In “Canale Mussolini” (romanzo vincitore del premio Strega nel 2010) – parte prima e parte seconda -, Antonio Pennacchi (Latina, 26 gennaio 1950 – 3 agosto 2021) usa la voce del filò per riportare alla luce la storia dei Peruzzi, coloni veneti arrivati nell’Agro Pontino durante le bonifiche fasciste. Tra ironia, memoria e dialetto, prende forma una saga familiare (e nazionale) che guarda attraverso le vite di chi ha conosciuto più la fame che la politica, e finisce per diventare un modo per vedere la Storia da un’altra prospettiva, concreta e spesso scomoda…
Lei si deve immaginare questa storia come un lungo filò. Come dice? Cos’è un filò? Il filò è una tradizione, una veglia, un momento di condivisione di storie e leggende, tra familiari e amici, in una stalla d’inverno o sui ponti delle case d’estate.
Questa antica usanza delle campagne del Nord Est è stata per molto tempo l’unica forma di intrattenimento per le famiglie coloniali, che tramandavano la loro storia e tenevano alto l’umore di donne e uomini impegnati nel lavoro per la maggior parte del loro tempo.
Canale Mussolini (Mondadori, vincitore del Premio Strega 2010) di Antonio Pennacchi, a cui faranno seguito Canale Mussolini parte seconda e La strada del mare, si deve (ri)leggere immaginando proprio di essere lì, tra bambini sonnolenti e animali da stalla.
Perché anche se la storia della famiglia Peruzzi si svolge per la maggior parte nelle terre di bonifica dell’Agro Pontino (lungo le sponde del Canale Mussolini, appunto), è pregna di una forte identità veneta (friulana, ferrarese) e, non a caso, le comunità di coloni che si sono formate in quelle zone nel periodo fascista vengono oggi chiamate “veneto-pontine”.

“Dal Veneto ci eravamo portati la tradizione del filò, quella di riunirsi tutti a sera, dopo cena, ora in un podere ora in un altro a raccontarsi storie, fòle, favole e roba del genere, al lume di candela o di petrolio. D’inverno ci mettevamo in stalla, assieme alle bestie perché ci faceva più caldo. Lei doveva vedere la gente che si portava da casa la sedia o uno sgabello, per paura di restare in piedi. Ogni tanto una bestia alzava la coda e via, scappavano tutti prima che pisciasse schizzando intorno. E tutti a ridere.”
Antonio Pennacchi ha voluto raccontare la sua storia, quella della sua famiglia, proprio secondo questa tradizione. Nel suo caso il narratore sembra discutere spesso con un interlocutore esterno, una voce attenta e incline a fare domande scomode.
“Come dice? che non le sembra tanto igienico tenere il maiale e le galline dove si fa il pane?”
“Come dice, scusi? che questa cosa sui libri di storia non c’è? che tutti gli storici scrivono solo dei tedeschi ad Anzio, e non dei coloni dell’Agro Pontino?”
Una voce che è un escamotage letterario e rivela i pensieri dei lettori con precisione: noi lo pensiamo, lui l’ha già scritto nella riga successiva. Perché Pennacchi sa bene che storia sta raccontando, quella dell’Italia fascista che si studia sui libri a scuola, ma vista dalla prospettiva più bassa: quella dei contadini, della povera gente.
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“Per la fame. Siamo venuti giù per la fame. E perché se no? Se non era per la fame restavamo là. Quello era il paese nostro. Perché dovevamo venire qui?”.
Questo incipit rimane un punto fermo in tutto il racconto: il fascismo e tutto quello che ne è venuto fuori dopo, si legge in queste pagine dal punto di vista della fame e della miseria, della mancata alfabetizzazione. Una famiglia di mezzadri con diciassette figli come quella dei Peruzzi, stremata dal lavoro, da quota 90, dall’estrema povertà della terra veneta, come vedeva il Duce? Come percepiva i sindacati? Cosa ne pensava della guerra?
