Briciola, Luna e Wanda, rispettivamente una cagnolina, una gatta e un pesce rosso di sesso femminile, si ritrovano improvvisamente sole, abbandonate in casa dal loro padrone. Mentre lo aspettano, giocano, miagolano, abbaiano, girano in tondo, dormono e sognano: fanno quello che fanno gli animali, finché non si scoprono costrette a relazionarsi con la sempre più esasperata e violenta mancanza non solo di qualcuno che amano, ma di qualcuno che permette loro di vivere in un ambiente al quale, in fondo, non appartengono… Alla scoperta di “Resteremo qui sempre buone ad aspettarti”, il nuovo spettacolo di Diego Pleuteri per la regia di Leonardo Lidi. Una fiaba dal gusto amaro… Il tono complessivo di divertissement della pièce, non basta infatti a cancellarne il nucleo oscuro, lo spazio terminale e distopico che preme ai confini della casa…
Da Gesù a Gertrud di Carl Theodor Dreyer (“Gertrud, Gertrud, perché mi hai voluto lasciare?” ripete il protagonista, riecheggiando il grido del Figlio dalla croce), arrivando fino a C’è posta per te e Chi l’ha visto? (per citare due riferimenti decisamente più pop utilizzati nello spettacolo), il tema dell’abbandono porta con sé un certo peso (personale e universale, teologico e sentimentale, relazionale ed esistenziale, legato alle corde/accordi che ci legano e alle rotture, separazioni e sparizioni, all’esperienza della morte che inevitabilmente ci tocca).
Diego Pleuteri lo affronta, con un décalage di gioco e leggerezza (anche modulato sul riverbero ludico/affettivo dello zapping televisivo), con questo Resteremo qui sempre buone ad aspettarti, una sorta di spin off di Come nei giorni migliori (testo felicissimo sui frammenti del discorso amoroso in forma di RomCom alleniana, sempre con la regia di Leonardo Lidi, in arrivo – dopo meritata lunga vita/tournée – al Franco Parenti di Milano), la cui coppia protagonista (Alessandro Bandini e Alfonso De Vreese) campeggia non a caso in gigantografia sullo sfondo, immaginando tre bestie femmine (pesciolino rosso, cane e gatto) lasciate in casa ad aspettare (novelle Penelopi) il padrone che non torna, in quel Teatro Gobetti che aveva fatto da prima casa ai protagonisti della pièce precedente.
Le tre giovani talentuose attrici – Maria Teresa Castello (un pesciolino rosso di nome Wanda incastrato dalle sue amniotiche, ipnotiche amnesie, in un eterno ebete ma illuminante presente), Marta Malvestiti (Briciola, cagnetta loquace e sentimentale, attrice già apprezzata nella Pulce all’orecchio di Feydeau di Carmelo Rifici fra l’altro) e Beatrice Verzotti (la gatta Luna, felino sornione e predatore, un’attrice che ha già dimostrato presenza scenica e padronanza del tempo lavorando con Antonio Latella), introdotte da Hana Daneri (voce off, narratore discreto in platea) – si divertono molto (e si sente) a esprimere tutto il loro lato selvaggio e l’anima(lità) che s’impossessa della casa vuota, intervallando le rumin-azioni determinate dall’assenza con stacchetti musical-ferini (un po’ alla Cats potremmo azzardare), e raccontando giocosamente l’angoscia del vuoto, mentre il silenzio di fuori è rotto da movimenti indiziari e dialogano con le “persone nel muro” di una televisione animata da un telecomando pigiato dal caso. Non bastano, però, il conforto della vecchietta in giallo, con le sue risoluzioni imbattibili di morti sospette, né il sex appeal di Gigi Marzullo, con le sue abissali seducenti questioni notturne, a risollevare o sciogliere la situazione.
