Con il suo romanzo d’esordio, “Il dio delle piccole cose”, pubblicato nel 1997, e con cui ha vinto il Booker Prize, si è imposta all’attenzione di milioni di lettrici e lettori. Ma la storia di Arundhati Roy inizia molto tempo prima, tra le regioni indiane del Tamil Nadu e il Kerala, e in una Delhi strabordante di energia. Nel nuovo libro, l’atteso “Il mio rifugio e la mia tempesta”, Arundhati Roy racconta la sua vita, le sue battaglie e, soprattutto, parla di sua madre, venuta a mancare, e con cui, sin dall’infanzia, ha avuto un rapporto tutt’altro che semplice. Il risultato? Un romanzo autobiografico che è, al tempo stesso, una poesia e un’ode

Che valore ha guardare la propria vita con un cannocchiale, e poi al microscopio, studiandone prima l’ambientazione, i condizionamenti sociali, la situazione economica, e solo dopo i dettagli, i dialoghi, le singole tessere del mosaico? Per Arundhati Roy – Booker Prize nel ’97 con il suo romanzo d’esordio, Il dio delle piccole cose (Guanda, traduzione di Chiara Gabutti) – la vita si analizza solo al caleidoscopio.

Le esperienze che l’hanno attraversata, gli incontri fortuiti, e quelli cercati, contribuiscono a creare questa danza frenetica, colorata e, alle volte, disperata.

Il mio rifugio e la mia tempesta, il nuovo libro di Arundhati Roy

Il mio rifugio e la mia tempesta di Srundhati Roy, Guanda

In Il mio rifugio e la mia tempesta (Guanda, traduzione di Tiziana Lo Porto) Roy raccoglie le forze per raccontare la storia di sua madre, poco dopo la morte: “Credevo davvero che mi sarebbe sopravvissuta. Ma così non è stato e io ero distrutta, il cuore a pezzi. Sono confusa e mi vergogno moltissimo per aver avuto una reazione così intensa”, scrive Arundhati Roy, scrittrice indiana di lingua inglese classe ’61, nelle prime pagine, stupita dall’intensità del dolore che la attraversa.

Con la sua anziana madre ha avuto infatti un rapporto tutt’altro che semplice, sin dall’infanzia. Eppure.

Con la sua morte, la scrittrice non può fare a meno di scrivere, mettendo in atto un esercizio tanto caro a sua madre: la scrittura libera. Scrivere quello che si pensa, su qualsiasi cosa, pochi minuti o intere mezz’ore. Solo così ogni gesto può assumere un senso, e la sua storia può essere raccontata.

Il mio rifugio e la mia tempesta è un’autobiografia di Arundhati Roy, dai primi passi fino ai nostri giorni, punteggiata dagli incontri, sempre destabilizzanti e trasformativi, con la donna carismatica, forte e tagliente che l’ha generata, che, come recita la sua lapide è stata “Sognatrice. Guerriera. Insegnante”.

La semplicità con cui è scritto questo testo, che è anche un romanzo, una poesia, un’ode, non si può e non si deve fraintendere: quella di Roy non è una letteratura “facile”. Ha quel tipo di semplicità a cui si arriva quando la scrittura è pensata e studiata ed è connaturata, ormai, a chi scrive. Quando scrivere è così naturale da non far trasparire il minimo sforzo.

Il dio delle piccole cose

Arundhati Roy dipinge un ritratto preciso di una madre dai contorni sfumati: una femminista, un’insegnante che ha aperto le porte della sua scuola a un’intera regione e l’ha costruita, mattone su mattone; un’attivista che ha combattuto per i diritti di eredità di tutte le donne cristiane in India. Eppure una donna dura con i suoi figli, Arundhati e Lalith, dall’umore variabile, come il tempo, dagli accessi di rabbia grandiosi e, alle volte, grandiosamente divertenti.

Una madre che la spinge a vivere lontana da lei, a trovare se stessa al di fuori di una famiglia che non esisteva, “non perché non l’amassi, ma per continuare ad amarla”, dice Roy. Che poi non è quello che qualsiasi figlia, qualsiasi figlio, deve fare? Allontanarsi per amare meglio.

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Arundhati Roy in una foto del 2024, di Mayank Austen Soofi

E nell’allontanarsi, e allontanare, Roy trova il mondo che le corre incontro, e che la allontana a sua volta. Il primo grande amore, l’architettura, gli studi condivisi con gli amici, ai margini di una baraccopoli, in una casa minuscola dal tetto di lamiera, uno studio che tornerà nella sua vita adulta, soprattutto una volta che sua madre avrà lasciato la vita.