Pennacchi non cade nella retorica di raccontarci questa saga familiare (e nazionale) con toni disperati, decide di usare invece l’ironia e il sarcasmo, a volte raggiungendo il paradosso. Qui sta la sua capacità di narratore: si rimane incollati alle pagine senza capire bene cosa stiamo provando, leggiamo una battuta e nel mentre una morsa ci prende lo stomaco.
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Ed è proprio “dalle budella” che l’autore dice di tirare fuori i suoi versi (con una citazione al poeta latino Lucilio), perché l’arte non è divertimento ma piuttosto una condanna. “Bello o brutto che sia, questo è il libro per cui sono venuto al mondo. Fin da bambino ho sempre saputo di dover fermare questa storia […] e raccontarla prima che svanisse. Nient’altro. Solo questo libro”.
Anni prima, Pennacchi aveva già scritto di tutto questo ne Il fasciocomunista, un romanzo che fece molto discutere, ispirato alla sua vita e alle sue posizioni politiche (da cui è stato tratto anche il film di Daniele Luchetti Mio fratello è figlio unico). I protagonisti torneranno poi proprio in Canale Mussolini – lo zio Benassi, la zia Santapace e i figli – a rappresentare il ramo della famiglia dell’autore.
“Non sembrerà quindi strano se a un certo punto capiterà di imbattersi in brani o cose già lette negli altri [i libri, ndr]. Non è lui che copia da loro. Sono loro che furono scritti per lui”, sostiene nell’introduzione al libro lo scrittore, notoriamente conosciuto per il suo carattere brusco e, in passato, rissoso.
In un’intervista al Corriere della Sera, ammise: “Le ho sempre prese e ormai sono non violento. L’ultima volta, feci a botte quando m’iscrissi all’università a 40 anni.”. Ma conferma anche il suo passato: “Mia madre diceva che non ero un attaccabrighe, ma un catabrighe. Catare, in veneto, significa trovare. Io uscivo e trovavo le brighe”.

I Peruzzi quindi sono un insieme di tutte le famiglie (e delle loro storie) che Pennacchi ha conosciuto tramite i racconti dei propri parenti, emigrati in Agro Pontino negli anni Venti del Novecento.
“Fu un esodo. Trentamila persone nello spazio di tre anni – diecimila all’anno – venimmo portati quaggiù dal Nord. Dal Veneto, dal Friuli, dal Ferrarese. Portati alla ventura in mezzo a gente straniera che parlava un’altra lingua. Ci chiamavano ‘polentoni’ o peggio ancora ‘cispadani’. Ci guardavano storto. E pregavano Dio che ci facesse fuori la malaria.”
Canale Mussolini guarda a quel mondo tramite gli occhi di chi lo viveva, e il suo autore non ha paura di mostrare luci e ombre di queste persone comuni, che parlano dialetto, usano modi rozzi e agiscono solo seguendo l’istinto.
L’esodo delle bonifiche, il fascismo, l’Opera Nazionale Combattenti, nulla di tutto questo ha per i Peruzzi il senso che possiamo dargli oggi: succubi e inermi davanti alla Storia, ne diventarono attori decisivi pur inconsapevolmente.
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(Ri)leggere oggi Canale Mussolini ci fa scontrare con un concetto complesso e, soprattutto, attualissimo: “Ognuno ga le so razon”. Ognuno ha le sue ragioni.
Lo ripete spesso zio Adelchi, tra i protagonisti dei romanzi, dopo averlo imparato a sue spese combattendo in Africa. Al mondo, tutti hanno le proprie ragioni, vittime e aguzzini.
Se la nostra natura di esseri umani ci impedisce di guardare le cose da prospettive diverse, ci riduciamo a definire il mondo secondo i nostri parametri. Solo la cultura interviene, tramite la scoperta dell’altro, la conoscenza del diverso. Nei suoi romanzi, Pennacchi arriva alla cultura più alta e la mescola con la più bassa, unendo due mondi che sembrano lontanissimi ma che non possono fare a meno l’uno dell’altro. E forse, voleva proprio ricordarcelo.
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