“Crescere, la guerra” è la prima raccolta in versi della giornalista e inviata di guerra Francesca Mannocchi, che dà anche il nome al reading teatrale e musicale da lei portato in diverse città italiane, insieme al violinista Rodrigo D’Erasmo. Undici componimenti, più prologo ed epilogo, nati dopo anni di reportage in Iraq, Siria, Palestina e molti altri Paesi del Medio Oriente (e non solo), all’interno dei quali la lingua si fa affilato strumento di denuncia e di richiamo alla responsabilità collettiva – specie in un contesto in cui la distanza tra noi e i conflitti in atto è di natura sempre meno geografica e sempre più morale…

Quando diciamo “guerra“, a cos’è che pensiamo? A quali armi, case, volti? Ma, soprattutto, a quali altre parole? In queste settimane di questi mesi di questi anni atomizzati, che profilo linguistico stiamo costruendo intorno agli scontri armati intorno a noi?

A proporcene uno particolarmente significativo è un volumetto appena arrivato in libreria per la Collezione di poesia di Einaudi: si intitola Crescere, la guerra e lo ha firmato Francesca Mannocchi, nata a Roma nel 1981, giornalista autrice di numerosi reportage da zone di conflitto.

Iraq, Libia, Yemen, Libano, Siria, Tunisia, Egitto, Turchia, Afghanistan, Ucraina, Palestina… Tutte terre rispetto a cui la scrittrice (che alle spalle ha già varie pubblicazioni per adulti e ragazzi, fra le quali ricordiamo Io Khaled vendo uomini e sono innocente, Porti ciascuno la sua colpa, Lo sguardo oltre il confine e Bianco è il colore del danno, in cui aveva raccontato il suo rapporto con la sclerosi multipla) depone la lente di inviata sul campo, per imbracciare “un arpione, / minuscolo e nascosto, / che trattenga la memoria prima che si disperda”.

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“Siate la soglia che non si chiude”

Nel comporre questi versi liberi, sciolti e quasi selvatici, la posizione di Mannocchi è infatti quella di una testimone che si inginocchia intorno al fuoco vicino a noi, per assegnare una terminologia esatta e inclemente a tutto ciò che rischieremmo altrimenti di ignorare. Di non menzionare. Ergo, di lasciare che muoia invano.

Ho capito che scrivere non è spiegare.
È lasciare che la lingua si ferisca
per fare posto all’Altro.

Un Altro la cui umanità è condannata ad assomigliarci, ma il cui destino bellico è sempre troppo lontano e sproporzionato per suonarci familiare, almeno finché la paura e la voglia di saperne di più non ci convinceranno faticosamente ad ascoltarlo (“E allora sedetevi, / e fate posto alle storie, / siate la soglia che non si chiude, / il luogo, la ferita, / dove una storia può ancora / mettere radici”).

Copertina del libro Crescere, la guerra di Francesca Mannocchi

Se accetteremo di provarci, troveremo ad attenderci undici componimenti incorniciati da un prologo e un epilogo – gli stessi che nel frattempo Francesca Mannocchi, insieme al violinista brasiliano Rodrigo D’Erasmo, sta portando in tour in tutta Italia, proponendo in un omonimo reading teatrale e musicale (con la regia di Giorgina Pi) l’esercizio più difficile che si possa chiedere al pubblico: restare al proprio posto, senza cedere alla tentazione di voltarsi dall’altra parte.

Crescere, la guerra: una contraddizione in essere

Nel suo incedere quasi aedico, martellato di ripetizioni e di deittici, l’autrice opta per una punteggiatura ingombrante tanto quanto lo è il suo desiderio di riempire lo spazio bianco della pagina, affinché niente rimanga in balia dell’omissione, dell’indifferenza, del fraintendimento.

Le parole sgambettano e tranciano, sbocciano per sgomentare: sono preghiere e denunce, canti crudi, nomi propri, dalla cui fiamma non possiamo ripararci perché intorno nel frattempo è tutto schizzato di inchiostro – e l’inchiostro è come una gabbia, che esige posture scomode e vigili.

Francesca Mannocchi (nella foto di Chiara Pasqualini-MPL)

Francesca Mannocchi (nella foto di Chiara Pasqualini-MPL)

Fin dal titolo, peraltro, intuiamo che sarà il filo spinato della contraddizione a indicarci la strada (guerra è il contrario di crescere, eppure è proprio accanto a questo verbo che sceglie di piazzarsi, ad appena una virgola di intervallo dalla vita), e che non ci saranno concessi passi leggeri nell’attraversare i toponimi evocati da Mannocchi.

Non a caso, dallo sfondo del Medio Oriente, si impongono in primo piano sempre più corpi bramosi di venire allo scoperto (“Ogni parola che diamo al mondo / si scrive sulla carne di qualcuno”), prosciugati o spenti senza motivo, ridotti a statistiche o a etichette assurde (“Tra ragazzo e terrorista, / sta la vita intera di un figlio“), ma i cui “archivi, scaffali e cassetti” sono necessari per osservare il presente così com’è, e perché il presente possa un giorno farsi Storia senza rinnegare sé stesso (“La memoria, qui, è utero. / Da lí rinasce tutto”).

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Meno pietà, più accuratezza

Le date dello spettacolo teatrale "Crescere, la guerra" di Francesca Mannocchi e Rodrigo D'Erasmo

Le date dello spettacolo teatrale “Crescere, la guerra” di Francesca Mannocchi e Rodrigo D’Erasmo

Così facendo, però, l’intento dell’autrice non è quello di muoverci a compassione: provare pena sarebbe già frapporre una distanza, innalzarci sopra la tragedia e vederla appannarsi oltre una coltre di retorica, con il rischio che ogni atto di violenza si riduca a un vago simbolo da citare in un discorso da burocrati.

Piuttosto, ci chiama a definire le coordinate cartesiane di ogni catastrofe e a delimitare i soprusi verbalizzandoli – per chiederne conto e ragione ai responsabili, senza rimanere in un silenzio tanto smarrito quanto complice.

E per riuscirci ci offre un assortito vassoio di sentenze folgoranti, da conservare in tasca e sgranare come un rosario nelle ore più nere del giorno: “La libertà – quella vera – / è la soglia del dolore che sappiamo sostenere”; “il primo esilio è morale. / È la perdita del proprio nome pronunciato con rispetto”; “le prigioni non servono a punire, / ma a definire l’umano / per sottrazione”; “abitare / è la prima forma di fede. / Restare / la seconda”…

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Crescere, la guerra, o nonostante la guerra

Se, oltre a queste, ci fosse poi una terza forma di fede, per Mannocchi risiederebbe probabilmente nella possibilità di porre domande. Interrogarsi su qualcosa significherebbe, infatti, dover cercare delle risposte per cui vale ancora la pena sopravvivere, e interpellare il prossimo o il proprio aguzzino sarebbe pur sempre un modo per non soccombere, o anche solo per continuare a esigere il sollievo della pace.

Una pace che – per essere piena – non potrà basarsi solo su slogan e trattative, ma soprattutto sulla capacità collettiva di provare una vergogna lucida e perseverante per quanto continua ad accadere al di là dell’ennesimo stretto marittimo, lembo di terra o confine ideologico.

Perché la distanza fra noi e i conflitti là fuori, più che dai chilometri che ci separano, dipende dall’intransigenza con cui terremo a mente che l’amore per chi condivide il nostro stesso pianeta “non è sentimento, ma responsabilità“. E come tale andrà allattato e alfabetizzato, nonostante (e durante) qualunque aggressione.

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Fotografia header: Francesca Mannocchi nella foto di Chiara Pasqualini-MPL

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