Aboubakar Soumahoro, dirigente sindacale  italo-ivoriano della USB, da anni impegnato nella lotta per i diritti dei braccianti, è uno dei volti più noti del sindacalismo radicale. Nel libro “Umanità in rivolta. La nostra lotta per il lavoro e il diritto alla felicità”, racconta la condizione dei braccianti, migranti ma anche italiani, che lavorano nella filiera produttiva agroalimentare e che sono sottoposti a trattamenti infimi, da un punto di vista lavorativo e umano…

Esiste una parola precisa per indicare la condizione dei lavoratori sfruttati: schiavitù. E non bisogna avere paure di utilizzarla. La pronuncia con coraggio Aboubakar Soumahoro, dirigente sindacale della USB (Unione Sindacale di Base), da anni impegnato nella lotta per i diritti dei braccianti.

Aboubakar ha meno di quarant’anni ed è originario della Costa d’Avorio. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza nel suo Paese, va a scuola e guadagna qualche soldo lucidando scarpe. È giovane ma è già consapevole che la formazione, la cultura e il lavoro sono gli unici strumenti per emanciparsi. A diciannove anni arriva in Italia. Non conosce la lingua, non sa da dove cominciare. Inizia a lavorare saltuariamente, a volte come benzinaio altre come bracciante, dipende da quello che riesce a rimediare. “Ero insieme a tanti giovani italiani“, ha raccontato a Che tempo che fa, “vivevamo nelle medesime condizioni di sfruttamento, di precarietà, di abbrutimento”.

Aboubakar si trova tutti i giorni davanti a donne e uomini che lavorano in situazioni infime, non fa nessuna differenza il colore della loro pelle o la loro provenienza geografica. È in questo momento che nasce in lui il bisogno di fare qualcosa: “Sono diventato sindacalista per esigenza“.

Laureato in sociologia, Aboubakar diventa uno dei volti più noti del sindacalismo radicale: “Io difendo i lavoratori non in quanto migranti, ma in quanto braccianti e lavoratori tout court. Non per il loro colore di pelle, ma perché sono sfruttati”, ha spiegato a Rolling Stones.

Nei suoi discorsi pone al centro il tema della disparità salariale tra uomini e donne, la condizione dei rider (che definisce i braccianti delle nostre metropoli), delle domestiche, di chi lavora nelle fabbriche: “Questi lavoratori di fatto sono l’espressione di nuove forme di proletariato“. Il suo obiettivo è quello di ridare dignità agli esclusi, senza nessuna distinzione: “Siamo tutti sotto il rullo compressore dello stesso paradigma economico”, spiega citando Gramsci.

Al di là dei concetti politici, però, ad Aboubakar sta a cuore qualcosa di più profondo: il raggiungimento della felicità dei lavoratori. È questa la base della nostra civiltà e della nostra umanità. Non è un caso che il sottotitolo del suo libro, Umanità in rivolta (Feltrinelli), sia proprio La nostra lotta per il lavoro e il diritto alla felicità. L’autore racconta le condizioni dei lavoratori nella filiera produttiva agroalimentare, che produce 140 miliardi di euro sulle spalle di braccianti oppressi, “che non riescono a far fronte ai loro bisogni vitali”, come direbbe Giuseppe Di Vittorio.

Perché quando ci ritroviamo la frutta e la verdura nelle nostre tavole, non ci domandiamo da dove provengono? La condizione dei lavoratori nelle campagne è critica e sarebbe sciocco credere che riguardi soltanto i migranti, perché coinvolge anche tanti italiani. Spesso non c’è un minimo di sicurezza, non ci sono orari, non ci sono contratti, non ci sono diritti. Quando si ascoltano le storie dei braccianti sembra che seguano tutte un arco simile. Il viaggio, l’arrivo in Italia, le notti segregati in stanze strettissime, le mattine trascorse sul ciglio della strada ad aspettare che qualcuno venga a prelevarli su un camion. L’attesa di essere scelti. Le giornate piegati a lavorare. La paga che non arriva, o che, quando arriva, non è mai abbastanza. La paura che il giorno dopo non verranno richiamati.

Soumahoro_Umanità in rivolta

Ma il quadro che Aboubakar dipinge non è certo una novità. L’autore spiega che fin dagli anni Ottanta i migranti sono stati sottoposti a un regime di apartheid che li ha segregati, escludendoli dalla società. In pratica, quello che accade oggi, in cui le manifestazioni di insofferenza si sono notevolmente inasprite, è soltanto la punta di un processo iniziato molto tempo fa. Questo significa che nessun governo fin ora – che sia di destra o di sinistra – ha mai operato concretamente perché questa segregazione finisse. E infatti l’argomento è tornato all’attenzione solo per quanto accaduto il 2 giugno 2018 quando, proprio nel giorno della Festa della Repubblica, Soumayla Sacko è stato ucciso durante una sparatoria nella zona di Vibo Valentia, in Calabria. Per questo i riflettori dell’opinione pubblica si sono spostati sui lavoratori e di conseguenza anche su di lui, Aboubakar Soumahoro, che questi lavoratori li difende. Ma la sua è una lotta che va avanti da molto prima.

La sua voce si alza in un periodo in cui molti (non tutti, per fortuna) continuano a ripetere di chiudere i porti, di aiutare i migranti a casa loro. Ma la realtà che ci circonda racconta tutt’altro. La realtà parla di recessione, di una filiera agricola che va avanti con il lavoro di chi viene accusato di rubare il lavoro agli italiani. Molti hanno già proposto ad Aboubakar di candidarsi alle elezioni, ne hanno parlato come un’eventualità, o come una speranza. Messo di fronte alla domanda diretta, durante una puntata di Propaganda live, lui ha risposto: “Sono dell’idea che ci sia bisogno di un progetto. Un progetto che non abbia come prospettiva la soddisfazione del mercato elettorale. C’è bisogno di un progetto capace di fare processi attraverso provvedimenti che siano l’anticipazione della realtà, come diceva Gramsci. La politica è senza anima quando non riesce a entrare nella dimensione morale delle persone“.

Se si volesse, si potrebbe prendere il suo libro proprio come un manifesto politico, l’inizio di un progetto, in cui il centro tematico è la tutela della dignità dell’individuo, come uomo e come lavoratore. Il titolo ricorda il saggio di Albert Camus non soltanto nel nome, ma anche nell’idea di un uomo che si ribella e che si rifiuta di sottostare a un sistema che lo priva della sua libertà. Quindi, come agire? Per Aboubakar bisogna elaborare un nuovo modello, che sia giusto, solidale e sostenibile. Il momento di crisi che stiamo vivendo potrebbe essere il momento giusto per creare una nuova alternativa al sistema del capitalismo.

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