Caroline Dawson (1979-2024), scrittrice canadese di origine cilena, ha esordito con “Parlavo una lingua di neve”, in cui racconta la sua esperienza di rifugiata in Canada per sfuggire al regime di Pinochet. Il libro, tra autofiction e romanzo di formazione, stringe un patto chiaro con il lettore, soprattutto quello occidentale: cerca di fargli esercitare la difficile arte dell’empatia, attraverso il racconto del percorso di integrazione della protagonista. Un percorso che la porterà a sacrificare quasi per intero la sua identità…

Della vicenda legata alla scrittura di Parlavo una lingua di neve va detta subito una cosa. Non è una vicenda a lieto fine. La sua autrice, Caroline Dawson, è purtroppo morta nel 2024, lasciandoci un corpus di opere che affrontano lo sradicamento, la disparità economico-sociale e il razzismo.

Non fa eccezione questo libro, portato in Italia da L’orma editore, nella traduzione di Elena Riva.

copertina Parlavo una lingua di neve

Dopo la sua morte, nel maggio 2024, è stato istituito il Prix Radio-Canada Caroline-Dawson per premiare un romanzo o un saggio pubblicato in francese da uno scrittore emergente.

Bisogna anche dire che questo è un libro di autofiction in cui davvero il personale si fa politico.

Una terra di nessuno senza gioia

Iniziamo il lungo viaggio della piccola Caroline a bordo di un aereo, con i genitori e i fratelli, in fuga dal Cile di Pinochet, in fuga dalla rutilante e colorata Valparaiso e con la preoccupazione, il 24 dicembre del 1986, che Babbo Natale non la trovi, in quel non luogo fatto di sedili di plastica, luci intermittenti, nuvole e un continente attraversato di fretta, una terra di nessuno senza gioia, che ha come meta finale il Canada. Là dove i suoi genitori hanno chiesto asilo politico.

Ed è qui che la piccola Caroline impara, nel giro di ventiquattr’ore, la prima grande lezione della sua vita: ogni giorno ciascuno di noi sceglie di strappare la propria vita alla morte.

È anche, e soprattutto, ci dice Dawson, una questione identitaria. Se in un lasso di tempo molto breve non puoi più abitare il posto dove sei nato, il posto degli affetti, quello che ha costruito chi sei, allora che scopo ha la vita?

È una domanda che il Primo mondo difficilmente si pone. È la domanda che presumibilmente si pone qualsiasi essere umano che si trova a essere definito nella condizione di rifugiato, o di migrante economico.

L’arrivo in Canada non è semplice

L’arrivo in Canada non è semplice. La polizia aeroportuale è scostante e piuttosto scocciata di dover gestire l’incombenza dell’arrivo di un numeroso gruppo di persone richiedenti asilo, proprio il 25 dicembre.

Dietro i nostri thank you, thank you, thank you very much c’erano denti stretti, labbra serrate, pugni chiusi, gole soffocate che avrebbero voluto gridare. Solo che un rifugiato non dice niente. O, perlomeno, noi non dicevamo niente se non ci veniva chiesto di farlo”.

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E qui, la prima presa di coscienza politica. Caroline, abituata alla polizia cilena, quella che lei chiama “le formichine della dittatura”, si chiede istintivamente invece che cosa debba proteggere la polizia di frontiera canadese, in un paese che gode appieno di tutte le libertà civili.

Questo genere d’uomo, che evita intenzionalmente di guardarne un altro, che si defila davanti al dolore, è il primo tipo di essere umano che ho detestato”.

Ed è qui che comincia un’esperienza adattativa per tutta la famiglia.

A Montréal l’incomprensibilità è persistente

A Montréal la lingua è un suono mediato inizialmente dai primi programmi televisivi, i cartoni animati. L’incomprensibilità è persistente, e sembra che si posi tutto intorno alla protagonista come il freddo di quelle terre, come quei fiocchi di neve spessi che vede scendere dalla finestra, come il biondo delle sue compagne di classe:

I primi giorni non riuscivo a distinguere le altre alunne, tanto quelle ragazzine mi sembravano tutte uguali. Magrissime, sanissime, calmissime, noiosissime. Decine e decine di Julie, esili, vestite di colori tenui, col sorriso roseo, l’aria vagamente gentile, il capello biondo e fine”.

Lei, così nera di capelli e scura di pelle, con il suo pasto domestico così esotico, prima che l’esotico andasse di moda. Nelle nostre città negli anni diventate tutte uguali. Prima che lei stessa dunque, in qualche modo, diventasse “di moda”.

