Affrontare la perdita dei genitori non è mai un momento facile, a qualsiasi età avvenga. Accanto al carico emotivo legato a un evento simile, c’è anche la gestione pratica di tutto ciò che a loro è appartenuto: ricordi, lettere, biglietti, ma anche mobili, utensili, oggetti. In “Come ho svuotato la casa dei miei genitori” (di cui proponiamo un estratto, dal capitolo “Accanto al letto”), la psicanalista Lydia Flem attinge alla propria esperienza personale per raccontare non solo il lutto, ma anche la vita e le storie dei suoi genitori. La prefazione è firmata da Vittorio Lingiardi

C’è un momento, in seguito alla morte di un genitore, in cui ci si trova a dover gestire non solo il carico di emozioni che si scatenano in noi, ma anche gli aspetti più pratici legati alla scomparsa di una persona così vicina.

Mentre il lutto e la consapevolezza pian piano si fanno spazio e si impara un po’ alla volta a conviverci, occorre guardare in faccia il bisogno di fare ordine, di sistemare e, laddove necessario, di eliminare. Metaforicamente e nel concreto.

Analizzare la perdita dei genitori a partire dalla propria esperienza personale

Come ho svuotato la casa dei miei genitori, proposto dal Saggiatore nella traduzione di Edda Melon, racconta proprio la delicatezza di questo momento: Lydia Flem, a partire dalla propria esperienza personale, racconta e approfondisce le emozioni che abitano questi istanti, in un “miscuglio di rabbia, di oppressione, di pena infinita, di irrealtà, di rivolta, di rimorsi e di strana libertà”.

Come ho svuotato la casa dei miei genitori

Al peso della perdita si unisce così la gestione di un’eredità anche materiale, e ci si trova costretti a mettere mano ai loro ricordi e alle loro carte, aprire i cassetti, svuotare gli armadi degli oggetti che per decenni li hanno riempiti.

In quest’edizione, la prefazione è affidata a Vittorio Lingiardi, saggista e psicanalista che qui riflette sul significato intrinseco del verbo “svuotare”, sulla casa che non è solo un luogo fisico ma anche – e soprattutto – emotivo, soffermandosi sul significato di un’operazione che è “controintuitiva“, volta a “svuotare all’esterno per fare spazio all’interno”.

Il racconto della vita dei genitori

L’autrice, fotografa e psicanalista esperta di teorie freudiane, porta in questo libro la storia di suo padre, chiedendosi come lui abbia vissuto, a sua volta, il lutto dei genitori; lui che, arrestato a 18 anni in Belgio, in quanto russo, è stato prigioniero nel campo di lavoro Wülzburg, dal 1942 fino alla fine della guerra; lui che, “una volta liberato, forse non ha mai lasciato completamente quel rifugio, quella prigione intima, che lo aveva salvato ma che gli si era come incollata alla pelle”.

E poi sua madre, venuta a mancare poco tempo dopo di lui, a sua volta deportata da ragazza durante la Seconda guerra mondiale, ad Auschwitz, e che aveva scritto (e conservato) un bigliettino su cui aveva scarabocchiato poche parole destinate ai suoi cari, per rassicurarli sulla propria sorte.

Flem, appoggiandosi all’ipotesi che anche Freud – se non avesse perso la madre così in giovane età come gli è successo, a 9 anni -, avrebbe parlato di questo “difficile e tuttavia liberatorio lavoro del vuoto”, ne dà una sua chiave di lettura, portando tra le pagine la sua esperienza e celebrando i suoi genitori, per quello che sono stati innanzitutto in vita.

Scopri il nostro canale Telegram

Seguici su Telegram
Le news del libro sul tuo smartphone

Ogni giorno dalla redazione de ilLibraio.it notizie, interviste, storie, approfondimenti e interventi d’autore per rimanere sempre aggiornati

Inizia a seguirci ora su Telegram Inizia a seguirci ora

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto dal capitolo Accanto al letto:

Disperdere gli oggetti che avevano amato, scelti con cura o accumulati per caso, conservati per abitudine o perché «non si può mai sapere», voluti come segnali per mantenere la rotta della vita, chiusi dentro le tasche dell’oblio o protetti dalla degradazione del tempo per testimoniare della loro esistenza… Avevo il diritto di farlo? Come non sentirmi colpevole quando forzavo la loro intimità, entravo nella loro camera senza bussare, svelavo le loro manie piccole o grandi, le loro eccentricità, le loro ferite, facevo effrazione in lati della loro personalità che essi stessi forse neppure intravedevano e che ora si rivelavano impunemente al mio sguardo? E quella domanda sempre implicita: esistevano segreti di famiglia? Che cosa stavo per scoprire che avrei voluto oppure non voluto apprendere? Avrei osato aprire tutti i cassetti, leggere tutte le carte, scrutare gli interstizi, o mi sarei pudicamente distolta da alcune cose, le avrei ficcate in qualche borsa o scatolone senza violarle, o buttate via o bruciate per non saperne niente?