Goa, l’Italia, il cinema, e la scrittura che, a poco, a poco, torna a bussare alla sua porta, a fare capolino in un angolo del cervello. E quella madre distante e arrabbiata che la sostiene nel suo percorso, a modo suo. Pradip Krishen, il suo grande amore, regista di Massey Sahib, di cui Arundhati Roy era la protagonista, diventato nel corso degli anni un naturalista esperto di alberi indiani.

Arundhati Roy racconta con grazia l’arrivo della fama, con il Booker Prize, a quasi tre quarti del libro, quando, se non la si conosce, sembra non possa accadere nient’altro nella vita di una persona. E, invece. La pubblicazione di Il dio delle piccole cose arriva a trentasei anni, all’improvviso, fulminea come solo la dea bendata sa essere. E la fama internazionale la segue immediatamente:  “Grazie a Dio siamo ricchi”, dice l’amico di una vita Golak. E questa ricchezza, questo nuovo privilegio, unito a grandi cambiamenti nella sua vita, smuovono dentro di lei una nuova consapevolezza, una nuova fuga.

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L’impegno politico di Arundhati Roy

Arundhati Roy ha abbracciato quanto di Roy c’era in lei, della signora Roy, sua madre. Da sempre politicamente impegnata, dopo l’uscita di Il dio delle piccole cose, la scrittrice imbraccia la sua arte e la dedica alle battaglie di cui sente il richiamo. Gli anni 2000 sono per lei l’inizio di una nuova fase, liberatoria, ma che la porterà spesso a confrontarsi con la giustizia indiana. Per il bene comune è solo il primo di una serie di reportage sul Narmada, per raccontare il movimento anti-dighe.

Il suo impegno cresce insieme alla crescita dell’ultranazionalismo indiano e induista, verso il quale è profondamente critica, attirandosi l’odio dei politici di qualsiasi parte. Il giorno di galera che le viene inflitto per oltraggio alla Corte Costituzionale più che placare la sua sete di giustizia e metterla a tacere, la stimola e le permette di conoscere una donna accusata di un attentato terroristico che non ha commesso. Per la sua assoluzione combatterà strenuamente, e seguendo le tracce del suo caso, si convincerà ad andare nel Kashmir, da sempre conteso tra India e Pakistan.

“Visitare il Kashmir da cittadina indiana che ha anche un briciolo di coscienza significa essere sradicata. Perché dopo che hai conosciuto il Kashmir, non puoi tornare alle vecchie conversazioni, alle vecchie battute, al divertimento fine a se stesso. […] Quasi senza che me ne rendessi conto, la cerchia di amici intimi è cambiata. Io sono cambiata. Il mio senso dell’umorismo è cambiato. È diventato un po’ kashmiro, più cupo e più nero.”

Più la sua esperienza di attivista cresce, più il legame con sua madre le diventa chiaro, prende contorni nitidi, anche se continua a essere faticoso e tagliente. Come se scoprisse il perché di alcune sue azioni, la motivazione profonda che la spinge a cercare qualcosa di più, a fuggire, a pretendere la giustizia. Nonostante la rabbia, nonostante il passato, Mary Roy rimane per lei una figura di riferimento, di cui nutrirsi, provando a tenere una giusta distanza.

Non c’è mai vero giudizio nelle sue parole, mai un vero e proprio distacco. C’è compassione, c’è dolore, e c’è un’immensa umanità. Per Mary Roy, certo, ma anche per “Micky”, suo padre, un alcolista magnetico e sbruffone, che conosce a vent’anni. Non c’è odio, ma solo tenerezza per lo zio G. Isaac, in eterna lotta contro sua madre.

È proprio questa, forse, la cosa più sorprendente di Il mio rifugio e la mia tempesta, lo spazio dilatato che, nella scrittura, la vita di ognuno di questi personaggi, di queste persone, assume all’interno della storia di Arundhati Roy, che li accoglie, li osserva, e prova a non giudicare mai.

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Non era la nostalgia a riportarmi indietro, bensì il desiderio di esorcizzare alcuni dei miei vecchi fantasmi guardandoli negli occhi e di aggrapparmi ad altri, per raccontare loro della mia grande fuga. Ma ho imparato che è impossibile. O ospitiamo tutti i fantasmi come faccio io, o li scacciamo tutti, come fa mio fratello. Con i fantasmi non si può trattare”.

Fotografia header: Arundhati Roy in una foto del 2024 di Mayank Austen Soofi

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