A quell’epoca invece per i compagni di classe lei era la “mangiammerda”. Titolo esplicativo di uno dei capitoli più belli e significativi del libro.

Da dove passa l’integrazione di Caroline?

E allora, da dove passa l’integrazione di Caroline? Sicuramente non dai suoi genitori, professionisti serissimi in Cile, mossi da una giusta passione politica, e ora costretti a turni massacranti spalmati su più lavori. Lavori dove non è richiesta la conoscenza del francese.

Quando servono soldi, e molto in fretta, i corsi di lingua per migranti non sono una priorità. Pulizie in azienda, pulizie in casa, pulizie notturne, soprattutto, dove non puoi essere visto e dove non puoi disturbare.

Caroline si fa piccola, sempre più piccola, anche se diventa adulta, per conformarsi a regole non sue, per stonare meno anche quando non riesce a capire. Per diventare “meno latina”.

E il suo faticoso ridimensionarsi diventa viatico per l’integrazione. Caroline alla fine ce la fa, sacrificando quasi per intero la sua identità. Un peso e un senso di colpa che si porta dietro per tutta la vita, anche da adulta, anche da madre, anche quando diventa a sua volta una professionista affermata.

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Ma c’è un seme che questa corsa a ostacoli ha gettato nell’animo della protagonista. Ed è il seme della giusta rabbia sociale. Dawson ci presenta questo tema in più luoghi del suo romanzo, e sono pagine di verità di fronte alla quali il lettore non può rimanere indifferente:

A volte la gente mi chiede quand’è che mi sono politicizzata. Dalle mie parti, la politica batteva forte alla nostra porta e rompeva finestre quando non guardavamo. Era lì quando perdevamo la sciarpa ed era un piccolo dramma per il bilancio famigliare, quando finalmente al primo del mese incrociavamo i nostri vicini fantasma al negozio di alimentari, quando regalavamo il nostro cartone di latte all’amica con la mamma che era stata licenziata da una delle fabbriche che chiudevano, quando vedevamo gli sbirri in rue Sainte-Catherine che arrestavano i fratelli maggiori delle bambine del campo estivo diventati papponi, ma che lasciavano per terra gli altri, diventati tossici, ogni volta che cambiava governo e i miei genitori non avevano diritto di voto. Non c’era la vita da una parte e la politica dall’altra. C’erano gli adulti e le loro regole, e noi che cercavamo di farci strada nel mezzo, sapendo che il mondo è ingiusto, il potere malfamato e l’autorità sospetta”.

E poi ancora, negli anni dell’Università:

La prima volta che ho seguito una lezione di sociologia al college è stato come sentire la mia lingua madre. Non era l’unico linguaggio che descriveva la realtà e nemmeno il migliore, ma era quello in cui mi riconoscevo. La lingua della sociologia parlava di classi sociali, di sfruttamento, di capitale culturale, sociale, simbolico. Parlava soprattutto di dominazione, ma anche, nei momenti più belli, della possibilità di sottrarsi al destino sociale. Era la mia realtà espressa a parole. Ben prima di iniziare a studiare questa disciplina avevo capito che le traiettorie di ciascuno dipendevano dalla sua posizione sullo scacchiere sociale. Sapevo qual era il mio posto e cosa aspettarmi realisticamente quanto a mobilità sociale”.

Esercitare la difficile arte dell’empatia

Parlavo una lingua di neve è un percorso esistenziale, un romanzo di formazione che stringe un patto chiaro con il lettore, soprattutto con il lettore occidentale, che presumibilmente non ha nodi identitari irrisolti: parte da una condizione estranea a chi legge, e cerca di fargli esercitare la difficile arte dell’empatia. Porta dentro vite che quasi nessuno conosce per esperienza diretta, porta l’estraneità dentro le nostre case, dichiarando con estrema chiarezza che le società in cui viviamo, quelle del benessere economico e dei diritti civili, non sono società inclusive. Sono invece luoghi dove la responsabilità dell’inclusione è perlopiù addossata sulle spalle di chi si deve integrare.

Annie Ernaux di questo libro ha scritto: “Un testo magnifico, dalla scrittura limpida, che compie il miracolo di far sentire e comprendere la doppia condizione di ‘umiliata e offesa’, quella di essere immigrata e povera”.

La giusta sintesi di un percorso di lettura che si pone l’obiettivo, riuscendoci, di combattere l’indifferenza.

Fotografia header: Caroline Dawson nella foto di Chloé Charbonnier

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