In “Scomparire”, Francesca Valente racconta la storia di uno scrittore che negli anni ’80 del ‘900 è determinato a scoprire cos’è successo ad Amalia Falier, una musicista scomparsa negli anni ’20. Quando la trova, conosce attraverso la sua storia la scena musicale parigina dell’inizio del secolo: in “Taccuino dello scrittore”, racconto inedito e spin-off del romanzo, che qui proponiamo, lo scrittore co-protagonista è a Parigi, alla scoperta dei luoghi della vita di Amalia…
Presentiamo di seguito il racconto inedito Taccuino dello scrittore, spin-off del romanzo Scomparire di Francesca Valente * in uscita per Ponte alle Grazie.
Ritroviamo lo scrittore co-protagonista, che di passaggio a Parigi per una conferenza torna in alcuni dei luoghi familiari di Amalia Falier, la pianista scomparsa nel nulla all’apice del successo negli anni ’20 del ‘900, e della sua maestra Nadia Boulanger, tra Parigi e Gargenville. Sono passati anni dall’incontro con Amalia a Venezia e dalla storia che scopriamo nel romanzo. Lo stato in cui si trova la casa di Gargenville, gli oggetti che lo scrittore vede, il senso di abbandono e certi vecchi ricordi lo spingono a una riflessione ulteriore sul senso dell’arte e sul desiderio di esserci senza dovere per forza apparire.
Taccuino dello scrittore
A Parigi sono tornato per partecipare a un convegno su Schönberg, invitato – certamente con un eccesso di fiducia nelle mie competenze – a parlare di un mio libro alquanto pretenzioso sul compositore viennese a un pubblico di raffinati musicologi. Il tempo libero, per così dire, era moltissimo, ma a Parigi il terrore del vuoto non è un sentimento che abbia mai fatto presa su di me. Sono uscito dal Musée Nissim de Camondo tuttavia con un leggero stordimento. Davanti agli scenari veneziani del Guardi, che più delle porcellane di Sèvres, delle sculture di Houdon e delle piastrelle cabochon nelle magnifiche stanze da bagno con insoliti bidet avevano catturato la mia attenzione, e immergendomi nei suoi capricci, i paesaggi architettonici immaginari, mi ero sentito sfiorare dal vento leggero della pianista Amalia Falier. La musica arriva da lontano e mentre si sta pensando ad altro, o si è affaccendati in altro. Non posso dire che lei mi tornasse alla mente di quando in quando: più giusto sarebbe ammettere che la sua presenza, in tutto questo tempo, non è mai venuta meno.
La memoria, che inganno. Ricordavo che appena varcato l’ingresso al Parc Monceau più vicino al Camondo ci fosse, protetto da una siepe di bosso tra sicomori e alberi dei tulipani, il monumento a Chopin, dove il compositore appoggia delicatamente una mano all’estremità di un pianoforte che affonda fuori dal marmo, dalle seducenti forme d’inizio Novecento, la destra appena sollevata dalla tastiera, le gambe come in procinto di correre via, e rivolge lo sguardo compassionevole verso l’allegoria del dolore. Ricordavo perfettamente la posa armonica ma nella mia memoria era sradicata dal luogo. Come ricordavo che, poco oltre l’Opéra in direzione di Montmartre, già in rue de Clichy, ci fosse la piazzetta che con ippocastani imponenti ma famigliari nasconde nel suo centro ovale la statua porosa di Hector Berlioz. La piazza si apriva deviando invece su Rue de Ventimille e Chopin era all’ingresso opposto. Mi accorgo di non disporre più di una sintassi geografica comprensibile; la composizione degli spazi, nella mia testa, segue l’atonalità.
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Camminare è sempre stato il mio antidoto al disorientamento, così sono sceso verso il Palais Garnier, ho alzato brevemente lo sguardo verso l’Armonia e la Poesia e sono risalito verso rue Ballu, a qualche decina di metri da Berlioz. Sono passato molte volte davanti al numero 36, nei miei anni in città e nella vita peregrina, e ho sempre avuto lo stesso forte desiderio, guardando il lungo balcone in ferro battuto e la targa dedicata a Nadia e Lili Boulanger, di entrare in quell’appartamento dove le due grandi musiciste avevano trascorso le loro intere esistenze, così ineguali, e dove Amalia aveva studiato; di visitarlo non nella sua condizione attuale ma in quella di allora, che lei mi aveva raccontato con onirica vividezza nel nostro incontro a Venezia. Volevo vedere le pareti del colore del burro e l’organo Cavaillé-Coll nell’aria polverosa che ascoltando mi ero immaginato eternamente trafitta dal sole. Ascoltare il silenzio tra le lezioni. Ho proseguito questa volta per il cimitero di Montmartre, a pochi minuti da lì, dove si trova la tomba delle sorelle Boulanger. Sulla lapide, senza effigi, si affollano vari nomi, oltre a quello di Nadia e Lili. La madre russa, princesse Michetsky, il padre Ernest, professore di canto, altre parenti antiche.
