Dopo “Colombi e sparvieri”, Grazia Deledda (nel 1926 vincitrice del Premio Nobel per la letteratura) presenta al pubblico l’anno successivo (1913) quello che viene ritenuto il suo più grande capolavoro, “Canne al vento”, un romanzo in grado di dialogare con la produzione precedente e successiva, pur mantenendo peculiarità che lo rendono unico. Risulta impossibile scriverne esaustivamente in poche righe, ma questo articolo vuole suggerire qualche chiave di lettura per entrare nell’intricato universo umano e simbolico deleddiano…

Canne al vento, uscito per la prima volta a puntate su Illustrazione italiana tra gennaio e aprile 1913 e successivamente, sempre nello stesso anno, in volume per la prestigiosa casa editrice milanese Treves, appartiene alla produzione dell’età adulta di Grazia Deledda.

La scrittrice (Nuoro, 27 settembre 1871 – Roma, 15 agosto 1936), ormai amata presso il grande pubblico, ora apprezzata ora osteggiata dalla critica, crea un romanzo che si inserisce a pieno titolo tra i capolavori del ‘900. Con una specificità tale da renderlo mai pienamente riconducibile a una corrente letteraria coeva, pur serbando importanti e molteplici influenze del contesto culturale contemporaneo e di fine ‘800.

Efix: il servo fedele, diviso tra senso di colpa e desiderio di espiazione

Protagonista indiscusso del romanzo è Efix, definito fin dall’attacco del romanzo “il servo delle dame Pintor”: abituato alla fatica, dimostra quotidianamente attaccamento e lealtà verso le padrone, sorelle che appartengono a una nobiltà sarda ormai decaduta. Ritenendosi responsabile della morte del padrone di casa, Efix si muove “come un’anima in pena che deve raggiungere ancora il suo destino eterno”.

Cerca di coltivare al meglio il poderetto, andato via via riducendosi, che conosce meglio delle sue padrone, mentre la casa porta tutti i segni del tempo e rispecchia la rovina che si è abbattuta sulla famiglia. In casa Pintor si sopravvive chiedendo prestiti e non sorprende che Efix non venga pagato da tempo; tuttavia, le dame Pintor fanno il possibile per non perdere credito agli occhi dei vicini.

Deledda Canne al vento

Grazia Deledda (nel 1926 vincitrice del Premio Nobel per la letteratura) nei suoi romanzi ritrae paesaggi e personaggi della Sardegna, con uno scavo psicologico e un senso doloroso della fatalità

Canne al vento e le tre dame Pintor: prigioniere del loro stesso ruolo sociale

Le sorelle Pintor, in difficoltà dopo disgrazie che si sono abbattute sulla famiglia, reagiscono in modo diverso l’una dall’altra. La primogenita, donna Ruth, ha saggezza e rassegnazione nei confronti del destino; prova a mantenere le tradizioni inalterate e a negare il cambiamento sociale che è invece irreversibile.

Punto di riferimento della casa, Ester è pragmatica: gestisce quei pochi affari che restano, continua a sperare – anche grazie alla sua fede incrollabile – in un cambiamento.

La terzogenita, Lia, è fuggita lontano, ma la sua assenza diventa quasi presenza nei discorsi di casa Pintor, per quanto la scelta radicale abbia almeno in parte macchiato il suo ricordo.

Infine troviamo Noemi, la sorella più tormentata e inquieta, “dura come una suola”, colei che potrebbe sposarsi con il ricco cugino don Predu e porre fine alle preoccupazioni di famiglia. Don Predu è però tutto ciò che Noemi non desidera, perché, perlomeno nella prima parte del romanzo, appare arrivista, in particolare è attaccato alla “roba”, per usare una parola verghiana, e per questo mette al centro il vantaggio economico. È insomma lontanissimo dalla spiritualità presente nel romanzo, ma non è privo di umanità, come si avrà modo di constatare.

E se la svolta stesse nel nipote, Giacinto?

A portare una svolta nell’immobilità delle giornate di casa Pintor è l’arrivo – parimenti temuto e desiderato – di Giacinto, figlio di Lia vissuto a lungo nel “continente”, a suo dire corrotto. Almeno al suo arrivo, Giacinto lascia intravedere la possibilità di un cambiamento: anche Efix investe nel ragazzo le sue migliori speranze, e Noemi, inquieta, si accorge di provare un’insana attrazione per il nipote. Eppure non servono molte pagine perché Giacinto mostri tante mancanze: dalla propensione a dissipare denaro alla capacità di sfruttare a suo vantaggio il turbamento della zia, dal divertimento nel sedurre le ragazze del posto a una forma di egoismo irredimibile.

