Susan Daitch è stata definita da David Foster Wallace come “una delle scrittrici americane più intelligenti e attente”. Per la prima volta in Italia arriva, a 40 anni dalla pubblicazione, “La colorista”, un romanzo che rappresenta il mondo creativo come un gioco di specchi, in cui la realtà, quella di Julie, colorista presso una casa editrice di fumetti, si frammetta e si mescola con inserti narrativi di Electa, l’eroina protagonista delle avventure colorate dalla ragazza. Prende forma così un romanzo che è anche “una metafora attualissima sulla comunicazione”…
“Electra vestiva blu di Prussia n. 17. L’interno della sua astronave era di un nero-bluastro n. 38, tranne nel punto in cui stava seduta sotto un cono di luce, giallo cromo n. 3 diluito al 50 percento”.
Siamo tutti coloristi della nostra realtà
Siamo tutti coloristi della nostra realtà, demiurghi della nostra vita, sceneggiatori di una storia che prende forma attraverso il filtro della nostra percezione.
Finalmente in Italia, La colorista di Susan Daitch (Safarà, traduzione di Claudia Durastanti) trasforma la vita in una sequenza narrativa di immagini, frammenti e associazioni: una scomposizione per episodi, come le tavole ancora prive di colore di un fumetto.

Definita da David Foster Wallace “una delle scrittrici più intelligenti e attente che lavorano negli Stati Uniti”, Susan Daitch (1954) è autrice di cinque romanzi acclamati dalla critica. Vincitrice di due premi Vogelstein e del NEA Heritage Award, ha insegnato al Barnard College, alla Columbia University e all’Iowa Writers’ Workshop. Attualmente insegna all’Hunter College e vive a Brooklyn con suo figlio. Pubblicato per la prima volta dalla Vintage Contemporaries nell’iconica collana che ha ospitato Cormac McCarthy, Don DeLillo e Raymond Carver, La colorista arriva per la prima volta in Italia.
La colorista è un romanzo a cui nessuna definizione univoca combacia, un affresco di vita e di immaginazione, un laboratorio di idee che ha i piedi saldi nella teoria dei colori di Goethe, e la testa piena del fervore immaginifico di Lichtenstein.
Susan Daitch non racconta, mette davanti al lettore delle immagini: Julie è una colorista che lavora per un editore di fumetti, e ogni giorno colora le avventure di Electra, eroina della fantascienza, scegliendo le tonalità capaci di modificare il senso stesso delle immagini.
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Accanto a lei lavorano Laurel, che fa l’inchiostratrice, e Martin, un letterista: insieme costruiscono la vita e le emozioni di Electra. La sera Julie rientra nell’appartamento che divide con Eamonn, un fotografo enigmatico e sfuggente, che lavora su un confine non sempre limpido di indagine giornalistica e di spionaggio.
“La contraffazione come specchio, non come crimine”
Quando perde il lavoro, Julie trova occupazione presso lo studio di Jack Ladder che duplica opere d’arte di ogni epoca, dalle miniature di manoscritti medievali ai manufatti, dagli affreschi ai geroglifici: un mercante di riproduzioni, dove l’arte diventa marketing, se non truffa: “La contraffazione come specchio, non come crimine”.
Sono questi i protagonisti attorno a cui Susan Daitch costruisce un ingranaggio narrativo che mette al centro il linguaggio artistico, la percezione e la soggettività indiscutibile di ogni interpretazione.
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Ogni immagine è trasformata da chi la osserva: la Daitch introduce il concetto che fa da filo rosso del romanzo, il Cappello del cinema, che ognuno di noi si cala in testa vivendo. Gli occhi al posto del proiettore, e un’apertura nello schermo: qualsiasi cosa vediamo da quell’apertura, quello è il nostro film. Siamo spettatori e protagonisti insieme.
“La tua vita mentre accade, quello è il film”.