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Non so perché non l’abbia mai fatto prima, ma ho deciso allora di andare a visitare la casa di Gargenville, Les Maisonnettes, che la madre di Nadia aveva acquistato all’inizio del secolo e dove entrambe trascorrevano le estati ospitando allievi e riposando. Qui ha abitato anche Amalia. Ho scritto all’indirizzo del comune, il solo riferimento che avevo, ricevendo risposta da un assessore in pensione che mi ha spiegato che la casa non è normalmente visitabile se non in occasioni particolari, previo accordo, e con una guida, aggiungendo che in quel periodo tutti erano in ferie ma che lui sarebbe stato molto felice e onorato di accompagnarmi. Disponeva delle chiavi. Ho preso il treno da Saint-Lazare la mattina dopo. Guardando scorrere la periferia nordoccidentale di Parigi ho pensato che mi sono sempre impegnato, nella mia scrittura, a indagare la realtà, e questo è quanto di più lontano dal romanzo; ma Amalia mi aveva mostrato, attraverso le pieghe della sua storia, che l’esistenza, luogo delle possibilità umane, è di gran lunga più interessante del reale.
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L’assessore, un tipo gioviale e paziente, ha aperto il cancelletto della casa iniziando a raccontare alcuni fatti storici che già conoscevo, e altri particolari che invece non mi erano noti – a spingere la madre Raissa all’acquisto di Gargenville, per dirne uno, era stato Raoul Pugno, mentore della giovane Nadia, che aveva la sua retraite proprio davanti a Les Maisonnettes (la casa è stata distrutta da un incendio) –, e vedendo che poco dopo mi facevo strada nell’erba alta verso i due busti in bronzo di Nadia e Lili, che mi sono apparse come figure del commiato, s’è affrettato a dire che si augurava il ritorno del giardiniere, che si occupasse presto di quel roseto ormai selvatico, e poi è rimasto in silenzio fino a che, dopo avere sostato a guardare i due volti, mi pare a lungo, non l’ho raggiunto alla porta d’ingresso di una delle due strutture della casa.

Nadia Boulanger nascosta a Gargenville
«Denso di simboli è l’ornato dei suoi fiori», dice un verso del Lied Herzgewächse, “fogliame del cuore”, che Schönberg scrisse dopo avere scoperto o inventato un nuovo modo di ascoltare, quando era immerso nella natura e nella sua pittura, in dialogo a distanza con Kandinskij. Quel verso mi sembra che parli di Amalia. Che segni un confine tra la sua anima, e il suo corpo, e il resto del mondo, «su tutto il dolore che s’è fatto foglia», mentre ancora e sempre lei diffonde nella mia vita bianchi bagliori «come una luna, a poco a poco».
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L’interno della casa – nient’affatto enorme come invece ci si poteva aspettare da quel che si sa delle feste, dei ricevimenti e delle persone che vi soggiornavano – si articolava in un insospettabile saliscendi, porticine da piccole stanze conducevano per scalette ad altre camere e corridoi angusti al piano superiore, camere interamente ricostruite in maniera casuale assemblando mobilio, libri, ninnoli provenienti dall’appartamento di rue Ballu, dal Conservatorio di Fontainebleu e da brocanteurs o soffitte di chissà chi. Sovrastati dalle ragnatele estive gli immancabili abat-jour, tappeti su poltroncine dall’imbottitura logora, volumi Larousse illustrés, e tutto di epoche e stili diversi, oggetti di cui non si ha certezza che siano appartenuti a Nadia, tra i quali spiccavano per oscena e funzionale incongruenza un estintore e una pattumiera. La quasi totale assenza di fotografie, un paio di Nadia con il suo ultimo allievo, mi è sembrata il segno più commovente della volontà di non perdurare, neppure attraverso riproduzioni fantasmatiche. Eppure le stoviglie nella cucina, piatti souvenir con la scritta Gargenville, caraffe a testa di cavallo, ottocentesche zuppiere decorate, tazze in vetro opaco con scritte pubblicitarie anni Sessanta, mestoli di stagno, ammucchiate nella credenza come reperti nel magazzino d’un museo, anche se morte raccontavano della sua vita più di una biografia.

