Un corso filosofico dedicato alla morte diventa una riflessione su ciò che conta davvero nella vita, e sulle paure irrazionali e le illusioni che ci costruiamo e nelle quali, da soli, ci ingabbiamo. Alla scoperta delle lezioni, illuminate (e divertenti) di Shelly Kagan, filosofo americano sconosciuto in Italia, che insegna alla Yale University...

Basta guardarlo, si capisce subito che l’aula è il suo habitat naturale come per Messi un campo di calcio o per Astrosamantha una navicella spaziale. Converse, jeans e camicia a scacchi, comincia la lezione seduto sulla cattedra a gambe incrociate. Circa 600mila persone l’hanno ascoltato. Se tra i Guinness World Records ce ne fosse uno dedicato ai corsi universitari più seguiti al mondo, molto probabilmente il titolo sarebbe suo. Lui si chiama Shelly Kagan, è un filosofo americano con parecchio talento, è sconosciuto in Italia, insegna alla Yale University, tra le migliori al mondo. Il suo corso introduttivo alla Filosofia è stato selezionato, registrato e inserito nel progetto “Open Yale Courses”. Chiunque può seguirlo, ovunque si trovi. Basta un computer e una discreta connessione, un clic e via. Un intero semestre a Yale. Il titolo è secco e perentorio: Death. 26 lezioni sulla morte, ciascuna di 50 minuti circa (si trovano facilmente digitando Open Yale Courses/Death da qualsiasi motore di ricerca). Kagan ci ha scritto anche un libro (l’editore Yale University Press ci fa sapere che è diventato un bestseller non solo negli Stati Uniti ma anche in Cina e Giappone): “Non l’avrei mai scritto – racconta – senza l’incoraggiamento e i tanti riscontri di chi ha visto, ascoltato o letto le mie lezioni, mostrando quanto i temi e le idee di cui ho parlato fossero interessanti anche al di fuori del mondo accademico”. Sì, perché a Yale fanno sul serio: online c’è tutto il materiale trascritto delle lezioni, i riferimenti bibliografici, i consigli di lettura, da Platone a Cartesio, da Locke a Hume fino a Robert Nozick, Bernard Williams e Derek Parfit, passando per Tolstoj, Kurt Vonnegut e Julian Barnes. Gratis. Manca in pratica solo l’esame.

Se vi piace la filosofia, se siete iscritti a un corso di laurea o magari al liceo non vi soddisfa la rassegna cronologica di pensatori e idee eppure avete intuito che tra quei personaggi un po’ strambi e solitari deve esserci qualcosa di forte, se ve la cavate un po’ con l’inglese (la trascrizione delle lezioni, sebbene non al livello delle TED Conferences, è comunque un buon appoggio) e siete curiosi di ascoltare le domande e le risposte di un filosofo contemporaneo su un tema così importante come la nostra mortalità, questo corso fa al caso vostro. E’ pieno di domande e spiegazioni, casi ed esempi, è illuminate e sa pure divertire, e soprattutto rifugge la solennità verbosa di certa filosofia. La logica, certo, ha sempre le armi un po’ spuntate quando deve occuparsi della vita (e della morte), eppure una comprensione profonda, razionale e non solo emotiva, serve, e probabilmente ci aiuta a vivere con più consapevolezza.

C’è una vita dopo la morte? Shelly Kagan parte da questa domanda prima di dedicare più di un paio di lezioni al Fedone di Platone, dove Socrate, dopo il processo e la condanna, vuol convincere i suoi che la parte più importante di lui non morirà mai. “Ma chiedersi se c’è una vita dopo la morte equivale a chiedersi se c’è una vita dopo la fine della vita. La risposta è piuttosto ovvia. E’ come chiedersi alla fine di un film cosa succederà nel film.” Se è vero, come amava dire Wittgenstein, che la filosofia è una terapia del pensiero, spesso mettere a fuoco il nonsense nascosto dietro tante nostre domande può aiutarci a vedere meglio le cose, e a vivere con più profondità.

Socrate invece nel Fedone si fa portatore di una domanda importante: può esserci una vita dopo la morte del mio corpo? “Non siamo un semplice ammasso di carne e ossa, dice Kagan. Allora deve esserci qualcosa di immateriale dentro di noi. Ma come può qualcosa di immateriale occupare un posto?” Dentro di noi. Ma dentro dove? Il tema della collocazione spaziale di una entità immateriale è solo uno degli aspetti interessanti discussi da Kagan. Questa parte del corso è un’ottima introduzione al tema mente/corpo che tanto spazio occupa nel dibattito contemporaneo, molto spesso sconfinando nelle neuroscienze.

