante donne hanno vinto il premio Nobel? E già che c’ero: quante il premio Strega? Quante il Goncourt? Quante il Booker? Quante il Pulitzer per la narrativa?

Dire che il mio istinto non si sbagliava sarebbe un’inesattezza, perché la realtà va ben oltre quello che il mio istinto immaginava.

Questi sono i numeri:

Premio Nobel: 14 donne su 111 premiati.

Premio Goncourt: 10 donne su 112 premiati.

Premio Booker: 15 donne su 47 premiati.

Premio Strega: 10 donne su 70 premiati.

Premio Pulitzer: 18 donne su 62 premiati.

Totale: 67 donne contro 335 uomini. Un quinto esatto. 5 a 1 per gli uomini.

premio-strega-2016

Mi sono anche detto, però, che non è forse giusto far risalire questi calcoli fino all’inizio della vita di ogni premio. Il Nobel per la letteratura è stato istituito nel 1901, il Goncourt addirittura nel 1896. Non si può giudicare la condizione della donna su dati dell’inizio del secolo scorso o della fine del precedente. Certamente dopo le battaglie e le conquiste femministe del Novecento le cose sono cambiate. Ho perciò controllato gli ultimi trent’anni di ciascun premio.

Nobel: 7 donne su 30

Goncourt: 4 donne su 30

Booker: 8 donne su 30

Strega: 4 donne su 30

Pulitzer: 11 donne su 29 (nel 2012 non è stato assegnato)

Totale: 34 donne contro 115 uomini. Poco più di un quarto. Ma se togliamo il Pulitzer siamo a 23 contro 117. Un quinto scarso. In Svezia, Francia, Gran Bretagna e Italia niente è cambiato, gli uomini vincono ancora 5 a 1. È cambiato qualcosa negli Stati Uniti, non a caso il Paese dove la lotta alle discriminazioni di genere è più intensa. Segno forse che, una volta che vi si presta attenzione, o meglio che non si distoglie lo sguardo, i libri di valore scritti da donne magicamente appaiono. 11 contro 18 non è ancora la parità, ma ci si avvicina sensibilmente.

A scanso di cattivi pensieri, dirò anche che tra le donne premiate con il Pulitzer ci sono, tanto per fare qualche nome, Toni Morrison, Anne Tyler, Annie Proulx, Jhumpa Lahiri, Elizabeth Strout, Donna Tartt. Insomma, non mi sembra che si sia dovuta forzare la mano per trovare delle autrici dal valore indiscutibile, per quanto indiscutibile possa mai essere il valore letterario.

A fare da contraltare alle atmosfere rarefatte e salottiere dei premi letterari c’è il mondo là fuori, il mercato, la strada. Che cosa dice il mercato?

Guardo la classifica dei libri più venduti in Italia, oggi 9 ottobre 2016.

Tra i primi 10 libri più venduti in Italia, 6 sono scritti da donne. Se guardiamo le classifiche della narrativa, 22 libri su 40 sono scritti da donne. In quella della narrativa italiana sono 7 su 20 (che è sempre meglio delle 4 donne su 30 premiate dallo Strega), in quella straniera addirittura 15 su 20.

Mi si obbietterà, anzi me lo obbietto da solo, che c’è una differenza tra il mercato e la letteratura, tra i libri che vendono bene e le opere di qualità. Certo che c’è. Sfido chiunque a definire in maniera soddisfacente in che cosa consista questa differenza, ma sappiamo tutti che c’è.

La classifica dei libri più venduti, però, ci dice che cosa vuole leggere la gente, quali autori vuole ascoltare, da quali libri vuole farsi tenere compagnia, su quali libri riflettere, da quali libri farsi mettere in discussione, a volte addirittura farsi cambiare la vita. La classifica dei libri più venduti è un ritratto del mondo dei libri e anche l’albo d’oro di un premio letterario lo è. Ritraggono aspetti diversi di quel mondo, certamente, forse addirittura mondi diversi, ma è normale, è giusto che la composizione di questi due mondi sia tanto diversa? In uno gli uomini vincono 5 a 1, nell’altro vincono di misura le donne. Nella narrativa straniera vincono le donne 3 a 1.

Aggiungo en passant che tutti i premi letterari che ho preso in esame fanno vendere copie. Le donne, quindi, dominano le classifiche pur non avendo accesso a una potente arma di marketing.

Ma soprattutto: ammettiamo per un momento che classifiche e premi siano entrambi ritratti fedeli del mondo che rappresentano. La classifica mostra i libri che si vendono, i premi mostrano le opere di qualità letteraria. Ne conseguirebbe una conclusione: le donne scrivono male, maluccio insomma, ma vendono di più. Sono per natura più portate ad avere successo. Interessante. Molto interessante. Perché non l’ho mai sentito dire in nessun altro campo, soprattutto quando per successo si intenda un successo economico. Strano, no? Che chi per natura è più portato al successo guadagni di meno.

Ma ammettiamo anche che siano più portate ad avere successo solo nel campo della narrativa: non sono scrittrici abbastanza raffinate da vincere i premi, non sono brave quanto gli uomini a dirigere aziende o consigli di amministrazione, ma le storie che raccontano sono in maggiore sintonia con i gusti del pubblico.

Be’, ma allora tutti i film di cassetta dovrebbero essere scritti e diretti da donne. Non so, non mi pare che sia così, ma anche qui ho voluto verificare. Su 40 film proiettati nella zona in cui vivo (Milano) nel momento in cui scrivo, solo 6 sono diretti da donne. Non viene da pensare che ci sia sotto qualcosa d’altro?

E allora la domanda è: perché?

Per una donna, forse, la risposta è abbastanza semplice: perché viviamo in una società maschilista e la società letteraria ne fa parte in pieno.

Ma io non sono una donna. Sono nato maschio e, come dice Albinati, nascere maschi è una malattia incurabile. E mi chiedo: perché? Perché lo facciamo? Perché ci ostiniamo a non voler leggere il mondo attraverso, anche attraverso, gli occhi di grandissime artiste che hanno l’unico difetto di appartenere a un sesso diverso dal nostro?

Qui la risposta mi sembra più complessa, o per lo meno più impegnativa, ci obbliga a metterci un po’ più in discussione. Non è difficile capire che cosa ne ricaviamo: potere, controllo, e con essi soldi, autostima, gratificazione. Tutte cose che non dispiacciono a nessuno, d’accordo.

Virginia Woolf

Ma a che prezzo le paghiamo? Non a che prezzo le pagano le donne, non a che prezzo le paga la società: a che prezzo le paghiamo noi maschi? Per un potere effimero, falso perché ottenuto con la prepotenza e con la negazione, per un’autorità priva di autorevolezza, ci siamo giocati le sinfonie che Clara Schumann non ha mai scritto. Tutta la musica, tutti i dipinti, tutti i libri che innumerevoli altre donne non hanno mai creato. Il premio Nobel ha rinunciato a iscrivere nel suo albo d’oro Virginia Woolf, Marguerite Duras, Marguerite Yourcenar. Ne è valsa la pena?

E ancora oggi, nonostante tutte le battaglie, nonostante tutte le prove contrarie, continuiamo a non capire, a non voler vedere, a non voler ascoltare. Anche adesso che le donne si sono conquistate il diritto a creare arte, a esprimere con una libertà mai vista prima la loro visione del mondo, noi maschi rinunciamo alla possibilità di arricchire il nostro orizzonte culturale, di nutrire il nostro mondo interiore, pur di non prendere nella dovuta considerazione la produzione artistica delle donne. Ne vale la pena?


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