Lo scrittore pugliese Omar Di Monopoli, voce del neo-western italiano, torna con un romanzo ambientato nel Salento degli anni ’90 – arcaico e violento – “Il santo degli assetati” (di cui proponiamo un estratto): Alberto e suo figlio Nicola, per conto della Regione, devono convincere la popolazione locale a cedere le loro terre per costruire un dissalatore, ma non è così semplice. In un’area di equilibri fragili e in cui la siccità sembra un’antica maledizione, anche una semplice “concessione” può innescare una spirale di violenza. E nel frattempo incombe una leggendaria tempesta…
Tra le voci più riconoscibili del “neo-western italiano”, Omar Di Monopoli torna in libreria con Il santo degli assetati (NN editore), romanzo che unisce la cruda descrizione del territorio a un impianto mitico-tradizionale.
Nato a Bologna da famiglia pugliese, autore di libri come Uomini e cani (2007, ISBN Edizioni), Ferro e fuoco (2008, ISBN Edizioni) e Nella perfida terra di Dio (2017, Adelphi), lo scrittore narra ancora una volta il suo Sud, arcaico, violento, “splendido e terribile” (come ha da raccontato attraverso il progetto fotografico Troppo Sud).
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Ambientato nel Salento degli anni ’90, il nuovo libro di Di Monopoli (che vive a Manduria) segue il viaggio di Alberto, tecnico idrico della Regione, e del figlio Nicola, impegnati tra Taranto e Brindisi in un’opera tanto necessaria quanto contestata: convincere la comunità locale a cedere le terre per la costruzione di un dissalatore, destinato a portare acqua potabile in una zona in cui la siccità sembra un’antica maledizione.
Ma l’arrivo in un piccolo centro, Torre Languorina, cambia il tono della vicenda: l’atmosfera si fa tesa per i due protagonisti che incontrano un’accoglienza ben poco cordiale. Il potere è infatti nelle mani del boss locale Pà Nasi e le richieste di uno Stato assente o volontariamente cieco sono, per la cittadinanza, solo l’ennesimo tradimento.
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Tra interessi incrociati, la connivenza della polizia e della Chiesa e un territorio dominato da equilibri fragili, un evento improvviso – un incidente stradale – spezza ogni possibile trattativa e trascina padre e figlio in una spirale di violenza e fuga. In questo scenario da thriller, mentre Alberto è stato rapito, Nicola si avvicina alla figlia del boss, in fuga da questa vita… E una tempesta che richiama la leggenda di San Nepomuceno si abbatte sul territorio.
Unendo dialetto e italiano, riferimenti ai romanzi western e southern-gothic, Di Monopoli racconta una Puglia in cui non sembra esserci salvezza e pure l’acqua, sinonimo di vita, è sofferenza e miraggio…

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:
Buongiorno, lo salutò Alberto smontando dall’auto. Dalla veranda il tizio gli rispose con un cenno della testa, senza smettere di molare la sua scure con un ovale di spessartina. Intabarrato in un falso visone spelato a chiazze – di taglio femminile, avrebbe scommesso Alberto – se ne stava pericolosamente in bilico con i piedi sulla stretta balaustra della sua casa, una seggiola impagliata sotto il culo e una radice di liquirizia tra i denti, appollaiato e intento come un grosso uccello su un posatoio.
Lei è il proprietario di questo appezzamento?
Il tizio interruppe tutto quell’adoperio sulla scure. Alzò un braccio atticciato e cercò con le dita qualcosa in mezzo al pelame, all’altezza dell’ascella; ravanò di lena là dentro qualche secondo a caccia di ospiti indesiderati ma quando la mano tornò visibile non stringeva un accidente di niente. Dietro di lui le travi della baracca sembrarono scricchiolare piano, agonizzando con discrezione, come se un esercito di tarli stesse alacremente cospirando dall’interno per la loro irrefrenabile rovina.
Perché? Cazz vi ni futt a vui? tuonò all’improvviso, sfiorando con un’espressione trucida il funzionario.
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Quello poggiò i gomiti sul tettuccio della macchina, senza replicare.
Il ragazzo tergiversò invece ancora qualche istante prima di decidersi a mettere anche lui il naso fuori dall’abitacolo. Salutò l’uomo con una specie d’impalpabile inchino mentre il volume del giorno si sciorinava sulla piana come un immenso lenzuolo colmando di una luce fumida ogni anfratto e un quartetto di galline, ruspando e beccolando istupidite, giungeva a chiocciare tra le gomme dell’utilitaria.
Pensavo facesse sempre caldo, quaggiù, esordì Nicola rialzandosi il bavero del giaccone con due dita.
