"Sono credente, ma devo ancora riuscire a capire come fede e ragione possano convivere dentro di me". ilLibraio.it ha intervistato Sarah Perry ("Il serpente dell'Essex"). La scrittrice inglese, appassionata di letteratura gotica e romanzi storici, ha parlato del delicato equilibrio tra religione, superstizione e razionalità. E si è soffermata sulle condizioni femminili alla fine del XIX secolo: "Mi infastidisce vedere come la gente crede che vivessero le donne 120 anni fa... all'epoca erano molto coinvolte nella società, nella giustizia e nei diritti dei lavoratori"

Il serpente dell’Essex (Neri Pozza, traduzione di Chiara Brovelli) dell’autrice britannica Sarah Perry è un libro di superstizione e religione, che ci porta a fine ‘800.

sarah perry

La scrittrice, nata nel 1979, è originaria dell’Essex, dove la sua storia si ambienta; è cresciuta in una famiglia di religione battista, rigidamente osservante, e per questo motivo è entrata in contatto con la letteratura e la cultura più immediatamente contemporanee solo da adulta, dopo aver ricevuto una formazione classica.

Il serpente dell’Essex si ispira alla leggenda, nota in Inghilterra, di un mitico rettile di enormi dimensioni che vivrebbe in quella regione. Cora, la protagonista del romanzo, è una donna appassionata di fossili che, alla morte del marito, si trasferisce con il figlio a Colchester, nella speranza di potersi dedicare alle sue passioni naturalistiche. È qui che Cora si imbatte, per la prima volta, nella leggenda del serpente, una creatura che viene descritta quasi simile a un drago.

Convinta che la creatura misteriosa possa appartenere a una razza non ancora conosciuta e interessare al British Museum, Cora decide di indagare e si appassiona rapidamente all’indagine, ma non è l’unica: come lei, anche William Ransome, il giovane vicario del luogo, è interessato alla vicenda, che ritiene un’empia superstizione da smascherare. Ma il vero mistero svelato dal romanzo non riguarda il serpente, quanto piuttosto la complessità della natura e dei sentimenti umani, come quelli che coinvolgono Cora e William in un’amicizia complessa, litigiosa e sentimentale.

ilLibraio.it ha intervistato Sarah Perry.

neri pozza

Come è venuta a sapere della leggenda del serpente dell’Essex?
“Mio marito e io siamo entrambi originari dell’Essex, una regione ricca di storia e di leggende. Un giorno, durante una gita in campagna, siamo passati davanti a un cartello che indicava la cittadina di Henham e mio marito, che in quel periodo stava leggendo un saggio di storia locale, mi chiese se avevo sentito parlare del serpente dell’Essex. Fu lui a raccontarmi che nel 1669 era stato avvistato un mostruoso serpente, che minacciava il villaggio di Henham e l’area circostante”.

E com’è nata l’ispirazione per il romanzo?
“Ho subito pensato: ‘e se il serpente fosse tornato?’. Ma se lo avesse fatto alla fine del XIX secolo, in un’epoca in cui le teorie di Darwin erano argomento di discussione comune e le persone erano molto interessate alle scienze naturali, ai fossili e così via, allora la reazione alla leggenda sarebbe stata diversa rispetto a quella  del XVII secolo”.

E così è nato il libro…
“Quando arrivammo a casa, meno di un’ora dopo, avevo già architettato il romanzo!”.

Qual è il ruolo della religione nel suo libro? E come si lega alla superstizione?
“Mi interessano molto la religione e la superstizione come concetti, mi interessa poter delineare dove finisce l’una e dove comincia l’altra e, soprattutto, mi interessa la scienza, e capire come può la religione coesistere con il progresso scientifico o come, invece, rischi di sopprimerlo”.

È il nucleo del romanzo.
“Assolutamente: la difficile dinamica che lega religione, superstizione e ragione è il cuore del libro. Volevo scriverne soprattutto perché oggi giorno tendiamo a pensare che scienza e fede siano antagoniste ma, di fatto, le due cose sono andate a braccetto per secoli: è facile dimenticare che l’Illuminismo fu sostenuto da una forte fede cristiana”.

