“Credo che la scrittura di questo libro sia nata soprattutto dal mio lavoro sul suono…”. Con “Principio metà fine” Valeria Luiselli conferma la capacità di interrogarci sulla nostra natura umana di costruttori di storie e di senso, e sull’esistenza come condizione inevitabile dello “stare nel mezzo”. Il romanzo è stato scritto in due lingue, inglese e spagnolo: “Ho come l’impressione che, quando si parla e si scrive in più di una lingua, ci si senta un po’ straniera in ciascuna di esse…” – L’intervista, in cui l’autrice di “La storia dei miei denti” ammette: “La verità è che non conosco il confine preciso tra scrittura e vita…”
Da rocce frastagliate, da fenditure misteriose, si diffonde un odore di terra accompagnato da un vento caldo, secco, incessante che sferza sul viso di una madre e di sua figlia. È ciò che resta di una famiglia spaccata a metà che, rifugiatasi nel cuore delle proprie origini, la Sicilia, tenta di ricucire ferite e silenzi, di immaginare un nuovo inizio per una vita comune.
La donna è una scrittrice che porta sulle spalle, dentro uno zainetto da bambina, il proprio computer: la pagina bianca dove sta prendendo appunti per un nuovo libro, uno spazio alchemico in cui realtà e finzione, verità e immaginazione s’incontrano scontrandosi. Quel romanzo, pensa la scrittrice, lo sta scrivendo su e per sua madre, una donna anziana che sta perdendo la memoria. Tuttavia, parola dopo parola, appunto dopo appunto, quel testo in divenire si rivela un’analisi più profonda su sé stessa: una giovane madre “fessa in due”, smarrita dopo la separazione dal compagno e gravata dalla responsabilità di tenere insieme il mondo per la figlia dodicenne.
“In fondo, tutti noi viviamo un po’ nel mezzo…”
Con Principio metà fine (Einaudi, traduzione di Tommaso Pincio) Valeria Luiselli, già autrice, tra gli altri, di Archivio dei bambini perduti (La Nuova Frontiera, traduzione di Tommaso Pincio), La storia dei miei denti (La Nuova Frontiera, traduzione di E. Tramontin) e Dimmi come va a finire (La Nuova Frontiera, traduzione di Monica Pareschi), conferma la propria capacità di interrogarci sulla nostra natura umana di costruttori di storie e di senso, e sull’esistenza come condizione inevitabile dello “stare nel mezzo”.

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Stare nel mezzo fa paura?
“È terrorifico, ma anche bello e vitale, perché significa stare dentro a un’esplosione. In fondo, tutti noi viviamo un po’ nel mezzo: abbiamo già cominciato il nostro cammino e, da dove siamo, vediamo, allo stesso tempo, le generazioni più giovani entrare nel mondo con nuove idee e bisogni, mentre i nostri cari più anziani perdono la memoria e la salute, cominciano lentamente a sbiadire. Con questo romanzo volevo provare a dare un senso al tempo in questi suoi movimenti opposti”.
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La sua scrittura “a mosaico” nasce anche dal bisogno di trovare una forma più adatta per restituire questa dimensione temporale frammentaria?
“Credo che la scrittura di questo libro sia nata soprattutto dal mio lavoro sul suono. Per raccontare i protagonisti del mio precedente romanzo, due registratori di suoni, ho dovuto studiare a lungo la teoria e le tecniche di registrazione e mi sono incuriosita così tanto da impararne il mestiere. Insieme a due amici, ho fondato un piccolo collettivo – Echoes from the Borderlands – con cui, da ormai cinque anni, registriamo i suoni al confine tra Messico e Stati Uniti: dal canto delle balene al rombo delle tempeste. Quest’attività mi ha insegnato ad ascoltare veramente perché, quando registri un suono, devi restare immobile per più ore e, di conseguenza, l’ascolto diventa un nuovo modo di abitare il tempo, di entrarci pienamente dentro ed essere presente”.
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Valeria Luiselli è nata a Città del Messico e vive a New York. Autrice di romanzi e saggi, è tradotta in oltre trenta lingue. Con le sue opere ha vinto il Premio Letterario Internazionale Mondello 2025, l’American Book Award, il Folio Prize e l’International Dublin Literary Award.
Al testo scritto si accompagna anche un ricco apparato fotografico. Qual è la relazione tra scrittura e fotografia?