È sto fetente di scirocco che peggiora le cose. Ti entra nelle osse sia d’estate che d’inverno, lo rimbalzò l’uomo senza dismettere lo sguardo obliquo da entrambi i nuovi arrivati. Era tozzo e ben piantato, sui quaranta inverni, le guance ispide marchiate dai residui di un vaiolo giovanile, i capelli come turaccioli color topomorto avvitati dentro il cranio abbruschiato dal sole.
Lei è Gregorino Resta, vero? tornò alla carica Alberto. Il proprietario di questa terra…
Chi lo vuole sapere? ricambiò stavolta con fare annoiato il tizio con la pelliccia.
Siamo della Regione. Ufficio Idrico. Dovrebbe aver ricevuto in queste settimane un nostro avviso relativo al pozzo artesiano.
L’uomo si alzò dalla sedia e si liberò con un tiro a effetto della radice di liquirizia ormai smangiata dalla saliva. A pochi metri dalla sua postazione c’era un vecchio moschetto a canna rigata legato con pelle greggia e con la cassa guarnita di borchie d’ottone di varia forma. Un vero pezzo da museo. Non deve allarmarsi, gli disse in tono affabile il funzionario, il figlio al suo fianco che vagliava la filastrocca di rottami disseminati attorno alla stamberga cercando di non lasciar trasparire alcun giudizio. Identificò lo zoccolo di pietra circolare dell’artesiano in un cantone ammassato di vecchie attrezzature agricole.
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Vogliamo solo parlarle un secondo, proseguì Alberto. L’affilatore d’ascia protese la testa in avanti, si tappò una narice con l’indice ed espulse un getto verdastro di muco dall’altra. Il pozzo, avete detto? proruppe, tenendo l’ascia bene in vista. Quello a ’ttanema l’ha scavato, era lui Gregorino Resta. Io Franchino sono, il figlio.
Il funzionario si strinse nella sua giacchetta, infreddolito.
Suo padre c’è? ridomandò.
L’altro smosse il capo in segno negativo.
Se l’è portato via due anni fa il cancro, disse. Com’a parecchi, aqquà abbasciu. Colpa del cazzo di stabilimento siderurgico che teniamo a Taranto ète: è nvilenatu ogni gramma di mare e di terra e mò in tutta la provincia non c’è famiglia che non si piange un morto in casa…
Padre e figlio si rimpallarono sguardi dubbiosi.
Guardi, non è di questo che vogliamo parlarle, riattaccò Alberto. Mi par di capire che quindi ora è lei il titolare, è così?
L’uomo assentì.
Sì, ma ancora n’aggiu capito che cazzo volete…
Alberto ordinò allora al ragazzo di recuperargli la ventiquattrore da dietro il sedile.
Il pozzo, disse scartabellando febbrile tra i documenti all’interno della valigetta sino a cacciar fuori un’aerofotografia del luogo in cui si trovavano. Come cercavo di spiegarle, un po’ di tempo fa i sistemi di controllo hanno regi- strato un’irregolarità. Il suo pozzo non dovrebbe stare dove sta, non ha nessun tipo di licenza. Ma, mi creda, non deve preoccuparsi: non è l’unico da queste parti. Si tratta solo di capire come porre rimedio alla faccenda…
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Ma qua’ rimedio? principiò a scaldarsi l’affilatore d’ascia. Mio padre cià tirato su piantagioni intere di caroselle, con l’acqua di quel pozzo, e per scavarlo trent’anni fa dovette indebitarsi con Mesciu Filicchiu…
Chi?
Filicchiu, quello che trova l’acqua con il pendolo.
Nicola subentrò, incapace di trattenersi. Pendolo? sbottò slargando un sorrisetto irriguardoso sulle labbra. Ma che, ci stanno ancora i rabdomanti, da ste parti?
Vagnò, porta rispetto e bada a come parli di casa mia, lo redarguì fermo il tizio sotto la veranda.
Alberto gli fece eco e fulminò il figlio con uno sguardo di pari grevità, costringendolo a scusarsi. Cosicché, una volta che Nicola l’ebbe fatto, avanzò con bonaria baldanza verso l’uomo.
Vede, disse, con il prelievo irriguo state contaminando l’arteria sotterranea. Praticamente tirate su acqua dallo Ionio – indicò la distesa blu all’orizzonte – ed è un reato che potrebbe costarvi non poco…
Il tizio gli lanciò un’occhiata che avrebbe potuto accendere la testa di fosforo di un fiammifero.
Ma non è detto che ciò accadrà, s’affrettò a mettere le mani avanti Alberto, deve solo venirci incontro con una concessione…
Che concessione?
© 2026 Omar Di Monopoli.
Pubblicato in accordo con Cristina Tizian Literary Agency
© 2026 Enne Enne Editore, Milano
(continua in libreria…)
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Fotografia header: Omar di Monopoli di Daniela Foresto