Fin dalle prime lezioni Shelly Kagan scopre le carte, solleverà tutti gli argomenti pro e contro le varie posizioni ma non sarà neutrale. Difenderà piuttosto una particolare forma di materialismo. “Non nego che esista qualcosa di immateriale che contraddistingue la vita degli esseri umani.” A questo punto sorride. “Se cerchi però il sorriso troverai denti, labbra, lingua, gengive.” Tutto quello che rende possibile la particolare capacità che il nostro corpo ha di sorridere. Se così stanno le cose, siamo corpi. Solo corpi. Shelly Kagan è in piedi impettito. “Ecco. Sono Shelly Kagan, un corpo piuttosto incredibile, ma per quanto sia arrogante non voglio dire che sono più incredibile di quanto lo siate voi. Ogni persona è un corpo che può fare cose sensazionali, ragionare, emozionarsi, innamorarsi.” Dunque fine del corpo, fine dei giochi? Troppo facile…

“Che succede quando una persona perde parecchi chili dopo una dieta?” Così arriviamo alla lezione numero nove. Entra in scena uno degli argomenti filosofici più intriganti di sempre: l’identità personale attraverso il tempo. “Cosa fa di te la stessa persona oggi, tra una settimana, tra venti anni, tra quaranta anni e magari dopo che sarai morto?” Una dieta potrà renderti diverso (fisicamente, psicologicamente), ma sei sempre la stessa persona. Allora: cosa fa di te quella stessa persona? Non il corpo, perché cambia. “Il signor Smith è vittima di un incidente mortale. Il suo fegato, sano, viene donato al signor Jones.” Smith è morto, Jones finalmente può tornare a una vita normale. Fin qui tutto chiaro, tutto torna. Io, insomma, non sono il mio fegato. Ma se fosse il cervello di Smith, sano dopo l’incidente, a essere donato al signor Jones che ha bisogno proprio di quel trapianto? Io sono forse il mio cervello? D’accordo, è uno scenario futuribile, però non è impensabile, dunque è rilevante dal punto di vista filosofico. “In questo caso diremo che Smith è vivo e Jones ha donato il suo corpo?” Sempre però a condizione che al risveglio dopo l’intervento il corpo abbia la personalità di Smith. Non il cervello dunque, ma la personalità conta. Comunque vada è qualcosa di immateriale che ci interessa. E torniamo al punto di partenza: non solo corpi siamo.

Metà corso fa da spartiacque. Dalla metafisica si passa all’etica, o meglio alla value theory come la chiama Kagan. E inizia a occuparsi della nostra atavica paura di morire. Forse, di nuovo, le armi della riflessione razionale possono sembrare spuntate e inadeguate allo scopo, eppure le riflessioni del filosofo ti lasciano qualcosa, una consapevolezza in qualche modo diversa e più lucida.  “Ci sono frasi che sembrano intuizioni profonde sulla natura della morte, dice Kagan. Con un’aria solenne, definitiva…” Frasi che spaventano. Una di queste è: Ognuno muore solo. “Ma Socrate nel Fedone beve l’infuso di cicuta circondato da amici e discepoli”. Ognuno muore solo vuol dire che se anche hai persone intorno chi muore sei tu. Falso. In un campo di battaglia tanti muoiono insieme. Ognuno muore solo significa che non puoi condividere la tua morte con altri. Falso. Nei suicidi collettivi si condivide la morte. Ognuno muore solo vuol dire che nessuno può prendere il tuo posto! In un racconto di Dickens un uomo si sacrifica per la donna che ama salvandone un altro. Ha preso il suo posto! Ognuno muore solo significa che “nessuno può sostituirsi a me. Sarà sempre la mia morte”. Bene. E allora? “Sono dal parrucchiere, il cliente dopo di me chiede di prendere il mio posto perché farebbe tardi a un appuntamento. Si taglierà comunque i suoi capelli, non i miei.” La morte, in fondo, non è poi così speciale.

E’ il turno di Freud: “La nostra morte non possiamo immaginarla perché ogni volta, immaginandola, ci siamo ancora, come spettatori. Per questo, inconsciamente, abbiamo la convinzione di essere immortali”. Non sarebbe possibile dunque prendere sul serio la nostra morte. Assurdo secondo Kagan. “Sono il membro di un’associazione che si riunisce ogni giovedì. Oggi è giovedì ma non potrò esserci per un altro impegno. Secondo Freud non posso pensare che la riunione si stia svolgendo senza di me perché mi immaginerei presente come spettatore.”

In fondo un corso filosofico dedicato alla morte diventa una riflessione su ciò che conta davvero nella vita, e sulle paure irrazionali e le illusioni che ci costruiamo e nelle quali, da soli, ci ingabbiamo. Come disse Epicuro, nella parte forse un po’ meno nota del suo discorso sulla morte: “Il saggio né rifiuta la vita né teme la morte, perché né è contrario alla vita né considera un male il non esserci più. E come dei cibi non cerca certo i più abbondanti, ma i migliori, così del tempo non il più durevole, ma il più dolce si gode.”

“In questo semestre desideravo riuscire a farvi pensare con la vostra testa, per guardare in faccia la morte senza paure né illusioni.” In molti alla fine del corso sono rimasti soddisfatti. E l’ultima lezione di Shelly Kagan termina tra gli applausi di tanti studenti.

 

 

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