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Il tono complessivo di divertissement della pièce (un po’ debitore di certa animazione contemporanea: da Pets – Vita da animali, per il punto di vista delle belve da compagnia, con un occhio a Inside Out, nell’espressione degli impulsi che ci muovono dentro) non basta a cancellarne il nucleo oscuro, lo spazio terminale e distopico che preme ai confini della casa, di un’umanità in via di sparizione (e il riferimento al Covid è solo una delle possibili spiegazioni), in cui il vuoto, abitato dagli sguardi proverbiali e dalle posture umane troppo umane di questi animali domestici: la smemorata incastrata nel presente, il fido che confida nel ritorno, la gatta che oscilla fra sorniona indifferenza e animo graffiante e predatorio.
Nei loro (di)versi, nei loro giochi (come il rocchetto di Freud molte recite non sono che un modo di gestire l’assenza e di elaborare le paure profonde che il buio porta con sé), domande in apparenza ingenue e concrete suggeriscono voragini teoriche abissali (“Quando manca qualcuno mancano sempre altre cose?”), notazioni sulle passeggiate quotidiane rivelano prospettive esistenziali su ben altri cammini (“Per arrivare nei posti che mi piacciono di più occorre passare in posti che non mi piacciono”), il gioco del riporto rimanda a questioni che scavano dentro (“Se lui tornasse… come cambierebbe il mondo?”: l’utopia è il lato nascosto del distopico), e le fallace della memoria interrogano urgenze etiche dell’identità (“Bisogna scegliere bene cosa ricordarsi”).
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La dimensione del gioco/giogo di questa agrodolce End of the World (lo standard del 1962 Skeeter Davis non a caso risuona), di questa prigionia dell’attesa (si riveda la voce “attesa” dei Frammenti di Roland Barthes) è una riflessione su solitude e loneliness (solitudine come scelta o patimento, della cui invenzione scriveva con acume Paul Auster), in cui bisogni e sogni sono scatenati dalla mancanza, il deserto è carico più di questioni che di messaggi (C’è posta per te promette sorprese e riconciliazioni, ma il postino – per la messa in guardia canina – non è altro che un essere molesto e insopportabile), e una scatola (casa?) vuota porta con sé i suoi doni (la micia, che abita meglio l’assenza, naturalmente va pazza per il gioco televisivo dei pacchi, ma la cattività confina con la cattiveria, e possibili fantasie/mosse cannibaliche fanno capolino), e anche la nuda spietata realtà (le proverbiali, e a un tempo rimosse, bare di Bergamo) è evocata/filtrata da uno scambio Giletti/Parodi che sembra addolcirla, quasi farne la poetica caricatura di un ricordo.
Giocare con le parole (trovare quelle giuste) può essere anche, lo sappiamo e questo testo ce lo ricorda scherzando, una ghigliottina, qualcosa di crudele, che taglia.
Il dubbio è che il divertissement orchestrato da Pleuteri e i suoi tre animaletti, con lo sguardo di Lidi (reduci entrambi da bellissimo Amleto clownesco), non sia che una shakespeariana Trappola per topi (o, in disguise, per Topolini, dato il côté disneyano dell’antropomorfismo animale e il tono più scanzonato), che lo spettacolo, apparentemente parlando d’altro, ci rivela.
La fiaba ha dunque un boccone, e un gusto amaro, come una battuta che ci fa sorridere, ma continua a interrogarci:
“Io una volta ho mangiato un topo!”
“E com’era?”
“Beh, pensavo meglio”
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Resteremo qui sempre buone ad aspettarti – il nuovo spettacolo di Diego Pleuteri con (in ordine alfabetico): Maria Teresa Castello, Hana Daneri, Marta Malvestiti e Beatrice Verzotti;
regia: Leonardo Lidi
scene: Fabio Carpene
cura dei movimenti scenici: Riccardo Micheletti
assistente alla regia: Nicolò Tomassini
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”
Debutto nazionale Teatro Gobetti Torino 14 aprile, fino al 26 aprile 2026 (visto al Teatro Gobetti il 17 aprile)
Come nei giorni migliori di Diego Pleuteri, regia di Leonardo Lidi
Al Teatro Franco Parenti di Milano, Sala A2A, fino al 2 maggio 2026
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