“Lavoro con la fotografia da molti anni. Nel 2011, ho scritto un breve saggio sulla cartografia visiva delle altalene nel parco giochi dove andavo con mia figlia. Quasi per gioco, avevo cominciato a scattarle fotografie che poi si sono rivelate preziose per la costruzione dei miei romanzi perché io scrivo senza avere in mente una trama, non so esattamente dove sto andando e che cosa accadrà nel processo. Quando ho raccolto cento o più istantanee, le dispongo sul tavolo come fossero tanti puntini su una grande mappa che mi aiutano a individuare una sorta di grammatica interiore. Per esempio, prima di scrivere questo romanzo, avevo fotografato un asino e, osservando quell’immagine, mi sono detta: devo scrivere di quell’asino”.
Figura straordinaria e quasi profetica è la figlia dodicenne che, ogni giorno, chiede alla madre quale sia “il piano” della giornata. Quali complessità comporta oggi essere madre e dover indicare una direzione, quando questa sembra sfuggirci?
“La madre e narratrice del libro non possiede una visione chiara dell’orizzonte. È così assorta nei piccoli bisogni quotidiani, e nel tentativo di offrire alla figlia una struttura familiare solida, da riuscire a immaginare la vita soltanto un’ora dopo l’altra: prima una doccia, poi una colazione e una visita al mercato. La figlia, invece, vede già molto più lontano e, in qualche modo, possiede già le redini della storia molto prima che la madre stessa se ne renda conto”.

Alla figlia piace stare accanto alla madre mentre scrive ma, allo stesso tempo, prova dolore perché, in quei momenti, non la sente più al suo fianco. Ritiene che la scrittura possa essere vissuta come una presenza vera e propria che esige e “ruba” tempo alla nostra quotidianità?
“La verità è che non conosco il confine preciso tra scrittura e vita. Certo, è possibile che una bambina percepisca la madre lontana da sé, come se fosse sempre altrove, immersa nei suoi romanzi, ma io sento che, senza quel continuo processo di scrittura, non sarei veramente presente. Quando non scrivo, è come se non vedessi, come se non stessi attenta a ciò che ho attorno, e quindi anche all’umanità. Senza scrittura, la vita diventa per me qualcosa di amorfo”.
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Già al centro del suo libro precedente, Archivio dei bambini perduti, la questione dell’emergenza migratoria ritorna nel racconto della Sicilia. Quanto è fondamentale che la scrittura possa essere anche uno spazio politico?
“Questo romanzo è costruito per centri concentrici che si espandono, come quando si getta una pietra nell’acqua da cui si generano onde successive. Il primo è il cerchio da cui comincia tutto: lo spazio che, richiamando il titolo di un libro della grande Natalia Ginzburg, potremmo definire il lessico famigliare di una madre e di una figlia che si incontrano, si parlano e si interrogano a vicenda”.
E il secondo?
“È quello reale, geografico, sociopolitico della Sicilia contemporanea, una terra in cui non solo sono arrivati e continuano ad arrivare le persone migranti in cerca di asilo politico, ma da cui gli stessi europei sono costretti a fuggire per le emergenze climatiche. Infine, c’è l’ultimo cerchio più ampio, geologico, vulcanologico, cosmologico. Ed è in questo intreccio continuo di piani che si inserisce anche la dimensione più politica della mia scrittura”.
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Questo romanzo l’ha scritto in due lingue: l’inglese e lo spagnolo. Come si districa la sua narrativa in questo continuo movimento tra più lingue e culture?
“Ho come l’impressione che, quando si parla e si scrive in più di una lingua, ci si senta un po’ straniera in ciascuna di esse, come se nessuna fosse mai abbastanza, perché esiste sempre un modo per esprimere meglio un concetto. A volte, ciò può creare frustrazione, altre volte, però, ti obbliga a non imboccare una via diritta e, quindi, a circumnavigare le cose”.
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Due classici della tradizione antica che ama e che consiglierebbe?
“Sulla natura di Empedocle, uno dei poemi cosmologici, zoologici, ma anche epistemologici più belli della letteratura greca che abbia mai letto. In lingua latina, l’Eneide di Virgilio di cui amo particolarmente la descrizione dei venti, dei mari, delle montagne. E, obbligatoriamente, Plinio Il Vecchio che è il Virgilio di questo mio romanzo, il personaggio che accompagna madre e figlia nel loro viaggio in Sicilia”.
L’ipotesi che la nonna Nanna possa essere stata una tombarola e la forte dimensione archeologica del suo libro fanno pensare a La Chimera di Alice Rohrwacher, che racconta proprio le vicende di un gruppo di tombaroli toscani. Ha visto anche lei il film?
“Sì, me l’ha consigliato un amico mentre stavo scrivendo questo romanzo! Mi piace molto il cinema di Alice Rohrwacher”.
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Fotografia header: Valeria Luiselli nella foto di (c) Clayton Cubitt