Maria Elena Delia, portavoce per l’Italia del progetto umanitario Global Sumud Flotilla, racconta della genesi, i preparativi e il viaggio della Flotilla, così come delle tante storie individuali che vi hanno preso parte, nel volume “Global Sumud Flotilla – La storia siete voi” (di cui proponiamo un estratto)

Fine agosto 2025: alcune barche partite da Genova si uniscono ad altre, partite poco prima da Barcellona e a cui si aggiungeranno ancora altre, questa volta dalla Sicilia.

È la spedizione della Global Sumud Flotilla, l’iniziativa umanitaria che interessa diversi settori della società civile partita con l’obiettivo di rompere il blocco israeliano della Striscia di Gaza.

copertina di Global Sumud Flotilla, la storia siete voi

Si tratta di un gruppo di oltre 40 barche, con equipaggi provenienti da 44 paesi. Poco più di barche a vela, che ospitano a loro interno persone di nazionalità diverse.

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Per l’Italia, la referente è Maria Elena Delia, insegnante di fisica e matematica torinese e attivista “volontaria per la Palestina da sempre” che terrà un video – diario di bordo per tutto il viaggio.

L’intera impresa è raccontata da Delia all’interno di Global Sumud Flotilla – La storia siete voi, libro edito da Ponte alle Grazie.

“E mentre siamo qui, in mezzo al mare, su una barca che si muove, con una nostra compagna che dorme dopo ore di dolore, pensiamo a chi, nello stesso momento, sta fermando il proprio lavoro, sta riempiendo le piazze, sta prendendo posizione. Contro il genocidio in Palestina, contro l’economia di guerra, contro un sistema che, mentre distrugge altrove, produce conseguenze anche in Italia: salari che non bastano, servizi che si svuotano, miliardi investiti nelle armi invece che nella vita”.

Il libro segue la genesi della Flotilla e il viaggio, a partire dalla figura ispiratrice di Vittorio Arrigoni – “noto al mondo per il suo impegno incondizionato in difesa dei diritti del popolo palestinese, ma che per me fu soprattutto colui che, in un lontano giorno del 2004, comparve cambiando la mia vita per sempre” si legge nell’introduzione – così come le tante storie individuali che vi hanno preso parte.

Accompagnato da una prefazione di Ilan Pappé, storico israeliano (e professore di Storia all’Istituto di studi arabi e islamici e direttore del Centro europeo per gli studi sulla Palestina presso l’Università di Exeter), il testo porta avanti una narrazione corale in cui trovano posto le tensioni morali, la paura, gli imprevisti ma anche i successi inaspettati, lo scontro con l’apparato repressivo israeliano e le grandi manifestazioni.

E, infine, la dimostrazione che non si sia trattato di un episodio isolato ma, come scrive Pappè, “la più forte indicazione del rifiuto universale del silenzio”: nuove barche salpano nella primavera del 2026.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Genova
Cinquantamila

Quando entro in casa, il 13 agosto, la luce del pomeriggio sembra essersi fermata, le finestre chiuse hanno impedito al caldo di rendere invivibili quelle stanze e l’odore di chiuso mi accoglie come qualcosa di stranamente confortante. Dopo Tunisi e la Colombia, il silenzio che invade il mio appartamento mi sembra quasi irreale. Anche il palazzo è silenzioso, le cassette della posta sono gonfie di bollette e pubblicità, le tapparelle abbassate. La città si è svuotata, si è concessa una pausa, e mentre poso lo zaino a terra e mi lascio cadere sul divano, penso che tutto sembra essersi fermato proprio quando noi abbiamo cominciato la nostra corsa contro il tempo.

Chiudo gli occhi per un momento, ma non riesco a rilassarmi. La mente continua a macinare dati: le scadenze, le telefonate da fare, le quaranta tonnellate ancora da trovare, gli equipaggi da definire, le date che si avvicinano una dopo l’altra – il 31 agosto Barcellona, il 4 settembre l’Italia, dal 24 i training ad Augusta. E mentre il calendario ci inchioda alle nostre responsabilità, qualcosa comincia a muoversi anche all’esterno. La raccolta fondi sta prendendo ritmo.

La pagina Instagram comincia a vibrare in modo diverso e non è solo una questione di numeri che salgono: sono nomi che si espongono, volti che decidono di metterci la faccia. All’inizio siamo stati noi a bussare alle porte, a scrivere, a spiegare, a chiedere. Ora le richieste arrivano spontanee. Messaggi privati, mail, proposte di video di sostegno. Ogni pubblicazione genera un’onda che ne trascina un’altra.

Non posso negare che questa generosità e questa disponibilità mi sorprendano. Vengo da anni di militanza per la Palestina in cui esporsi pubblicamente significava essere guardati con sospetto e parlare di occupazione o di apartheid essere etichettati come estremisti, quando non direttamente come antisemiti. Anni in cui la distinzione tra antisionismo e antisemitismo veniva sistematicamente e deliberatamente confusa. E purtroppo, anche oggi mentre scrivo queste pagine, quella sovrapposizione continua a essere usata come strumento di delegittimazione. Equiparare la critica a un’ideologia politica all’odio verso un popolo non è solo una scorciatoia retorica: è un dispositivo che serve a spostare il discorso, a intimidire, a isolare chi prende parola.

Anni fa chi prendeva posizione pagava un prezzo reputazionale. Ora sembra invece che qualcosa sia cambiato, e che non sia solo una questione di numeri, ma un muro che si è sgretolato e che ha spinto volti molto noti, ma anche persone comuni, che fino a poco tempo fa sarebbero rimaste nell’ombra, a scegliere di esporsi. E, di fronte a un tale stravolgimento di prospettive, non posso fare a meno di pensare che ci sia voluto un genocidio in diretta per rompere un silenzio che durava da anni, malgrado Gaza e la Palestina vivano sotto occupazione da decenni. Mi chiedo però se questo cambiamento sia destinato a durare o se sia una reazione al picco della tragedia, destinata ad affievolirsi quando l’attenzione mediatica si sposterà altrove. Se sia l’inizio di una consapevolezza più profonda o solo una frattura momentanea.
Solo il tempo potrà dirlo.

Mentre apro finalmente le finestre e ripercorro mentalmente – di nuovo – tutte le cose da fare, penso che uno dei passaggi più complicati sarà sicuramente l’assegnazione dei posti sulle barche. Ogni delegazione ne avrà un numero limitato, e non solo per ragioni logistiche, ma anche e soprattutto politiche. È fondamentale che le composizioni degli equipaggi siano equilibrate: persone con esperienza e visibilità, personale sanitario, esponenti di movimenti sociali, parlamentari, giornalisti. Inoltre, non vogliamo assolutamente riprodurre uno schema in cui il Nord abbia un significativo peso specifico e il Sud sia rappresentato in modo meramente simbolico, le delegazioni dall’America Latina, dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Asia orientale dovranno essere parte integrante, operativamente e politicamente, della missione.

(continua in libreria…)

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