"La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo" (1759) di Laurence Sterne, a cui è stato dedicato un Meridiano Mondadori, si è per tempo conquistato un posto di prestigio nella storia del romanzo europeo. Ma più giustamente andrebbe collocato in una storia universale della Scrittura, perché non è solo romanzo...

In tempi di protervie gnoseologiche e d’inconsapevolezza linguistica come i nostri la ritraduzione del Tristram Shandy non potrebbe giungere più soccorrevole. Sto dando l’annuncio di un grande evento editoriale. Ringrazio subito, pertanto, la bravissima traduttrice, Flavia Marenco de Steinkühl, il prefatore e commentatore, Flavio Gregori, esatto, limpido e profondo (sua anche l’estesa nota biografica), e Renata Colorni, che ha accolto l’opera nella collana dei Meridiani Mondadori.

Il Tristram Shandy (titolo completo, La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, prima data di pubblicazione 1759) si è per tempo conquistato un posto di prestigio nella storia del romanzo europeo. Ma più giustamente andrebbe collocato in una storia universale della Scrittura, perché non è solo romanzo. Per molti è addirittura l’incarnazione dell’Anti-romanzo.

Ma che cos’è il Romanzo? Che cos’è un romanzo? Non mi stanco di domandarlo. Una storia…? Tante storie collegate? E che cos’è una storia? Il racconto di certi fatti…? E che cos’è un fatto? Ed esistono i fatti? E chi li racconta? E che cos’è un racconto? Tutte le narrazioni che raggruppiamo o si sono volute raggruppare sotto la categoria di romanzo affrontano più o meno implicitamente questi interrogativi, la maggior delle volte dandosi nella forma di risposte certe, come soluzioni del problema.

La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo

Il Tristram Shandy quegli interrogativi li formula nella sua stessa struttura. Il Tristram Shandy è, per sua costituzione e volontà, problema. Una storia non vi appare se non faticosamente, per episodi, in una trama frastagliata e frammentaria che fatica a corrispondere al mythos di aristotelica memoria o alle nitide distinzioni dei narratologi. E non perché il narratore non sia capace di svolgere il suo compito. Il narratore, qui, ha altri compiti (come già quello dell’Orlando furioso, dal quale certamente Sterne parecchio ha acquisito attraverso l’amato Cervantes, grande ariostesco): primamente, quello di “fare il narratore”; ovvero, di vivere la difficile eppure necessaria responsabilità di interpretare, di mostrare che le cose che si sanno non sono “dati”, ma sono costruzioni, e le mie costruzioni non stanno per le tue, e la conoscenza, alla fine, è solo un groviglio di punti di vista che mal si accordano gli uni con gli altri e che, invece, andrebbero armonizzati, in uno sforzo di pacificazione. Ecco perché abbiamo bisogno del Tristram Shandy, come abbiamo bisogno di tutto ciò che ci aiuti a comprendere come comprendiamo.

Si comincia con la nascita del protagonista, e questa nascita non si riesce a raccontare linearmente, non si può, perché intervengono a precipizio digressioni, considerazioni e riflessioni, che riguardano il padre, la madre e lo zio. In pratica, il lettore del Tristram Shandy è da subito invitato a rivedere il concetto stesso di evento, perfino del più individuabile (l’inizio di un’esistenza) e a capire che gli eventi non corrispondono a individualità temporali, a punti fissi, ma sono intersezioni di materiali eterogenei: corpi, certo, azioni, certo, ma anche e soprattutto “opinioni”. Il mondo, insomma, è fatto non solo dalla gente, ma da quello che la gente crede che il mondo sia. Doxa, avrebbero detto i greci.

Il lettore – e qui veniamo a uno dei dunque – è un campione di mondo. Il lettore, appunto, crede. Il narratore, perciò, mette continuamente in crisi le sue credenze. Non solo gli espone i pregiudizi, gli errori, i falsi argomenti, le diverse propensioni intellettuali dei personaggi (non senza esemplificazioni coltissime, parodie di sapienza, dispieghi di enciclopedismo che già sentono dell’ultimo Flaubert), ma sfida apertamente la ragionevolezza e il sapere del lettore. Quante volte lo chiama in causa! C’è, naturalmente, anche la lettrice. E rileggi, e fa’ più attenzione, e completa tu, e non fraintendermi etc. etc. In fondo, nessuna verità – questo vuole insegnare Sterne – potrà essere accertata. La verità è un’ipotesi, e le ipotesi variano, resistono a qualsiasi pretesa di assolutezza.

Tristram Shandy

Le pagine del libro costruiscono uno spazio teatrale, un vero e proprio palcoscenico del linguaggio, in cui, simultaneamente, tutti gli istituti del discorso si mettono alla prova. Compreso il silenzio. Le omissioni fanno la parte del leone. Troviamo perfino una pagina nera, il buio. E pagine bianche, vuoi perché il vuoto stimola meglio delle parole l’immaginazione del benedetto lettore e della benedetta lettrice, vuoi perché certe cose devono aspettare, seppure sembrino dover cadere lì nell’ordine della narrazione. La punteggiatura riveste un ruolo cruciale. Chi, avendo un po’ di familiarità con il Tristram Shandy, non ne visualizza subito mentalmente gli origami di lineette e di asterischi, veri e propri buchi, le maglie del senso? La scrittura è come continuamente minacciata dal rischio di prosciugarsi, di inabissarsi, di venire risucchiata dalle forze infere di una significazione più vera, nascosta sotto il livello del verbalizzato. Non si tratta di ineffabile. Si tratta di una semantica “più intelligente”, suggerita, propria della letteratura. Leggiamo questo stupendo passo, che dà anche un esempio dell’ottimo, complesso lavoro della traduttrice: “È una tremenda sventura per questo mio libro, ma ancor più per la Repubblica delle Lettere, —- tanto che la sventura mia al confronto sprofonda nel nulla, — che questa ignobile smania di sempre nuove avventure si sia radicata a tal punto nelle nostre usanze e umori, — e noi si sia così esclusivamente propensi a soddisfare quella bramosia, — che non mandiamo giù altro se non le parti più grossolane e carnali di una composizione letteraria. — Le allusioni sottili e le esperte informazioni della scienza se ne volano via come essenza verso l’alto, — la ponderosa morale si rifugia verso il basso; e sia le une che l’altra vanno perse per il mondo come se fossero rimaste in fondo al calamaio” (p. 60).

Il Tristram Shandy è il risultato di un geniale sforzo compositivo, una sinfonia di modi e maniere, e perfino di lingue (francese, latino e greco), in cui essenziali contributi sono venuti dalle più diverse fonti letterarie, storiche e scientifiche. Il curatore, Flavio Gregori, districa da espertissimo i molti fili (Rabelais, Cervantes, Swift, Pope, Locke e molti altri, minori e no), tracciando al tempo stesso un lungo e importante contesto di studi, ma senza ubriacature bibliografiche, con l’eleganza del saggista più che con la seriosità paffuta dell’accademico. Illuminanti le sue considerazioni sull’umorismo di Sterne, e sulla dimensione satirica del romanzo. Ma il contributo critico più importante sta nell’aver sottolineato la portata filosofica e umanistica del Tristram Shandy: libro che fa ridere in tanti modi, come Gregori afferma, e ci incoraggia a dubitare di ogni nostra convinzione per amore della vita.

L’AUTORE – Nicola Gardini, insegna letteratura italiana ad Oxford, ed è l’autore di Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile (Garzanti).


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