Lo chiamano “Serraglio” o “Reclusorio”: è il Real Albergo dei Poveri, l’edificio che dalla metà del ‘700 ha accolto a Napoli mendicanti e bisognosi, per poi cambiare volto nel corso dei decenni. Tra loro c’è anche Giuseppina, personaggio nato dalla penna di Carla Isernia e protagonista del suo romanzo d’esordio, “Giuseppina dell’Albergo dei Poveri”. Tra le sue mura ha imparato due mestieri, si è innamorata, ha sofferto, è diventata mamma e ha stretto amicizie profonde. Adesso lei non c’è più, ed è proprio nel momento in cui chiude gli occhi che comincia il racconto della sua storia…
La storia di Giuseppina comincia dalla fine.
In un’esperienza di depersonalizzazione post-mortem, inerme di fronte alla disgrazia che le è accaduta, la sua anima volteggia sul soffitto.
Osserva il suo corpo, ancora giovane, disteso in un letto dell’infermeria del Real Albergo dei Poveri, quello voluto da Carlo di Borbone per accogliere orfani, anziani e bisognosi, dove si è spenta dopo averci trascorso la vita.
A vegliarne la salma, le (poche) figure che hanno segnato la strada di Giuseppina: i suoi figli, la sua migliore amica, le colleghe lavandaie, le suore. A circondare il suo spirito, sul soffitto, le altre anime, che la incitano a raccontare la sua storia dall’inizio.

Così prende vita Giuseppina dell’Albergo dei Poveri, il romanzo di Carla Isernia edito da astoria, un esordio narrativo nato da una penna abituata al rigore scientifico: l’autrice, infatti, è insegnante di Chimica Generale e Inorganica all’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.
Una vita al “Serraglio” (o “Reclusorio”)
È la prima metà dell’800 ed è passato poco meno di un secolo da quando l’Albergo è stato costruito. Da esso, come intrappolata in una sindrome di Stoccolma che le impedisce la fuga, Giuseppina sembra non riuscire ad allontanarsi, divisa tra il desiderio di tornare alla quotidianità di un tempo e la frustrante consapevolezza che il suo essere è ormai costruito lì dentro.
Ti vorrei far vedere tutto quello che qua dentro non ci sta, ti vorrei far provare la libertà di sentire l’aria in faccia, nu ventariello doce, che t’accalora e ti rinfresca, con gli occhi chiusi e la speranza dentro al cuore.
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Le persone che ci trascorrono pochi giorni o tutta la vita lo chiamano “Serraglio”, “Reclusorio”, affibbiandogli soprannomi in un gioco di prosopopee che trasforma l’Albergo in una presenza quasi umana, come un custode che stringe nel suo abbraccio tutti coloro che gli appartengono, senza mai distogliere lo sguardo.
Lo spazio per il cuore si fa un po’ più stretto
Il Reclusorio diventa, quindi, un luogo in cui lo spazio per il cuore si fa un po’ più stretto: si imparano mestieri, si crescono i figli, si creano legami e si osserva il mare con l’intensità di chi è entrato in punta di piedi e adesso ne conosce ogni angolo, mentre il mondo esterno sorveglia da lontano.

Il Real Albergo dei Poveri a Napoli
Il rapporto con gli uomini, da un padre dispotico a un marito assente
Tra le vie di Napoli Giuseppina ha mosso i primi passi e ha respirato in casa un clima di tensione, con due fratelli maggiori distanti e una madre invalida di cui prendersi cura. Nessuno di loro ha mai saputo tener testa al padre dispotico, che ha sempre scelto per tutti: lui sarà solo la prima delle figure maschili che, con franchezza o tra le righe, pretenderanno da Giuseppina solo subordinazione e silenzio.
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Lo scopre quando, ancora bambina, le viene imposto un matrimonio combinato con un uomo molto più grande a cui lei si oppone strenuamente, con la forza cieca e giovane di chi non vede logica e giustizia.
Si renderà conto negli anni che la mancanza di rispetto da parte degli uomini non passa solo da sguardi viscidi e mani allungate, ma anche da sbalzi d’umore, poca considerazione e pretese di fedeltà non ricambiate.
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E se nell’istituto era stata rinchiusa per aver rifiutato un uomo che non vedeva adatto a lei, ci torna proprio nel tentativo di conquistare quello che nel “Reclusorio” ha la fama del più affascinante: Giacomo è bello, sì, ma anche troppo poco incline alla vita matrimoniale e incapace di porre un limite alle sue azioni.
Le conseguenze si rifletteranno con forza nella vita di Giuseppina, che si troverà, ancora una volta sola, costretta a dover accettare un’esistenza di cui ha potuto governare le redini solo in parte.
L’unico uomo che su Giuseppina non si impone, ma a cui propone semplicemente una nuova visione della vita, è il Professore. Lui, che “parla sempre buono”, le offre una cultura fino a quel momento negata e le insegna che esistono davvero uomini che non sono al mondo per fare del male agli altri.
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Lavorare al fianco di donne che conoscono la solidarietà e il rispetto
Intanto, però, Giuseppina, scrutando il mare da dietro una finestrella, cresce. La sua curiosità elastica, tipica di chi ha ancora tutto da imparare, le permette di diventare in fretta la lavandaia migliore dell’istituto, e di passare poi a lavorare nel reparto sartoria, interfacciandosi con un impiego che richiede non solo abilità, ma anche precisione e minuzia.
Accanto a lei, a fronteggiare gli uomini e il loro continuo imporsi, ci sono le donne cresciute nell’Albergo, che hanno imparato a fare i conti con una vita che ha tracciato confini invalicabili alla loro libertà. Loro più di tutti conoscono la solidarietà, il rispetto e l’importanza di tramandare insegnamenti all’ultima arrivata.
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Attraverso gli occhi timidi di Giuseppina, scopriamo Napoli e il suo mare dal fascino maestoso e schivo, a cui da sempre lei sente l’impulso di riconsegnarsi, le abitudini rionali che prendono vita in un “basso” cupo nel quartiere Vergini, l’arte di imparare un mestiere solo osservando come lo svolgono le altre.
Io ti vorrei parlare un’altra volta di quello che ci sta fuori da questo posto, ti vorrei raccontare Napoli che non è solamente quello che sta qua dentro. Certo, fetenti ce ne stanno pure fuori, ma poi ci sta il Vesuvio, ci stanno certe belle carrozze, i palazzi, certi castelli e ci sta il mare.
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Fotografia header: Carla Isernia nella foto di Katarzyna Mikołajczyk (nella foto di Katarzyna Mikołajczyk)