La vita coincide con il significato che le attribuiamo
Immaginazione e creazione, interpretazione e doppio: La colorista è un viaggio onirico nell’artificio non dell’opera d’arte, ma della vita, del potere che ognuno di noi ha di infondere emozione e significato attraverso la propria tavolozza, il proprio sguardo. Quando Julie sceglie i colori, lo fa sulla base del risultato cercato, dell’atmosfera voluta, consapevole che una sfumatura può portare minaccia o energia, speranza o vendetta.
La vita coincide con il significato che noi le attribuiamo: è questa nostra personale interpretazione a rendere autentica la realtà, riflette Susan Daitch, mentre Julie inventa con Laurel una storia parallela per l’eroina Electra, facendola girare affamata e senza soldi nel cuore di New York. Ogni storia conosce infinite possibilità.
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Anche la fotografia, che sembra essere in grado di restituire con uno scatto un’autenticità incontrovertibile, viene messa in discussione. Eamonn porta a casa scatti di solitudini, dettagli di guerriglie irlandesi, matrimonio, appostamenti, sguardi. Sono fermi immagine che bloccano solo un frammento, non possono contenere memoria, né conseguenza, e rimangono pertanto arbitrari e personali, non rivelando nulla di lui.
“Se gran parte dei ricordi sono vaghi, detriti imbarazzanti, conversazioni che ci si vergogna di aver fatto, gesti che a posteriori sembrano farseschi (a voler essere generosi), allora penso a me stessa come a una di quelle matite lunghe e flessibili, quelle che cancellano quello che scrivono mentre scorrono sulla pagina”.
Il mondo creativo come un gioco di specchi
Ne La colorista Susan Daitch rappresenta il mondo creativo come un gioco di specchi, dove il tema del doppio è il centro enigmatico: la riproduzione come replica, ripetibile all’infinito, come doppio, un fasullo o solo un altro possibile. Le opere riprodotte da Jack Ladder sono copie, o nuove creazioni? È un’altra Electra quella inventata da Julie e Laurel, o una possibile e plausibile ricostruzione di un suo presente immaginato, dove si sopravvive per imitazione? E Eamonn, che si muove con un doppio cognome e una doppia nazionalità, a quale calco originario appartiene?
Non esiste una sola versione della storia, dunque, ma infinite sue varianti e possibilità: sta a chi indossa il Cappello del cinema la responsabilità di interpretare, colorandole a suo modo, le scene della propria vita.
Intensa, coraggiosa, immaginifica, l’opera di Susan Daitch viene offerta al lettore italiano in un momento di necessaria rilettura del ruolo del linguaggio e della sua fruizione, che vede un utile ripensamento sul ruolo attivo dell’uomo come utente della propria realtà, in questo nostro presente dominato da algoritmi e fruizione passiva.
Una metafora attualissima sulla comunicazione
A oltre 40 anni dalla sua pubblicazione, La colorista mantiene intatto il suo fascino, è un’opera intelligente, eccentrica, godibile nella sua frammentarietà, che moltiplica le linee narrative, in un caos visionario e organizzato di meditazioni, fotografie, immagini nel quale Julie è il centro, voce di una metafora attualissima sulla comunicazione: il risultato è un laboratorio creativo di figure, colori, scatti, istogrammi, interrotto ogni tanto dagli inserti narrativi di Electra, che attraversa la vita come un’inconsapevole eroina – e vittima – del nostro mondo, e di Julie, l’invisibile, che dà colore alla vita, rivelandola, e ci fa interrogare su noi stessi.
“Nonostante le istruzioni di Jack Ladder, ho dipinto Iside di verde dalla testa ai piedi, non per via della speranza, ma perché ci devono essere stati dei momenti in cui avrebbe voluto spingere Nefti nel Nilo. Il colore non è conservato in nessun arsenale, è un tipo di arma inafferrabile”.
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Fotografia header: Susan Daitch (nella foto di John Foster)