Neanche Giacinto è, però, un personaggio che vive in modo superficiale le sue infrazioni: è anzi tormentato, inquieto, e la leggerezza è tutta apparenza.

Integrarsi gli risulta impossibile: si annoia, non capisce fino in fondo le tradizioni e gli usi locali, per cui nel romanzo viene spesso chiamato “lo straniero”.

Se dapprima in Efix vede una sorta di consigliere, in un secondo momento, quando il vecchio servo prova a fargli assumere delle responsabilità con Grixenda, la ragazza che ha illuso di sposare, Giacinto si sottrae al suo giudizio come un bambino capriccioso.

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“Star vigili come le canna sopra il ciglione, che a ogni soffio di vento, che a ogni soffio di vento si battono l’una l’altra le foglie come per avvertirsi del pericolo”

Simbolo della fragilità umana e, d’altro lato, di una costante resilienza, le canne al vento che danno il titolo al romanzo tornano più volte, a partire dalle primissime pagine, da cui si è presa la citazione qui sopra. E sarà Efix, verso la fine del romanzo, a usare una significativa similitudine per spiegare a donna Ester Pintor una delle sue più forti convinzioni: esattamente come le canne al vento, noi umani “siamo canne, e la sorte è il vento”; non ha senso opporsi con forza a un destino che non possiamo cambiare.

Come è stato notato da Piero Mura, curatore di una raccolta di lettere di Grazia Deledda a Giovanni Andrea Pirodda, anni prima (per la precisione il 27 agosto del 1893) l’autrice stessa fa ricorso a questa immagine: “Vivo così, in attesa  del domani, prostrata, muta, inutile, come una canna scossa dal vento, che resiste… resiste… resiste)”. Resistere è proprio uno dei temi-chiave del romanzo.

Tra determinismo e fatalità, in Canne al vento si può solo resistere

Nell’ottica di Efix, comune a tanti altri personaggi deleddiani, chi si oppone al destino fallisce. L’uomo non può prevedere né quindi prevenire quello che accadrà; può solo accettare la sorte che Dio gli ha riservato. In nome di questa comune fragilità, propria della condizione umana (che quindi abbatte le differenze di classe sociale), ci si può stringere in una solidarietà reciproca. In questo senso, Efix resta accanto alle dame Pintor nelle avversità, così come ha fatto in passato, a costo di andar contro le regole. Si è infatti macchiato di una doppia colpa: è stato proprio lui ad aiutare una delle sue giovani padrone, Lia, a fuggire anni prima, in nome di un sentimento proibito verso la padroncina. E sempre lui, come leggiamo nel corso del romanzo, si è macchiato di una colpa che lo tormenta.

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Tra senso di colpa ed espiazione

Come spesso accade nei romanzi di Grazia Deledda, in Canne al vento gli uomini e le donne commettono infrazioni gravi, che vengono poi punite dal destino e tormentano interiormente il soggettoEfix continua a tormentarsi e non si dà pace per come è morto il suo padrone, per cui pensa alla necessità di espiare le sue colpe e questo lo porterà per un periodo della sua vita a mendicare, umiliandosi e rinunciando a qualsiasi orgoglio. Spingerlo a tornare alla vecchia vita, dalle sue padrone, è più un gesto di lealtà nei loro confronti, nonché un disperato tentativo di essere loro utile nel momento del bisogno.

“Mia nonna dice che è stato il folletto, a uccidere Don Zame. È vero o non è vero?”

Una dimensione tradizionale, colma di folletti e spiriti, popola le pagine e l’immaginario dei personaggi e allontana dalle ascendenze veriste. La crudezza dell’uccisione di don Zame si mescola a un’altra dimensione, per cui la realtà viene spesso trasformata in una dimensione impalpabile, quasi onirica, lirica e sinistramente fiabesca. La natura, in tal senso, non è mai solo sfondo, è anzi trasfigurata, rispecchiamento spesso nostalgico di ciò che avviene in scena.

Qualche volta il paesaggio si ammanta di linguaggio simbolico puro, per cui non di rado gli elementi della natura diventano metafore della fragilità umana. Così il paesaggio del presente è spesso testimonianza di morte, di decadenza, mentre i luoghi sono dolci soprattutto nel ricordo, colmo di rimpianto per un tempo che non può tornare. E questa dimensione simbolica e lirica ammanta un linguaggio altrettanto allusivo, addirittura allegorico talvolta, con una sintassi che sa quando farsi musicale e oscillante, proprio come le canne piegate dal vento.

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