Come decidersi alla scorrettezza di un’indiscrezione simile, che andava proprio a toccare vecchi desideri rimossi nella primissima infanzia: origliare alle porte, guardare dal buco della serratura, spiare i rumori nella camera da letto, saziare una curiosità da sempre proibita eppure legittima: qual era la cifra della mia nascita? da quali amori ero nata? da quale desiderio di sopravvivenza? Quali tracce inconsce mi avevano trasmesso i miei genitori, a loro insaputa?

Da quale impensabile materno e paterno ero uscita? Come iscrivermi in una discendenza carica di morti svaniti in fumo, di famiglie massacrate in totale impunità? Come essere la figlia di genitori orfani, schiavi messi al lavoro, umani sottratti alla specie umana, ridotti così a lungo al silenzio dall’assordante silenzio del mondo? Come ereditare da genitori che avevano fatto di me una barriera contro l’orrore, non tanto una figlia quanto un baluardo?

A questo passato inesprimibile, a questo susseguirsi di traumi vissuti prima della mia nascita, che cosa potevo opporre se non la ricerca ostinata, brancolante, delle parole perdute? Per diventare la loro «libera» erede, dovevo rompere l’assolutezza di un silenzio di cui ero ostaggio da sempre. Scrivere diventava un compito urgente.

Attraverso l’elaborazione della lingua, la parte indicibile del loro passato non mi avrebbe più impedito di vivere la mia vita, separata dalla loro. Non sarei più stata il recinto passivo del loro sconforto e del loro mutismo, ma l’erede attiva della mia filiazione. «Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo se vuoi possederlo davvero.»

Tornando da casa loro, carica di una quantità di borse, valigie, archivi, e di una lampada che mio padre aveva disegnato e realizzato negli anni settanta, mi sono messa alla scrivania e ho preso qualche appunto al volo, in una specie di eccitazione che faceva da argine ai sentimenti molteplici da cui ero invasa. Sentimenti difficili da formulare ad alta voce: tra dolore e liberazione.

Scopri la nostra pagina Linkedin

Seguici su Telegram
Scopri la nostra pagina LinkedIn

Notizie, approfondimenti, retroscena e anteprime sul mondo dell’editoria e della lettura: ogni giorno con ilLibraio.it

Seguici su LinkedIn Seguici su LinkedIn

La morte di mia madre, così ravvicinata a quella di mio padre, me li rendeva entrambi terribilmente presenti, ossessionanti. Occupavano tutti imiei pensieri, tutte le mie azioni. Non smettevo mentalmente ma anche molto concretamente di valutare e approfondire ogni aspetto del mio legame con loro attraverso gli anni. Era un concentrato di esplorazione psichica.

Rilessi alcune lettere che avevo scritto loro. Mi aprivo con una sincerità a cui non avevano mai fatto eco. Quell’ingenuità toccante adesso mi destabilizzava, quasi me ne vergognavo. Avrei preferito non riconoscermi in quello specchio impudico, in quell’illusione di trasparenza nutrita eccessivamente a lungo.

Avevo troppe parole nei confronti dei miei genitori che ne avevano troppo poche. Questa disparità giustificava la mia scrittura, ma mi rimandava alle vertigini della solitudine che avevo provato in loro presenza.

Lo sgomento che mi abitava era più intenso perché era il doppio del loro stesso sgomento che non avevano saputo fronteggiare, elaborare, digerire, trasformare, ma che al massimo avevano provato ad arginare, a tenere più o meno a distanza. Ero cresciuta senza potermi appoggiare a loro, assorbendo le loro angosce e i loro incubi. Niente veniva mai detto. E forse non ne hanno mai saputo niente.

© il Saggiatore S.r.l., Milano 2026

(continua in libreria…)

Scopri le nostre Newsletter

Iscrizione alla Newsletter
Il mondo della lettura a portata di mail

Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it

scegli la tua newsletter Scegli la tua newsletter gratuita

Libri consigliati