“Il custode”, il nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti, è una favola nera che mescola crudeltà e tenerezza, provincia e mitologia, in una storia che mette al centro un nuovo personaggio di adolescente ammanitiano, un innocente calato in un universo adulto inquieto e isolato. In una Sicilia arcaica, lo scrittore indaga la profondità del desiderio, che segna un punto di non ritorno dall’adolescenza…
“Niente era visibile nell’oscurità che regnava in casa nostra”.
La casa è un seminterrato di quattro stanze, piante finte perché non entra il sole, vecchie foto di rovine greche alle pareti, un bagno chiuso con tre lucchetti. Nilo Vasciaveo vive nell’oscurità insieme alla madre Agata e alla zia Rosi: tre vampiri, tre figure imprigionate in una quotidianità fatta di obbedienza, rituali scanditi da orari e responsabilità.
In un angolo sperduto della Sicilia, Triscina, settecentoquaranta anime ben nascoste, la vita d’inverno è sommessa, tra case abusive poggiate sulla sabbia, spiagge spazzate dal vento tagliente, rovi e carcasse d’auto. L’atmosfera è quella di una terra di solitudine e rovine, resti di una civiltà dimenticata, non solo archeologica ma morale.
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Le giornate scorrono in apparenza normali: la scuola, la bici elettrica per i tredici anni, le serate davanti alla tv, la pizza di Ciccio ’u furnaru il venerdì. Ma Nilo, detto “Sticchiteddu”, cresce accanto a una madre per la quale “l’ingiustizia è il pane della vita”, costretta a fare i conti con i soldi, con l’impresa di marmi, che in realtà è una copertura, e con un segreto antico da proteggere sempre, ad ogni costo.
“Mamma mi aveva avvertito, scordati gli amici, scordati i viaggi, il mondo inizia e finisce a Triscina, noi abbiamo un compito, occuparci della cosa nel bagno”.
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Una favola nera che mescola crudeltà e tenerezza
Il custode di Niccolò Ammaniti (Einaudi) è una favola nera che mescola crudeltà e tenerezza, provincia e mitologia, in una storia che mette al centro un nuovo personaggio di adolescente ammanitiano, un innocente calato in un universo adulto inquieto e isolato, che gli insegna una vita buia come una prigione.
C’è una mostruosità organizzata chiusa a tre lucchetti in casa di Nilo, attorno a cui ruota non solo una forma di delinquenza, ma il concetto stesso di famiglia, di destino, di bellezza, levigata come il marmo, da curare con i gesti di una liturgia. La costrizione è la norma di comportamento per casa Vasciaveo, è un senso di paura persistente, l’oppressione di una minaccia che convive con un fascino antico, con un orgoglio atavico che affonda le radici in un passato non detto, e che si deve accettare, anche con l’aiuto di gocce di sonnifero per dormire.
Quando a Triscina arrivano Arianna e la figlia Saskia, la traiettoria di Nilo devia. Arianna è chiassosa, colorata, spudorata fino a essere oscena, Saskia è un’adulta di dieci anni, già alle prese con problemi e dolori che non dovrebbe conoscere.

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Ci sono due poli matriarcali in questa storia: da una parte il rigore che si fa controllo, dall’altra la libertà che sconfina nell’impudenza e nel rischio. Agata rappresenta una protezione che diventa possesso, Arianna è la possibilità di un divertimento sconosciuto, sgangherato, e il senso di un altrove, di una libertà che conosce parole francesi e altri orizzonti. È in questa contrapposizione che entra la dimensione mitologica più dirompente, l’amore, una forza primordiale che destabilizza. Nilo è destinato a rimanere a Triscina per sempre, a custodire un segreto, a curare un essere ancora più solo e sfortunato di lui, eppure l’innamoramento incrina il senso del dovere e della strada per lui preparata, la sua eredità.
“Mi sono toccato il petto. Il mio compagno era ancora lí. Tutto, dal primo respiro all’ultimo, dai pensieri più stupidi alle scelte di una vita, è ritmato dai battiti del cuore”
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L’amore è all’apparenza semplice, ma nella realtà può lasciare pietrificati, come lo sguardo di una Medusa. Per Nilo nulla è più come prima, e i suoi primi battiti da innamorato lo cambiano, lo riempiono di domande, di ansia e di ingenuità. Per lui la speranza ha lo sguardo di Arianna e le orecchie da volpe di Saskia, e il concetto di amore con cui è stato educato è un desiderio che può diventare letale, illusione di poter trattenere l’amata come oggetto solo per sé, l’attimo dell’innamoramento pietrificato per sempre.
Ecco la vera mostruosità: non ciò che è chiuso in bagno, ma l’idea di un amore che fa paura e che diventa necessità di possedere l’altro. In mezzo all’incuria delle cose e dei sentimenti, la mitologia su cui regge questa storia è il segno del passato che blocca il presente, dove la stirpe conta più della libertà, e dove peccato e destino si intrecciano.
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Ammaniti indaga la profondità del desiderio
Ammaniti (qui il nostro speciale sui suoi libri, ndr) indaga la profondità del desiderio, che segna un punto di non ritorno dall’adolescenza: tra orrore e amore, in una scrittura di contrasti, che alterna luce e buio, immagini di provincia a simbologia antica, realismo a mito, Il custode racconta di un’innocenza smarrita sul confine tra solitudine e colpa, dove custodire significa controllare, dove il possesso geloso è il vero mostro mitologico, la Medusa capace di togliere la vita.
Gli uomini sono personaggi marginali, boss cinesi, Poseidoni volgari e pezzi di marmo chiusi in scatole di cartone, effetti collaterali di una tensione tutta femminile tra il proprio destino e le proprie scelte.
La Sicilia di questa storia è una terra sospesa, arcaica, un cielo grigio cenere scenario di un realismo zeppo di circostanze inverosimili che Ammaniti riporta secondo le indicazioni di Victor Hugo “per rispetto alla verità”, e allora anche Il custode è una vicenda di miserabili contemporanei, ombre incatenate dai propri tormenti, in un mondo di ingiustizie nel quale sono fragili e hanno paura.
“Noi siamo fatti di quello che siamo e di quello che vorremmo essere”.
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