Ambientare una serie negli anni '80, puntando sull'effetto-nostalgia, non è una semplice scorciatoia sentimentale, ma una perfetta scelta narrativa: senza l’onnipotenza della tecnologia, i misteri sembrano più fitti e i mostri più grandi. È il caso di "Stranger Things", per cui non sarebbe possibile un'ambientazione contemporanea, in un tempo in cui siamo tutti sempre rintracciabili ed è diventato quasi impossibile tenere i segreti...

Dopo aver visto (o meglio, divorato) Stranger Things serie tv di culto già arrivata alla seconda stagione, uscita questo ottobre su Netflix – è facile ritenere che i veri protagonisti della storia siano gli anni in cui la vicenda è ambientata: gli sfarzosi anni ’80.

La sontuosa rappresentazione ricreata dai fratelli Duffer mostra tutte le sfaccettature di quel decennio pacchiano, ingombrante e appariscente, un tripudio di colore, coronato dalla musica new wave e quella pop, fatta di synth e tastiere, in grado di coniugare perfettamente spensieratezza e malinconia.

Uno dei punti di forza della serie è, senza alcun dubbio, il citazionismo. Stranger Things gioca in maniera sfacciata (e anche un po’ ruffiana) con lo spettatore, proponendo un carosello di immagini e riferimenti cult: dai romanzi di Stephen King ai Goonies, fino alle canzoni più rappresentative dell’epoca. In questo modo s’innesca facilmente quell’effetto nostalgia così importante nell’entertainment audiovisivo contemporaneo. L’avete notato, no? Sono innumerevoli i remake, i film e le serie resuscitate magicamente (dai grossi franchise come Jurassic Park e Jumanji agli show di culto come X-files), senza contare i prodotti originali che comunque si rifanno a un’estetica retrò come il teen drama Riverdale o Wayward Pines, omaggio al caposaldo della serialità Twin Peaks (anch’essa annoverabile tra le redivive).

Il termine “rottame dinamico”, utilizzato dalla studiosa Zoe Trodd, esprime bene il meccanismo che c’è dietro la riesumazione di temi e motivi passati. Una risorsa “vecchia”, in virtù di un valore “sentimentale”, si re-immette nel mercato, generando nuovi profitti. Un grande revival che intende sfruttare “l’effetto nostalgia”, in grado di dare nuovo lustro a prodotti dalla componente emozionale forte, con cui si possono connettere generazioni diverse. Un vortice di regressione così potente da contagiare anche chi quegli anni non li ha mai vissuti.

Puro marketing allora anche per Stranger Things? Non esattamente. Proviamo a fare uno sforzo d’immaginazione. Se la serie fosse ambientata ai giorni nostri avrebbe generato lo stesso entusiasmo?

La storia vede come protagonisti un gruppo di ragazzini che si mette sulle tracce di un amico scomparso inspiegabilmente e forse in maniera soprannaturale. Lo scenario è noto: la mediocre e apparentemente quieta provincia americana in cui improvvisamente si affaccia lo spettro della violenza e del paranormale. Come in tutte le narrazioni di formazione, inoltre, c’è una contrapposizione netta tra il mondo intrepido dei ragazzini (che girano di notte in bici tra le strade di Hawkins alla ricerca del loro amico) e quello indifferente e cinico degli adulti (composto da padri assenti o inebetiti e autorità stordite dagli psicofarmaci).

Gran parte del fascino di Stranger Things sta nell’atmosfera di mistero che riesce a creare, è l’inspiegabile che improvvisamente piomba nelle vite dei protagonisti. Non esistono terminologie adatte per descrivere il Male, ma soltanto quelle che inventano i ragazzi, dandogli il nome di ciò che conoscono meglio quindi è naturale che il Mostro da sconfiggere diventi il Demogorgone (no, non da Boccaccio ma dal gioco di ruolo Dungeons & Dragons).

stranger things

Date queste premesse, vi immaginereste mai qualsiasi possibilità d’azione per i personaggi di Stranger Things al giorno d’oggi? Che autonomia potrebbero avere dei ragazzini se continuamente rintracciabili tramite l’app “trova il mio iphone”? Quale mistero da risolvere se fosse possibile in ogni momento accedere a Google? Forse il nostro mondo, permeato dalla tecnologia digitale, si caratterizza proprio per una certa trasparenza. Non solo abbiamo continuamente accesso a una marea di informazioni che rendono la nostra vita quotidiana più rapida da decifrare (almeno superficialmente) ma abbiamo anche la tendenza a spifferare tutto. I segreti sono impossibili da tenere. Se non rivelati ai nostri amici sono comunque pubblicabili sulle nostre bacheche social, mandate in forma anonima su ask.fm o confidate in un commento su YouTube.

Da molti punti di vista uno dei temi principali di Stranger Things è appunto l’irrintracciabilità e la segretezza.

Immaginate un personaggio come Eleven con i suoi poteri psichici a zonzo nel mondo di oggi. Nessuno (e dico sul serio nessuno, nemmeno l’ipotetico Mike contemporaneo) ci penserebbe un solo secondo a postare una delle sue performance sui social media. Il motivo narrativo della scomparsa di qualcuno e della comunicazione con un mondo diverso e soprannaturale (in Stranger Things viene definito il “sottosopra”) assumerebbero senz’altro un valore differente e perderebbero molto in termini di efficacia e tensione drammatica se fossero messi in scena nel momento in cui la pervasività della tecnologia rende praticamente chiunque sempre rintracciabile. In altre parole, Stranger Things presuppone un’invisibilità che oggi è quasi impossibile da replicare, in un mondo in cui si reclama un’esposizione continua del proprio ego.

Forse la potenza di serie come Stranger Things (e la loro capacità di creare un universo immersivo in cui perdersi) derivano anche dalla possibilità che ci danno di ricordare tempi tecnologicamente più goffi ma anche infinitamente più difficili da esplorare e di conseguenza più interessanti. Il mondo di Stranger Things non aveva Google Maps, né Siri né forum sul paranormale da consultare. Non è una semplice scorciatoia sentimentale ambientare la serie negli anni ottanta ma una perfetta scelta narrativa: senza l’onnipotenza della tecnologia, i misteri sembrano più fitti e i mostri più grandi.

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