Qual è il suo legame personale con religione e superstizione?
“Sono cresciuta in una famiglia rigorosamente religiosa, e i miei avevano ricevuto un’ottima educazione. Sebbene sia stata educata a credere nella creazione, mio padre è uno scienziato e mi ha insegnato molto su come funziona il mondo, scientificamente parlando. Non sono più una religiosa osservante, non quotidianamente almeno, ma riconosco di non essere neanche integralmente razionalista”.

Cosa intende dire?
“Voglio dire che sono credente, ma devo ancora riuscire a capire come fede e ragione possano convivere dentro di me”.

È questo che la attrae, nei miti e nelle superstizioni? Per questo ne scrive?
“Probabilmente sì: indugio nel piacere dell’irrazionale e dell’incomprensibile, ma in modo fanciullesco, narrativo, piuttosto che nelle modalità strutturate e rigide di un culto canonizzato”.

Come si costruisce un’eroina femminile indipendente nel XIX secolo?
“È stato veramente emozionante descrivere quale fosse la reale condizione delle donne nel Regno Unito verso la fine del XIX secolo. Mi infastidisce molto, e mi rattrista, vedere come la gente crede che vivessero le donne 120 anni fa: il libro si ambienta negli anni novanta dell’Ottocento e, all’epoca, le donne erano molto coinvolte nella società, nella giustizia e nei diritti dei lavoratori”.

Avevano già ottenuto una certa indipendenza.
“Certamente, alcune lavoravano nella carceri per migliorare le condizioni dei carcerati, erano impegnate a ottenere cambiamenti nel funzionamento delle prigioni; altre studiavano medicina, ingegneria, matematica e  scienze. Spesso sceglievano di non sposarsi, di vivere indipendentemente o con altre donne, e tutte avevano facoltà di divorziare dal maritò per ‘crudeltà'”.

Prima di costruire il suo personaggio, quindi, ha anche studiato la condizione femminile dell’epoca…
“Ho voluto farlo, perché era molto importante per me dimostrare al pubblico quale fosse la reale condizione femminile nel XIX secolo, così ho tratto spunto da alcune grandi donne dell’epoca, come Annie Besant, Eleanor Mark e Elizabeth Garrett Anderson. Quindi, per quanto Cora Seaborne e la sua compagna Martha sembrino molto ‘moderne’, i loro personaggi sono fortemente ispirati a donne di quel tempo”.

Lei ha scritto la sua tesi di dottorato sul genere gotico, concentrandosi sulla scrittura di Iris Murdoch: cosa la attrae, del romanzo gotico?
“Adoro il modo in cui il genere gotico ci permette di esplorare alcuni dei più oscuri e inesplorati aspetti della condizione umana. Il gotico vero non tratta di mostri e incubi e donne in bianche camicie da notte che fuggono lungo tetri corridoi con una candela in mano… tratta dei sentimenti”.

Quali sentimenti?
“Il gotico indaga sensazioni come il non sapere con certezza se quello che vediamo è reale o meno, credere di impazzire e non sapere se qualcuno ci sta giocando un terribile scherzo; è un tipo di bellezza piuttosto strana e terribile, offre ai personaggi e al lettore la possibilità di interrogarsi sui temi più trasgressivi e oscuri. Per questo ha qualcosa di delizioso”.

Quali sono i suoi libri preferiti del genere?
“Ci sono diversi romanzi gotici che apprezzo molto, per esempio Padre Fludd di Hilary Mantel (Le Vespe, traduzione di Massimo Bocchiola), nel gotico moderno. Melmoth l’errante, di Charles Robert Maturin (UTET, traduzione di F. Santi) per l’horror-gotic, e direi Rebecca di Daphne du Maurier (Il Saggiatore, traduzione di M. Morpurgo). Ma ce ne sono molti altri!”.

Come lettrice, quali sono, invece, i romanzi storici che preferisce?
“Il romanzo storico che in assoluto preferisco è Una storia tra due città, di Charles Dickens (Mondadori, traduzione di M. Domenichelli). È l’esempio perfetto dello scrivere di un periodo della storia in modo vibrante ed emozionante ma anche specifico e dettagliato e, allo stesso tempo, prende in considerazione un’esperienza umana universale”.

E tra i contemporanei?
“Credo che il miglior romanzo storico pubblicato negli ultimi anni sia probabilmente Golden Hill di Francis Spufford (inedito in Italia, ndr). È un capolavoro che fornisce un’avvincente rappresentazione dei primissimi giorni di New York, ma è anche molto attuale nelle considerazione su come viviamo oggi”.

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