L’ospedale Umberto I di Bellano è in grande trambusto per una pretesa poco convenzionale di un paziente… Andrea Vitali torna in libreria con il romanzo “Il piede nella fossa” (di cui proponiamo un estratto), che porta nell’autunno del 1931, in cui il maresciallo Maccadò non sembra però volersi immischiare nel caso… L’operazione è alle porte, si riuscirà a trovare un donatore per accontentare la richiesta del degente?
È l’autunno del 1931 quando le corsie dell’ospedale Umberto I di Bellano cominciano a vibrare in risposta a una richiesta poco convenzionale di un paziente…
Andrea Vitali, finalista al Premio Strega 2009 con Almeno il cappello (con cui ha vinto il premio Campiello sezione giuria dei letterati nel 2009, uno dei tanti riconoscimenti vinti dal prolifico autore lombardo), apre con questo gran fermento il suo nuovo romanzo: Il piede nella fossa, edito da Garzanti. E così che il “narratore dell’Italia più vera” accompagna nuovamente lettrici e lettori nella sua Bellano, paese affacciato sul lago.

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Protagonista del nuovo romanzo è Mentore Carcolati che, prossimo a un intervento chirurgico, fa una richiesta ben precisa minacciando di abbandonare l’ospedale seduta stante se questa non verrà assecondata, anche a costo di mettere a repentaglio la propria salute e, non ultima, la stessa reputazione del nosocomio.
Il luogo di cura è sottosopra: la pretesa agita il primario dottor Giulio Cesare Bombazza, mentre il suo braccio destro, suor Anastasia, è sempre più a corto di santi a cui votarsi. Il becchino si mantiene freddo e prudente, calcolando se nel guaio in cui vorrebbero coinvolgerlo avrebbe o no da guadagnarci.
Ma perché tanto trambusto? Ebbene il problema sorge dal fatto che nessuno sa bene se la cosa rientri o meno nella legalità: passi assecondare le richieste di un paziente, ma non si tratta per caso di un reato?
Torna il maresciallo Ernesto Maccadò
Nel fermento generale, tra il vociare di qualche suora infermiera, viene anche consultato, di nascosto, una vecchia (amata) conoscenza dei lettori del prolifico Vitali: il maresciallo Ernesto Maccadò (il cui personaggio ha ispirato la fiction targata Rai Una finestra vista lago, intitolata come l’omonimo romanzo), comparso l’ultima volta nel giallo Il sistema Vivacchia e protagonista indiscusso della produzione dell’autore.

Maccadò non vuole però immischiarsi nel caso: il primario e la suora facciano pure come vogliono, basta che non diano motivo di pettegolezzi o peggio. Per il resto, lui non vuole saperne nulla.
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Con il tempo che stringe e la data dell’operazione che si avvicina, bisogna rimboccarsi le maniche e trovare un donatore per accontentare la sua richiesta. Donatore di cosa? Di spazio, un angolino discreto, anche anonimo, purché in terra consacrata. Nell’attesa, ci si potrebbe affidare a un modernissimo frigidaire…
Tra atmosfere lacustri e un vortice di vicende e personaggi inimmaginabili, lo scrittore e medico di professione (qui potete trovare i suoi articoli firmati per il nostro sito) racconta di un groviglio di destini che strappano più di un sorriso…
Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:
Nella sua vita precedente suor Anastasia s’era abituata a spuntarla di fronte alle difficoltà che via via aveva incontrato. Figlia unica ma educata come fosse un maschio vi si era adattata. La sua scuola erano stati la roccia, i boschi, la stalla, la natura nel suo insieme. Contro la natura, sentenziava a volte suo padre, bisogna combattere per sopravvivere. Ed era spesso una lotta ad armi impari che spingeva ad andare oltre i propri limiti per non soccombere. Talvolta però toccava arrendersi. Come quella volta, ricordò suor Anastasia, in cui aveva dovuto cedere davanti a un ceppo di robinia che non aveva voluto saperne dei colpi d’ascia che gli aveva menato. Aveva cominciato a nevicare quel giorno di tanti anni prima, fiocchi larghi che sul terreno avevano già steso una coltre di una ventina di centimetri, quel ciocco era l’ultimo di un mucchio che l’aveva impegnata per gran parte del pomeriggio, ma non c’era stato niente da fare. Con l’ultimo colpo l’ascia era penetrata a fondo ma le fibre del legno l’avevano imprigionata obbligandola ad abbandonare l’impresa, e anche l’attrezzo. Come adesso. Il ricordo di quell’ascia rimasta per giorni incastrata nel legno si adattava perfettamente al momento attuale. Perché il ricoverato della sette, il Carcolati, non aveva voluto saperne di cedere, dicendo a lei quel che voleva invece dal professor Bombazza. Il professore e nessun altro. Sulle prime suor Anastasia aveva cercato di blandirlo, che non facesse capricci, dicesse a lei per il momento. «Non sono un bambino, non faccio capricci», era stata la risposta. Ma ben appunto! Poiché non era un bambino, come aveva appena affermato, si comportasse da adulto, considerasse l’ora, l’incomodo che avrebbe procurato al professore. E infine, se c’era qualcosa che lo preoccupava circa l’intervento, avevano tutto il tempo per chiarire ogni dubbio. «Verrete operato lunedì», aveva sottolineato suor Anastasia. Ed era solo venerdì, anzi, sabato ormai considerando l’ora, di tempo quindi ce n’era in abbondanza… Ma quello: «Il professore o domattina me ne vado». Suor Anastasia aveva allora giocato l’ultima carta, nella fantasia l’ascia in mano pronta a vibrare l’ultimo colpo. «Avete chiaro quello che rischiate se ve ne tornate a casa?» Il diabete gli aveva già mangiato il piede, gli avrebbe aggredito la gamba e poi, piano piano ma neanche tanto, tutto il resto. Era quello che voleva? «L’ho detto e lo ripeto», aveva risposto il degente, «o mi chiamate il professore oppure…» «Va bene, va bene», s’era arresa suor Anastasia. «Allora?» fece quello. A quell’ultima domanda suor Anastasia non rispose. Si girò sospirando e uscì dalla camera. Dovette farlo però, nel corridoio, quando la stessa domanda uscì dalle labbra di suor Bettina curiosa di conoscere come fosse andata. Attese un istante prima di rispondere, ammettere di non averla spuntata non le piaceva. Tuttavia, l’aveva avvisata suo padre ai tempi, talvolta bisogna accettare la sconfitta, benché indigesta, che l’avversario fosse un ciocco di legno o una testa altrettanto dura. Sbuffò, contrasse le labbra. Offrì quel piccolo atto di umiltà all’alto dei cieli per poi decidersi. «Allora niente», disse poi. «Se almeno il professore fosse rimasto qui in ospedale a dormire», fece suor Bettina. Ma, visto che non c’era… «Andrò a chiamarlo», concluse suor Anastasia. Cos’altro poteva fare?
© 2026, Garzanti S,r,l., Milano
Gruppo editoriale Mauri Spagnol
(continua in libreria…)
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Fotografia header: Andrea Vitali, GettyEditorial 26-06-26





