Nel contesto di una provincia miope e di una società repressiva, improntata alla disciplina dello Stato turco, si muove la protagonista del doloroso e commovente “Le fredde notti dell’infanzia” della scrittrice Tezer Özlü (1943-1986). L’autrice si racconta attraverso una voce narrante che non cade mai nell’autocommiserazione ma che, piuttosto, rivolge il suo sguardo all’altrove, visto come una “terra promessa”: l’andarsene diventa così il sogno di una possibilità, affiancato da una sessualità vissuta come spazio di libertà ed esperienza. Con la politica che rimane sempre sullo sfondo, Özlü narra la sua Turchia, la sua Europa, la sua vita breve e coraggiosa, e lo fa procedendo avanti e indietro nel tempo…
“Ogni notte, quando mi accosto a mia madre, trovo riparo dal freddo e dalla solitudine“.
C’è un freddo continuo e riservato che scorre nelle ossa leggendo Le fredde notti dell’infanzia (Crocetti, traduzione di Massimiliano Calvia). È il freddo di una giovinezza maturata nell’inquietudine, di una vita che si è bruciata in fretta alla ricerca di un senso, di un’anima frantumata, mai pienamente ricomposta e raccontata attraverso oggetti, odori, desideri, repressione e slanci di orgogliosa ribellione. Tezer Özlü racconta una vita segnata dalla malattia mentale, ma non è tutto lì: nel suo racconto c’è un affresco anticonvenzionale e coraggioso di un’esistenza, che è fatto con un atto di accumulo, un collezionare immagini, un riorganizzare momenti, attraverso uno sguardo impassibile in cui passato e presente non procedono mai in modo lineare.
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Le connessioni della memoria si sovrappongono
Dalla campagna a Berlino, a Parigi, a Istanbul, le connessioni della memoria si sovrappongono, si incastrano: il padre despota con il fischietto in bocca, la nonna e la madre al suo servizio, le stanze anguste di un’infanzia segnata dalla severità, dalla disciplina, dalle regole asfissianti del risparmio: una casa senza amore, poi una scuola religiosa e rigida, un’altra gabbia nella quale farsi piccola. Sullo sfondo, una provincia miope e una società repressiva, improntata alla disciplina dello Stato turco.

Non c’è calore nella vita dell’autrice, se non in alcuni rari sprazzi di vicinanza con la sorella e con la madre: rifugi temporanei dal freddo che la circonda e che, a poco a poco, la invade da dentro.
Per la protagonista, affamata di vita e impudente, non c’è una voce di autocommiserazione, c’è invece uno sguardo rivolto agli altri, all’altrove come terra promessa. In mezzo a giornate segnate da responsabilità e doveri, da suore e regole, guardare gli autobus che partono rappresenta il sogno di una possibilità, che genera un’invidia di vita, di movimento e di evasione.
Andarsene è la parola di questo libro, doloroso e commovente.
“Voglio uscire nelle vie, guardare le strade, di cui non so saziarmi, scoprire nuovi angoli, osservare gli stranieri, assimilare l’avida esistenza, dagli occhi al cuore“.
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Raccontare cosa significa essere vive
Le parole di Tezer Özlü scavano a mani nude nel ghiaccio dell’esistenza, nel tentativo di capire e di raccontare cosa significa essere vive, scavano e descrivono come si può rimanere incantati dalla bellezza di un campo, dal rossore del sole, per poi ritrovarsi nel tempo immobile, lungo, di un letto di ospedale o per le strade di una città straniera, tra le braccia di un uomo o nella più totale solitudine. Ci sono immagini da sognare per la protagonista bambina, immagini rosa come i vestiti di Grace Kelly, appartenenti a un mondo irreale, ci sono i pensieri di morte, nella realtà fredda e umida, di giornate segnate dal buio che cala presto, ci sono i ricoveri, che diventano lampi di luce bianca, freddissima, di un realismo oggettivo dal quale non si può scappare. Sono attimi che si mescolano ai ricordi, alle ribellioni contro le convenzioni, al corpo usato come terreno di affrancamento ed emancipazione.

Tezer Özlü (credit: Kalem Agency)
Se infatti l’altrove è per eccellenza il viaggio, la scoperta di luoghi e città, la protagonista lo cerca e finisce per trovarlo anche nella sessualità, uno spazio di libertà e di esperienza, di rifiuto delle convenzioni, delle regole e del pudore: il corpo e il suo desiderio di sperimentare sono raccontate nella più completa e pura onestà come forma di resistenza.
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Le fredde notti dell’infanzia è la storia di uno spirito irrequieto ma libero, anticonvenzionale e coraggioso. È un racconto di inquietudine e di affermazione di sé, di curiosità verso il mondo, di attrazione per gli altri, è un brivido, il messaggio sommesso di chi soffre ma non accetta né i vincoli delle istituzioni né le umiliazioni dei ricoveri. Anche Tezer Özlü, come Silvia Plath, è abitata da un grido.
“Cresciamo in seno alla collera. Cresciamo provando rabbia verso le borgate in cui abitiamo, le strade, le stanze, gli oggetti, i letti sfondati, di cotone, vecchi, che scaldiamo con difficoltà nei mesi invernali. La vita è solo nelle strade. C’è come una vitalità per le strade“.
Un collage di spazi stretti e campi larghissimi, tra meraviglia e dolore
Percorrendo i luoghi della sua vita, tra meraviglia e dolore, infanzia ed età adulta, Le freddi notti dell’infanzia costruisce un collage di spazi stretti e campi larghissimi, in un disordine narrativo attraversato da energia, da una nostalgia vulnerabile e onesta che pur amando la vita finisce per assuefarsi alla morte. La politica rimane sullo sfondo, come il promemoria di un peso: quello delle istituzioni e della società, che lascia tracce nelle case, nelle famiglie, nella quotidianità, e segna la protagonista nel suo volersi muovere libera di pensare e di agire, oltre i limiti della piccola borghesia.
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È attraverso questa scrittura per frammenti che l’autrice racconta la sua Turchia, la sua Europa, la sua vita breve e coraggiosa, procedendo avanti e indietro nel tempo, ricomponendo una memoria senza darle il nostro ordine. È una scrittura che salta nel tempo, nella consapevolezza che un istante è pieno di fatti che superano i tempi, si alimenta delle ossessioni che trascinano giù l’autrice, e le mette in connessione, in una circolarità di desiderio, piacere e tormento.
E nel movimento incessante del racconto torna a noi lettori sempre la stessa eco, come un impulso, una necessità, forse una forma di salvezza: andarsene, andarsene, andarsene.
“Un giorno, anch’io conoscerò i mondi lontani,” penso dentro di me.
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