Usibilia a Les Maisonnettes
In un armadio dello studio era custodita in uno scatolone la maschera mortuaria di Pugno. Usurate canne da passeggio e pagliette che forse sono state di Nadia, forse no. Al di sopra di un caminetto una riproduzione teneramente e spaventosamente infantile, forse opera di un allievo, del celebre quadro di Manet, Il balcone. È l’unico punto di luce e colore in una stanza altrimenti buia. Mi colpisce che si trovi qui proprio questo dipinto, per i tre soggetti che guardano essendo guardati: non vediamo lo spettacolo a cui assistono, guardiamo loro, l’aria distratta altrove, che lo spettacolo non sembra coinvolgere in nessun modo.
Nella piccola sala da concerto, d’una forma inconsueta, il pianoforte Pleyel non era di Nadia, che pure l’aveva suonato, ma un dono di Madame Dujarric de la Rivière successivo alla sua scomparsa. In una nicchia dietro il Pleyel, il “bar Stravinskij” che Nadia aveva fatto costruire per lui e al quale Igor si versava la vodka. Una stanzetta sopra la sala era piena di spartiti accatastati, divisi sommariamente per compositore; su una seggiola un paio di jeans usati.

Il “bar Stravinskij”
Il senso dello scomparire era in quelle stanze. Non avendo eredi, Nadia ha lasciato tutto a un governante che non sapeva che cosa farsene. Altri hanno provato a prendersi cura di questa proprietà, ma invano, e quanto si trovava in rue Ballu o nelle originarie Maisonnettes non si sa che fine abbia fatto. Ho avuto lucidamente l’impressione che il desiderio di Nadia, o meglio il modo in cui aveva inteso la sua esistenza e la sua arte, essere ma non apparire, esserci restando dietro le quinte, fosse giunto così a completezza con la sua morte; esaurito il suo compito non importava cosa sarebbe successo dopo – alle sue cose, alla sua memoria – e forse restaurare questa casa sarebbe addirittura una forzatura della sua volontà: forse è giusto che resti così, semiabbandonata e nella selvatichezza. Una percezione simile l’avevo avuta con Amalia quella mattina alle Zattere.
Dopo essersi offerto di riaccompagnarmi alla stazione, l’assessore mi ha chiesto se avessi intenzione di scrivere qualcosa sulla casa, su Mademoiselle Nadia. Ho ringraziato e gli ho detto che ci avrei pensato, e che avrei preferito tornare a Juziers a piedi, se non gli fosse dispiaciuto. L’ho salutato e mi sono avviato in quella direzione, infilandomi la giacca per il freddo improvviso che veniva dai campi di granturco ormai altissimo in quella sera d’inizio settembre.

L’AUTRICE E IL LIBRO * – Francesca Valente, classe ’74, lavora come copywriter pubblicitaria, editor e ghostwriter. Dopo gli studi in storia dell’arte giapponese all’Università Ca’ Foscari di Venezia e in arte contemporanea a UCLA, ha collaborato con case editrici italiane e internazionali come traduttrice e revisora di saggi, romanzi, libri per bambini.
Scomparire (Ponte alle grazie) è il suo terzo libro, preceduto da Il miele – Tutti i segreti delle api (Slow Food, 2010) e dal romanzo Altro nulla da segnalare (Einaudi, 2022), vincitore del Premio Italo Calvino (2021) e del Premio Campiello Opera Prima 2022.
Il romanzo si apre sulla Venezia del 1984. Qui, uno scrittore è alla ricerca di notizie su Amalia Falier, una pianista scomparsa dalle scene all’apice del successo negli anni ’20 del ‘900. Mentre il caìgo, la fitta nebbia veneziana che divora i contorni delle cose, sommerge la città, l’uomo intravede la figura della donna su una panchina delle Zattere, di fronte alla laguna. Ecco che Amalia comincia a raccontare la sua storia, ripercorrendo quel periodo formidabile per la musica che fu l’inizio del ‘900 a Parigi, dove brillarono compositori geniali come Ravel, Stravinskij, Fauré, Debussy, e maestri come Nadia Boulanger.
Il racconto di Amalia prosegue, tra racconti della sua infanzia veneziana, tra arte e musica, attraversata da complesse dinamiche famigliari; arriva, dunque il momento di rivelare le ragioni che l’hanno spinta a scomparire, in una meditazione sul senso dell’ambizione e sulla grandezza della rinuncia.
Valente firma un romanzo polifonico, in cui, seguendo cinque movimenti musicali, il suono e l’ascolto contano più della visione, che non dà invece certezze. Le voci dei protagonisti si intrecciano e illuminano un lato in ombra di Amalia e del suo inesorabile talento.
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Fotografia header: Francesca Valente nella foto di Allegra B. Valente
