“Chiara”, il nuovo romanzo di Antonella Lattanzi, è una storia di amicizia salvifica. Chiara e Marianna, che è anche l’io narrante, sono due bambine prima e due donne poi. Crescono in simbiosi, insieme ai loro mostri e, insieme, si scoprono, diventano adulte e tentano di sopravvivere. Quasi sempre tendendosi la mano…

Quando ero bambina mi capitava di passare intere giornate a sognare di tornare a casa per continuare qualcosa che amavo molto, ma che avevo dovuto interrompere per andare a scuola, o a nuoto, o da mia nonna.

Quando è arrivata Sciana, il nostro cane di famiglia, non vedevo l’ora di tornare a casa per correre in giardino con lei. Quando mi hanno regalato Final Fantasy XII per la Play Station non vedevo l’ora di tornare per continuare il gioco – io che non ho mai avuto alcun interesse per i videogiochi. Quando è arrivata la mia cameretta nuova non vedevo l’ora di tornare a casa per passarci dentro tutto il pomeriggio.

Ecco, Chiara, il nuovo libro di Antonella Lattanzi (Einaudi) mi ha fatto un po’ questo effetto qui, quello che da bambina mi facevano Sciana, Final Fantasy e la cameretta nuova. Un’impazienza incontenibile di tornare a casa a continuare la lettura. Era da un po’ che un libro non mi trasportava tanto.

Chiara Antonella Lattanzi

Chiara è la migliore amica di Marianna, protagonista e voce narrante. Ma non solo: Chiara per Marianna (e viceversa, Marianna per Chiara) è anche il banco di prova per sperimentare l’età adulta, l’intimità, l’amore, il valore delle promesse e il dolore di vederle infrante.

Chiara e Mari sono simbiotiche fin dai tempi della quinta elementare, a Bari.

“Frequentavamo la stessa classe dal primo giorno di scuola, adesso facevamo la quinta elementare ma non ci eravamo mai parlate davvero”.

Sono molto diverse, Chiara e Mari, eppure, in tutta quella distanza, ci sono somiglianze radicali, che le avrebbero unite per tutta la vita.

La famiglia di Chiara ha origini albanesi, è molto cattolica e ha cresciuto la figlia nella tradizione. Così, Chiara veste con gonne troppo lunghe e ha una peluria che le copre il volto e le regala il soprannome di “Baffuta”.

Marianna, invece, arriva da una famiglia del sud, cosa che cerca di nascondere con tutte le sue forze. Marianna è l’eccesso: l’eccesso nei capelli punk, nei look trasgressivi, nel provare sostanze ed esperienze, nei sentimenti e nelle promesse.

“Abbiamo dieci anni ma sappiamo già che, per motivi diversi, io e lei non siamo come i nostri compagni di classe, non siamo come i nostri coetanei, non siamo come gli altri. Lo sappiamo in modo definitivo. Le nostre famiglie sono diverse dalle altre. I nostri genitori sono diversi dagli altri”.

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Nella famiglia di Chiara vive un mostro violento, che non risparmia lei, le sue sorelle gemelle e la madre.

Anche nella casa di Marianna vive un mostro violento che, anche se con dinamiche diverse dal mostro di Chiara, non risparmia nessuno.

I mostri, quelli visibili almeno, sono i padri di Chiara e Marianna. Le madri scompaiono quasi del tutto. Antonella Lattanzi, in un’intervista a Rai Cultura, racconta che, in effetti, in tutti i suoi romanzi le madri, in un modo o nell’altro, tendono a scomparire.

Così, figlie di mostri e di genitori diversi da quelli degli altri, Chiara e Marianna diventano come sorelle, promettendosi di salvarsi a vicenda dai mostri delle loro vite, sempre e per sempre.

Nel loro rapporto scoprono i loro corpi e i loro segreti più profondi, le relazioni e la difficoltà del diventare adulti, le prime esperienze col sesso, col piacere, con le dipendenze – fisiche e affettive. Imparano a fare i conti con i sensi di colpa, ad ascoltare le energie che sprigionano dagli altri e a convivere con la difficoltà e, insieme, l’urgenza di rompere le catene familiari. Grazie al loro rapporto sopravvivono all’adolescenza, che non è poi una cosa così scontata.

Sopravvivono e arrivano a oggi, al 2025. Sono due donne, adesso, Chiara e Marianna, ancora diverse, ancora infinitamente simili. Sono due donne danneggiate, in primo luogo dai loro genitori – come sempre accade, del resto.

“Nell’aprile del 2025, una donna sui quaranta non riesce più a capire come si apre la porta del bagno di un treno. Non riesce neanche più a capire come ci si alza dal proprio posto e si percorre il corridoio e si arriva in bagno. Non riesce a chiamare un taxi. Nemmeno a viaggiarci. Quando le danno una stanza d’albergo così grande che dentro c’è una scala che porta alla zona notte, quella donna guarda la scala pensando ma come si fa, a salire una scala. Ci vorrebbe, un padre sul cui petto poter poggiare la testa, e riposare. Ci vorrebbe, un amore infinito che siamo incapaci di tradire. Ma sono cose che non esistono in natura. I padri che ti consolano, gli amori infiniti che non ti tradiscono”.

Così, la storia di Chiara procede in un avanti-indietro tra i tempi della scuola e quelli dell’età adulta.

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In questo romanzo Lattanzi non risparmia nulla. Non addolcisce la violenza, non mitiga le delusioni.

Racconta con gesti dritti e parole precise tutto il dolore che c’è, ma anche tutto l’amore. Il risultato è un libro difficile, ma così vero da essere come un sollievo, una specie di percorso di liberazione. Una dimostrazione scritta nero su bianco del fatto che non esistano vite semplici, ma che – alla fine – procedono, pure se a tratti storte e traballanti.

A ben vedere, Chiara è un romanzo di salvezza perché, se è vero che ognuno deve salvarsi da sé, tendere la mano e trovarne un’altra aiuta a vivere.

Sono felice che questo libro esista, e felice di aver sentito di nuovo l’emozione di tornare a casa in fretta per correre da Sciana.

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Fotografia header: Antonella Lattanzi nella foto di Cristiano Gerbino

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