Una parete invisibile separa una donna dal resto del mondo. Il perché non ha alcuna importanza, conta sopravvivere. “La parete” di Marlen Haushofer è un romanzo (del 1963) che parla di vita: di latte caldo e di fieno da raccogliere, di fatiche fisiche e dolori interni, del lento ma incredibile adattamento dell’essere umano alle situazioni più inaspettate. E poi parla dell’amore verso gli animali e dell’incompatibilità con l’uomo: il solo, nel regno animale, a possedere e praticare la crudeltà. In un libro che sembra fantascienza solo in apparenza, il centro della narrazione diventa “il mestiere di vivere” e la scoperta di sé lontano dalle convenzioni della società…
Negli ultimi anni l’essere umano sta imparando che il mondo, lo stesso di cui si pensa il padrone indiscusso, può incepparsi, ribellarsi e anche fermarsi più facilmente di quanto potesse immaginare. È una consapevolezza che oggi comincia ad apparire più familiare, ma che Marlen Haushofer aveva già portato alle estreme conseguenze molti decenni prima, nel 1963, quando aveva descritto non tanto una catastrofe spettacolare, quanto le sorprendenti conseguenze psicologiche sull’animo di chi le sopravvive.
C’è, quindi, qualcosa di affascinante in La parete (e/o, traduzione dal tedesco di Ingrid Harbeck): nonostante il romanzo – o diario, o cronaca – parta da un avvenimento che di fatto appartiene alla fantascienza, finisce per raccontare soprattutto il quotidiano.

Osservare la vita che continua a resistere
Marlen Haushofer immagina una donna improvvisamente isolata dal resto del mondo da una barriera infrangibile, ma invece di concentrarsi sul mistero che ciò rappresenta, sceglie di osservare la vita che continua a resistere dopo.
Pubblicato per la prima volta nel ’63, il romanzo è una riflessione insolita sulla sopravvivenza, sul rapporto con la natura e gli animali, e sul significato stesso dell’abitare il mondo. Un piccolo scrigno di letteratura – anche se forse scrigno non è la parola giusta, troppo sfarzoso; è più un piccolo cofanetto di analgesici che ti salva dal mal di denti – che a distanza di più di sessant’anni continua a sorprendere per lucidità e tenerezza.
La storia è narrata da una vedova di mezza età
La vicenda è narrata da una donna, una vedova di mezza età, con due figlie ormai quasi adulte con le quali non ha un rapporto particolarmente profondo. Vive in città, dove conduce una vita piuttosto ordinaria e poco avvezza all’avventura. È quindi quasi per inerzia e per amore della tranquillità che l’aria fresca del bosco le regala, che accetta l’invito della cugina Luise e di suo marito a trascorrere qualche giorno nel loro chalet di caccia, situato in una valle alpina austriaca non specificata.
Al risveglio del giorno successivo, però, scopre che qualcosa di inspiegabile è accaduto durante la notte: una parete invisibile e impenetrabile le impedisce di lasciare la valle.
Al di là di quel confine, il mondo sembra essersi fermato: esseri umani e animali giacciono pietrificati senza vita. Da quel momento la protagonista rimane la sola al mondo, con l’unica preziosissima compagnia del cane dei cugini, una mucca e una gatta.
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Il lento adattamento
Al di là del carattere fantastico dell’avvenimento che dà il via alla vicenda, quest’ultimo occupa uno spazio molto più ridotto di quanto si potrebbe immaginare. Haushofer utilizza l’evento straordinario come punto di partenza per raccontare altro: il lavoro quotidiano necessario per sopravvivere, l’accudimento materno degli animali, la fatica fisica, la memoria, il dolore.
Ma, più di ogni altra cosa, La parete scandaglia e descrive il lento adattamento – fisico, ma soprattutto emotivo – di una donna a una realtà altra e selvatica, e il progressivo abbandono dell’identità sociale precedente.
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Leggere queste pagine significa immergersi in un’esistenza frugale, che non rinuncia alla sua umanizzazione, ma si spoglia, piano piano, delle sue (c)ostruzioni sociali. E man mano che la protagonista impara a conoscere la natura, conosce anche sé stessa.
Si scopre resistente come la pelle delle sue mani piagata dalle vesciche dopo ore a spaccare la legna; resiliente come la valle dopo una tempesta; e libera come la gatta che non rinuncia mai alle escursioni notturne nel bosco (anche se mai veramente libera dall’apprensione che la lega ai suoi amati animali). Ma soprattutto scopre qualcosa che in fondo sapeva già, ma che mai prima di allora aveva interiorizzato così profondamente: che l’uomo, con la sua crudeltà innata e insensata, è la bestia più feroce del regno animale.
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Limpida, precisa, quasi priva di enfasi, come un diario composto giorno dopo giorno, la scrittura della Haushofer evita qualsiasi spettacolarizzazione della catastrofe e concentra lo sguardo sull’amato cane Lince, sul campo di patate improvvisato, sulla mucca che, sofferente, implora come può di essere munta.
La letteratura non deve, in fondo, fare proprio questo? Mostrare come si vive?
Questa attenzione così tenera al quotidiano, così affettuosamente ricalcata, rende credibile l’impossibile e anzi ne cancella la centralità. La parete resta sullo sfondo, perché il centro della narrazione è il lento e ostinato lavoro del vivere. Con le sue piccole gioie, con i suoi grandi dolori.
La letteratura non deve, in fondo, fare proprio questo? Mostrare come si vive? Raccontare ciò che sembra fantasia, ma che poi altro non è che verità? Lo diceva anche il direttore della pagina culturale del Lisboa in Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi: “La filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità”.
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